Ricordi a ruota libera di Willy Pocino, tra night club, case chiuse e teatri “a sbafo” (dalle memorie autobiografiche “Cinquant’anni di vita romana”, di prossima pubblicazione con Edilazio)

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“Il conte Max”, Roma 1957

Una sera del mese di settembre 1957, verso le otto, ero in attesa del filobus 75 alla fermata di via Nazionale, all’altezza del Palazzo delle Esposizioni, quando incontrai l’amico Michele Rosa, un bravo pittore di Sora che avevo casualmente conosciuto alcuni mesi prima in una galleria d’arte di via Margutta dove erano esposti i suoi quadri, con i quali guadagnava abbastanza bene. Era diretto a un famoso night club nella zona del Tritone e mi invitò ad andare con lui. Non ero mai entrato in un locale del genere ma sapevo che si pagava parecchio. Rifiutai, dicendogli che non mi sarei potuto permettere quel lusso. “Non ti preoccupare – mi disse – offro io”.

E così, per la curiosità di conoscere quegli ambienti, finii per accettare e lo accompagnai. Percorremmo a piedi il traforo di via Milano e fummo in loco. Il biglietto d’ingresso costava millecinquecento lire, e nel prezzo era compresa la consumazione di una bibita. Pagò l’importo totale di tremila lire ed entrammo. La grande sala, arredata con molto buon gusto, presentava diversi divani dislocati in varie zone più o meno illuminate, alcune anche totalmente immerse nella penombra. Un sottofondo musicale diffondeva le note deliziose di un famoso tango argentino che riconobbi immediatamente: “A media luz”. Mi commossi. Quel tango mi riportò alla memoria gli anni del liceo, quando le poche compagne di scuola (eravamo più maschietti che femminucce) nei pomeriggi dei giorni festivi mi invitavano a turno nelle loro case a ballare. Il disco più frequentemente richiesto dalla maggior parte degli ospiti era proprio quel tango. Ma io non sapevo ballare. Alcune ragazze provarono a insegnarmi. Una soprattutto insisteva moltissimo perché imparassi. Mi si presentava però sempre un problema. Non appena iniziavo a fare i primi passi e poi stringevo un po’ la ragazza avevo subito una reazione… “sessuale”; e poiché si trattava di tempi assai lontani da quelli odierni, ero terrorizzato dalla preoccupazione che la ragazza se ne potesse accorgere (e non sarebbe stato difficile se mi fossi accostato un poco di più a lei); sicché a quel punto mi allontanavo senza fornire spiegazioni. E preferivo mettermi subito seduto e non restare in piedi perché in quella posizione sarebbe stato facile notare i segni evidenti del “problema”… Infine decisi di non partecipare più alle festicciole caserecce. Ma le ragazze si incaponirono e mi fecero tempestare di domande, naturalmente da Enza, una simpaticona belloccia e vivace che forse mi faceva un po’ di corte senza che io me ne accorgessi (lo scoprii in séguito). La quale, dopo tante insistenze, mi convinse a farle qualche confidenza. Fui quasi costretto a confessare. E alla fine, con mio sommo stupore, ella incredula e meravigliata, mi disse semplicemente: “Per così poco! Stai tranquillo. Ci penso io”. Le promisi che la volta seguente avrei ballato, ma solo con lei, che ormai… sapeva! E mantenni la promessa. Era un tardo pomeriggio di una memorabile domenica di gennaio. Per agevolare il compito della mia “insegnante”, e per assecondare anche i miei desideri, quella sera fu deciso all’unanimità di ballare solo il tango: “A media luz”, “La Cumparsita”, “Caminito”, “Tango della gelosia”, “Violino Tzigano”… Imparai rapidamente. Ma accadde un imprevisto. La tensione nervosa determinata dalla eccitazione forse troppo prolungata nel tempo e fin troppo repressa mi creò un altro problema. Accusai forti dolori al basso ventre, soprattutto nella zona pubica. E non riuscivo a stare seduto perché in quel caso il dolore mi si acutizzava. Pregai Enza di accompagnarmi cortesemente fuori. Chiedemmo scusa agli amici, prendemmo i nostri cappotti e uscimmo. Era una serata fredda ma fortunatamente senza pioggia. Camminando lento pede perché diversamente non avrei potuto, e sostenendomi al braccio di lei percorremmo un breve tratto di strada semibuia e deserta fino a raggiungere un lungo sedile di legno. Lì ci sedemmo l’uno accanto all’altra e, perdurando il malore, pensai di sdraiarmi sulla panca appoggiando la testa sulla sua coscia sinistra, cercando in quella posizione un po’ di sollievo. Ma il dolore non diminuiva e allora, con estrema ingenuità, ebbi il coraggio di chiedere alla ragazza di farmi un massaggio, dall’esterno ovviamente, nella zona dolorante. Sùbito mi resi conto di aver messo in grande imbarazzo la poveretta, la quale, incredula e titubante, fece qualche timido tentativo; e poiché l’operazione cominciava a dare subito risultati apprezzabili, ella si adoperò con maggiore impegno, anche più “ravvicinato”, con deliziose invasioni di campo che mi autorizzarono a prendere una diversa posizione e ad allungare una mano per contraccambiare le delizie, che, a giudicare da alcuni piccoli ma inconfondibili suoni gutturali, mi parvero molte gradite. E si conclusero con un lungo bacio e un reciproco e contemporaneo raggiungimento del piacere. Fu la prima imprevista, strana, scomoda ma dolcissima esperienza sessuale, che ebbe, come conseguenza incredibile, la immediata attenuazione del dolore, che poco dopo scomparve del tutto. Tornammo quindi subito in “sala da ballo” annunciando che la breve passeggiata e un po’ d’aria fresca mi avevano molto giovato e che quindi stavo benissimo. Tanto è vero che con Enza ricominciai a ballare il tango senza smettere fino alla fine.

Questa storia mi tornò in mente in soli trenta secondi, il tempo di decidere dove “collocarci”, io e Michele, nel grande salone del night. Scegliemmo un divano al centro della sala, mentre io ero ancora assorto nei ricordi di gioventù risvegliati dal famoso tango che in quel momento stavano ballando alcune giovani coppie. Poco dopo una bellissima ragazza si avvicinò a me e senza parlare, con uno splendido sorriso mi invitò… in pista. Non mi sembrò vero! Chiesi scusa all’amico, e con la mia innata ingenuità mi immersi in quell’atmosfera surreale. La musica di sottofondo lenta e dolcissima faceva venire la voglia di tutto, anche di… ballare. Non ebbi bisogno di stringere perché tale iniziativa partì direttamente da lei che non si curò affatto della mia immediata naturale reazione, anzi fece in modo di agevolarla fin quando, accortasi che ero parecchio su di giri, mi diresse, ballando, verso un angolo della sala completamente immerso nella penombra, dove ci mettemmo a sedere sopra un grande e morbido divano. Lì senza troppi complimenti cominciai ad allungare le mani e Vanessa (questo il suo nome, almeno così disse) faceva altrettanto. E quando la situazione cominciò a diventare più bollente, lei mi sussurrò all’orecchio: “Senti, tu mi piaci, però mi offri prima qualcosa da bere?”. E io, con la mente obnubilata dall’eccitazione, risposi vagamente: “Certo, ordina ciò che preferisci”. E lei: “Una coppa di champagne?”. – “Va bene”, dissi, come in sogno. A quel punto ella fece un cenno d’intesa a un cameriere e ricominciammo a sbaciucchiarci sul viso e sul collo. Dopo pochi minuti venimmo interrotti dal cameriere, il quale, con tovagliolo al braccio e una bottiglia in mano si preparava a farne saltare il tappo, quando, improvvisamente, si precipitò presso di noi Michele, il mio amico, il quale con tono risoluto e perentorio disse ad alta voce: “Alt! Mio fratello non ha ordinato niente. Ma se intende ordinare qualcosa fategli prima vedere i prezzi”. Rimasi esterrefatto. Non riuscivo a capire. Mi rendevo solo conto d’aver inconsciamente combinato qualcosa di grave. L’amico pittore restò in attesa di leggere insieme a me il listino prezzi. E quando il cameriere ce lo sottopose e vidi gli importi delle singole voci, per poco non mi prese un colpo. Quella bottiglia costava 60.000 lire: due bicchieri (uno per me, uno per lei) lire 20.000. Io ne prendevo 27.000 al mese! Cameriere e fanciulla scomparvero, noi andammo a riprendere posto nel nostro divano e a consumare i due wisky compresi nel biglietto d’ingresso. Poco dopo uscimmo. Quella esperienza mi bastò. E non osai mai più metter piede in un night.

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“Arrivederci Roma” (1958)

Entrai invece, gradualmente, in tutti i casini (strana denominazione un tempo riferita alla casa signorile di campagna e oggi, in senso figurato, a situazioni di chiasso o di confusione), come venivano allora stranamente indicate le cosiddette case chiuse, case di tolleranza o postriboli. E vi entrai non solo perché non si pagava il biglietto d’ingresso e non era obbligatoria la “consumazione”, ma soprattutto per fare il raffronto con il ricordo della mia “prima volta” in un ambiente del genere. Ai miei tempi, infatti, in Ciociaria, al compimento del diciottesimo anno tutti i ragazzi si munivano di carta d’identità che consentiva loro di varcare liberamente la soglia di quelle “case” per lungo tempo sognate. Insomma i baldi giovani non vedevano l’ora di recarvisi a concretizzare la prima esperienza sessuale perché le fanciulle, salvo rarissime eccezioni, contrariamente a quanto accade oggi, concedevano ben poco ai loro giovani partners. I quali, pertanto, attendevano impazienti di raggiungere l’età adulta, e solo allora, con documenti di fresco rilascio, e, generalmente accompagnati da due o tre amici già esperti, partivano per Sora, la città più vicina provvista di appositi spazi contenenti la “materia prima” necessaria a soddisfare le esigenze carnali. Capitò anche a me di fare quel “viaggio di piacere”. Ma fu un’esperienza disastrosa. L’edificio agognato, ubicato alla periferia della città, si raggiungeva scendendo dal pullman di linea una fermata prima del Ponte di Napoli, poi si percorreva a piedi una strada sterrata (che aveva inizio sul lato sinistro del luogo di sosta dell’autobus), in fondo alla quale si trovava un basso edificio rosso. Era quello il punto di riferimento dei sogni erotici dei giovani e meno giovani ciociari d’allora. Il portoncino d’ingresso al pianterreno immetteva direttamente in uno stanzone al centro del quale si trovavano due grandi divani; altri due divani simili erano appoggiati ad altrettante pareti sulle quali erano appesi alcuni orribili quadri: in un angolo era situata una specie di scrivania sovrastata da una cassa del tipo di quelle che ancora oggi si vedono nei bar dei vecchi film in bianco e nero. La porta accanto conduceva, presumibilmente, alle stanze delle “ospiti”. Dietro la scrivania troneggiava la figura di una vecchia megera, la “maîtresse” (generalmente la tenutaria della casa di tolleranza), che invitava ripetutamente gli ospiti a non perdere tempo e sollecitandoli ad “invitare le signorine”. Le quali erano prosperose quarantenni et ultra, seminude, che passavano ammiccanti vicinissime agli avventori seduti sui divani, mostrando generosamente seni abbondanti, ma tanto abbondanti da scendere fin sotto l’ombelico. Questa scena “mostruosa” si presentò ai miei occhi increduli nel momento di varcare la soglia d’ingresso di quell’ambiente invaso dal fumo di sigarette e da odori nauseabondi di profumi da quattro soldi. Una visione allucinante tra l’imbarazzo, la tensione, la sorpresa e lo schifo. Mi ritrovai casualmente seduto vicino a un signore che, guardate il caso, era proprio del mio paese. Egli, sorpreso dalla mia presenza (ma anch’io dalla sua), volle fare lo spiritoso e disse: “Ah, tu sei qui. Stasera lo dico al Maestro” (con riferimento a mio padre che all’epoca era il maestro della banda musicale di Sora). E io gli risposi: “Mio padre, da uomo, potrebbe anche essere orgoglioso di tale notizia; ma non altrettanto sarebbe tua moglie se io gliene parlassi”. Finimmo col riderne. Subito dopo, traumatizzato, avvilito, demoralizzato, uscii dallo stanzone seguìto dagli amici accompagnatori. Decisi allora che non avrei mai avuto in vita mia rapporti sessuali con signorine di case chiuse né con donne da marciapiedi. E mantenni fedelmente la promessa fatta a me stesso.

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cliente, prostituta e maitresse

Ma di quelle “case”, a Roma, ne esistevano una ventina, e le visitai tutte, dalle più aristocratiche (via degli Avignonesi, via della Fontanella di Borghese) a quelle considerate “di bassa truppa” (via Cimarra, via dei Capocci, via di Panico), fino alla più miserabile (via dei Cappellari), assai simile a quella del mio primo impatto con tali realtà. Ma ve ne erano altre, interessanti, in via dell’Arco della Pace, via Bocca di Leone, vicolo della Campanella, via di Capo le Case, via dei Coronari, via della Fontanella, via del Grottino, via Laurina, vicolo del Leonetto, via Mario de’ Fiori, via del Pellegrino. Credo di averle ricordate tutte, e tutte le visitai una prima volta per curiosità personale e poi, in seguito, più volte, in qualità di accompagnatore di tutti i miei amici ciociari che, capitando a Roma, venivano appositamente a cercarmi. E devo riconoscere che talvolta vi ho trovato ragazze molto carine. Una volta, in particolare, vi notai una giovanissima mora di 23-24 anni, di straordinaria bellezza, per la quale si era formata una fila di una ventina di persone, compresi tre miei conterranei che avevo accompagnato. Ebbene, la fanciulla era talmente bella che… fu più forte di me, e per la prima volta nella mia vita, pur senza convinzione, mi lasciai vincere dalla tentazione di… “provare” in quel luogo. E mi misi in fila davanti ai miei paesani già “intruppati” che mi avevano gentilmente concesso la precedenza. Quando giunse il mio turno ed entrammo in camera, la ragazza si tolse rapidamente vestaglietta e slippino mentre io mi stavo ancora sfilando la giacca. A quel punto, oltre alla sua splendida forma fisica dimostrò una incredibile volgarità di approccio perché mi apostrofò in questo modo: “Ehi, ma che combini, stai ancora così!… Sbrìgati che ho tanti clienti che mi aspettano, non ho tempo da perdere, forza, sbrìgati!…”. E io, con alquanta meraviglia, risistemandomi la giacca che non avevo ancora completamente tolta, le risposi: “Senti fanciulla, tu sei certamente una splendida donna, ma ti mancano due doti fondamentali, la dolcezza e la femminilità, e io non sono la belva affamata che si tuffa sulla preda per concludere il tutto in pochi secondi. Quindi non fai al caso mio e perciò me ne vado”. E lei: “Tu non puoi fare così perché altrimenti mi devi pagare lo stesso”. “Come sarebbe a dire – continuai – tu mi chiedi il pagamento di un servizio non prestato! Sai che potrei denunciarti? E anzi, per dispetto ti tolgo subito tre clienti miei amici che ho accompagnato qui e stanno aspettando giù il loro turno; e proprio adesso tocca a loro”. – “Va bene, non t’innervosire, faccio tutto quello che vuoi, non crearmi problemi, ti prego. Ne ho già troppi di miei, non mi complicare la vita”. E io, che ho il cuore tenero, pagai regolarmente la prestazione non effettuata e raggiunsi gli amici soddisfatto e felice di non aver tradito la promessa che qualche anno prima avevo fatto a me stesso.

In quel periodo mi venne offerta la possibilità di entrare a far parte di una specie di club che organizzava la claque nei più importanti teatri di Roma. Nessun compenso, ma ingresso gratis e posti riservati nelle prime file. Unico compito era quello di battere le mani al momento opportuno, su decisione e segno convenuto del capo clan. Bastavano pochi battimani iniziali a trascinare poi tutta la platea e tutta la galleria. E i frequenti battimani determinavano, nella maggior parte dei casi, il successo della manifestazione. Per oltre due anni mi giovai di tale privilegio e mi gustai “a uffa” i maggiori spettacoli e le maggiori riviste che si tenevano al Sistina, al Valle, all’Argentina. Il ricordo più bello resta legato alla compagnia di Macario e al suo corpo di ballo, costituito da splendide ragazze “maggiorate” che poi noi giovani ci sognavamo di notte. Alcuni anni dopo ebbi l’occasione e l’onore di conoscere il dott. Edilio Leoni, studioso e storico della Sabina, ma anche medico del Teatro dell’Opera, il quale, disponendo sempre di un certo numero di biglietti omaggio, mi offrì l’opportunità di vedere, comodamente seduto nelle prime file della platea, tutte le opere e i balletti che mi interessavano. E, appassionato come ero e sono, essendo nato e cresciuto in ambiente musicale (mio padre era maestro di banda e buon compositore), ne ho approfittato per godermi tantissimi spettacoli, spesso elargendo biglietti anche a parenti e amici.

Willy Pocino

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