EUGENIO MONTALE: “La danzatrice stanca” (1969)

Carla Fracci, La Sylphide 1985
Carla Fracci

LA DANZATRICE STANCA

Torna a fiorir la rosa
che pur dianzi languia…

Dianzi? Vuol dire dapprima, poco fa.
E quando mai può dirsi per stagioni
che s’incastrano l’una nell’altra, amorfe?
Ma si parla della rifioritura
d’una convalescente, di una guancia
meno pallente ove non sia muffito
l’aggettivo, del più vivido accendersi
dell’occhio, anzi del guardo.
È questo il solo fiore che rimane
con qualche merto d’un tuo Dulcamara.
A te bastano i piedi sulla bilancia
per misurare i pochi milligrammi
che i già defunti turni stagionali
non seppero sottrarti. Poi potrai
rimettere le ali non più nubecola
celeste ma terrestre e non è detto
che il cielo se ne accorga. Basta che uno
stupisca che il tuo fiore si rincarna
a meraviglia. Non è di tutti i giorni
in questi nivei défilés di morte.

Eugenio Montale

montale
Eugenio Montale

PARAFRASI

Torna a fiorire la rosa che prima sembrava un po’ appassita. Dianzi? vuol dire prima, poco fa. Ma si può usare l’espressione “poco fa” per periodi tutti uguali, che si susseguono monotoni? Io sto parlando del rifiorire di una convalescente, di una guancia un po’ meno pallida, se posso usare un aggettivo antiquato che sa di muffa, di un occhio più vispo e vivace, anzi di uno sguardo più acceso. È questo il solo fiore che resta, grazie a un tuo elisir d’amore [il dottor Dulcamara è una specie di stregone-ciarlatano, tra i personaggi dell’opera buffa “L’elisir d’amore” (1832) di Gaetano Donizetti]. A te basta salire sulla bilancia per renderti conto di essere tornata in forma, sottile e leggera come quando danzavi. Poi potrai ricominciare a volare non più come una nuvola del cielo, ma come una creatura terrestre, e non è detto che il cielo non se ne accorga. Basta che qualcuno si stupisca del fatto che il tuo fiore sboccia di nuovo, si riapre. Non è una cosa da poco in questo periodo in cui i balletti sembrano sfilate di morte.

BREVE COMMENTO

Eugenio Montale scrisse “La Danzatrice Stanca” nel 1969, sei anni prima di vincere il Premio Nobel per la letteratura. La poesia (che appartiene alla racconta “Diario del ’71 e del ’72”) è in versi liberi ed è dedicata a Carla Fracci, una delle maggiori danzatrici classiche italiane. Nel 1969 la Fracci era incinta e lontana dalle scene per la maternità. In quegli anni il poeta genovese faceva il critico musicale per il “Corriere della Sera”, viveva a Milano e frequentava il teatro della Scala anche per recensire balletti. Alcune di queste recensioni di danza sono oggi raccolte nel volume “Prime alla Scala”. Montale era già un poeta affermato (la pubblicazione di “Ossi di Seppia”, l’opera di esordio che lo fece conoscere, risale al 1925) e la frequentazione assidua della Scala gli aveva consentito di assistere ai progressi della Fracci, prima come ballerina di fila e poi come protagonista della scena internazionale. Erano amici, legati da un rapporto di stima reciproca. La Fracci viene descritta dal poeta come figura leggerissima, quasi eterea, che torna a ballare dopo essere diventata mamma (poi potrai rimettere le ali: le ali sono metafora di questa levità). All’inizio la presenta quasi come un’ammalata che si sta ristabilendo (si parla della rifioritura / d’una convalescente) e infatti il viso ha ripreso colore (guancia meno pallente) e lo sguardo è più luminoso (vivido accendersi / dell’occhio, anzi del guardo). La Fracci non è convalescente in assoluto (la maternità non è ovviamente una malattia!) ma per le scene, poiché non poteva danzare col pancione o subito dopo aver partorito. Ma ora che sta riacquistando la forma (a te bastano i piedi sulla bilancia / per misurare i pochi milligrammi / che i già defunti turni stagionali / non seppero sottrarti) e quindi tornerà a ballare, non sarà più una creatura celeste come una nuvola (nubecola), per aver dato alla luce un figlio, bensì terrestre, eppure sempre speciale e straordinaria grazie alla magia artistica della danza: tutti si accorgeranno che è tornata dato che, senza di lei, i balletti sembrano sfilate di morti (nivei défilés di morte).

6 pensieri riguardo “EUGENIO MONTALE: “La danzatrice stanca” (1969)

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