François Rabelais e l’«Abbazia di Tèleme»

da “Gargantua e Pantagruele” di François Rabelais (traduzione di Augusto Frassineti)

CAPITOLO 57 del “GARGANTUA”

La regola dei Telemiti e il loro modo di vivere

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Tutta la loro vita si svolgeva non secondo leggi, statuti o regole, ma secondo il volere di ciascuno, il loro libero arbitrio. Si levavano da letto quando loro piaceva; bevevano, mangiavano, lavoravano, dormivano, quando ne avevano voglia; nessuno li svegliava, nessuno li forzava a bere o a mangiare o a fare qualsiasi altra cosa. Così aveva stabilito Gargantua. La regola del convento era racchiusa in un solo articolo:

FA’ CIÒ CHE VUOI.

Giacché gli uomini liberi, ben nati e bene educati, avvezzi alle oneste compagnie, hanno di lor natura (ed è ciò che i Telemiti chiamavano onore) un istinto, uno stimolo che sempre li spinge ad azioni virtuose e li tiene lontani dal vizio; mentre, allorché, per vile soggezione o per violenza, sono oppressi e asserviti, volgono la nobile inclinazione per la quale spontaneamente tendevano alla virtù, ad abbattere ed infrangere quel giogo; perché, se vi è un’azione proibita, è quella che noi intraprendiamo e, per tutto ciò che ci è negato, ci struggiamo di desiderio. In grazia di tale libertà, una lodevole emulazione li indiceva tutti a fare ciò che apparisse gradito ad un solo. Se qualcuno o qualcuna diceva “beviamo”, tutti bevevano; se diceva “giochiamo”, tutti giocavano; se diceva “andiamo a spasso per la campagna”, tutti vi andavano. E se si trattava di andare a falcone, per uccelli o per lepri, le Dame, montate su belle chinee, con il loro focoso palafreno, recavano ognuna sul pugno graziosamente inguantato uno sparviero o un laniere o uno smeriglio; e gli uomini gli altri uccelli da preda. Erano tanto nobilmente educati che non c’era fra loro cavaliere o dama che non sapesse leggere, scrivere, cantare, suonare armoniosi strumenti, parlare cinque o sei lingue e in quelle comporre sia in versi sia in prosa. Mai non si videro cavalieri tanto valorosi, tanto galanti, di tanta destrezza a piedi e a cavallo, più prestanti, più pronti di quelli, più abili nel maneggio di qualsiasi arma; né mai si videro dame di tanto garbo, eleganza e pulizia, meno petulanti di quelle e di mano più sagace nell’arte del cucito, del ricamo, e in ogni altra cura muliebre libera e onesta. E così, quando accadeva che qualcuno di quell’Abbazia volesse uscirsene di là perché richiesto dai parenti o per altro motivo, questi portava con sé una delle dame, quella che lo aveva accettato come suo cavaliere, per farla sua sposa. E come bene avevano vissuto a Telème in armonia e reciproca devozione, così e ancor meglio continuavano a vivere da sposi e si amavano l’un l’altro fino alla fine dei loro giorni come nel primo giorno delle nozze.

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F. Rabelais (1494-1553)

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