5 marzo 1922-5 marzo 2022: centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini. Dante Maffìa: “Pasolini dalla poesia al cinema” – I

pasolini

Pier Paolo Pasolini è lo scrittore del nostro tempo che ha suscitato, in assoluto, maggiori adesioni e rancori. Molto spesso irrazionalmente, senza una ragione obiettiva, senza conoscere la sua attività di poeta, di critico, di romanziere e di cineasta. Che cosa c’è nella sua persona, nei suoi comportamenti, nelle sue parole, nei suoi gesti, nelle sue opere di così irritante da un lato e di così affascinante dall’altro? È la domanda che mi sono sempre posto e alla quale oggi voglio tentare di dare una risposta.

Pasolini è un oceano in tempesta quando parla e scrive soprattutto contro il potere. Ne analizza le storture, gli abusi, le magagne, le aberrazioni; ne mostra le escrescenze purulente, gli orrori, ma non propone soluzioni (i poeti, si dice, non sono politici, statisti, economisti o sociologi). E che non le proponga va bene. Ma non va bene fare disamine puntuali e pertinenti da politico e poi lasciare agli altri il compito delle soluzioni. È un atteggiamento anarcoide e non anarchico, fintamente rivoluzionario, da saputo di provincia che ha da dire su tutto e su tutti ma poi non saprebbe neanche gestire l’organizzazione familiare. Un atteggiamento simile dà adito a irritazioni d’ogni genere e non mette specificamente scomodo nessuno, perché le accuse generiche lasciano il tempo che trovano. Facciamo un solo esempio: quando mai la mafia se l’è presa con coloro i quali hanno parlato molto, molto male del fenomeno senza fare nomi, senza produrre documenti?

Pasolini, in un certo senso, si è comportato così. Metteva subbuglio, creava imbarazzo, ma non colpiva nel centro del bersaglio. Molte sue analisi sembrano pagine della letteratura francese di fine Ottocento, di Zola, per esempio, e mettono in luce le devastazioni dei costumi, degli ambienti, dei comportamenti di una società che può essere quella tedesca o giapponese, australiana o belga. Ed è ovvio che siano pagine “generiche”, in cui la messa a fuoco delle problematiche non va al di là di indicazioni socio-antropologiche nonostante che alla base vi siano le letture di Ernesto De Martino. In questa maniera si finisce per fare il bastian contrario senza mai ottenere una reale udienza da parte di chi gestisce o dovrà poi gestire il potere. Insomma l’oceano Pasolini non devastava nulla, non si è mai trasformato in tsunami, in ciclone, in terremoto; ha acceso fuochi fatui: gli è mancata la visione organica e strutturale dei problemi; ne ha visto solo parziali lacune e le ha indicate con forza e veemenza come se fossero il male nella totalità, l’assoluto del male. E comunque mettendo sempre sé stesso al centro del dolore o del male, delle analisi, delle immagini. È stato il paladino della sineddoche. Credo che da ciò vengano fomentati gli atteggiamenti di chi lo ha contrastato e odiato, oppure amato e osannato, da una identificazione che ha presupposti piuttosto psicanalitici anziché sociali e culturali.

Comunque sia, la sua persona e la sua opera sono state fraintese, e continuano ad esserlo, spesso soffocando la parte autentica del poeta che viene sovrastata dalla zavorra messa in atto da esegeti e finti esegeti, da vedovi e vedovelle in lutto, incapaci di discernere e di valutarne serenamente la vita e le opere e convinti che il loro poeta sia stato l’unico ad aver avuto un ruolo significante nella società dei consumi. Io sono invece tra coloro che non si sono entusiasmati e non hanno puntato il dito contro Pasolini. Posso dunque sciogliere all’urna un cantico. L’ho conosciuto alla fine degli anni sessanta, se non ricordo male nel sessantasette. Fu Dario Bellezza a invitarmi a cena una sera al “Biondo Tevere”, sull’Ostiense (ristorante dove poi siamo tornati molte altre volte sia con lui che con Elsa Morante e Alberto Moravia, separatamente). La persona non mi piacque: aveva il piglio dei timidi aggressivi che hanno da ridire su tutto, ai quali non va bene mai nulla, che hanno sempre ragione anche quando hanno torto e non conoscono l’argomento. Intendiamoci, fu gentile e perfino cerimonioso: parlò della Calabria, del Premio Crotone, di Repaci, e mi fece molte domande, ma era come se non ascoltasse dopo aver domandato, come se fosse sempre in un altrove in cerca di qualcosa. La mia sensibilità rimase perplessa. Lo dissi a Dario il quale rispose: “Non ci fare caso, a quest’ora in lui si sveglia il lupo e il poeta diventa predone”. Ebbi altre occasioni di chiacchierare con lui e mi feci l’idea di una persona, di uno scrittore a cui non interessa la realtà, ciò che sta vivendo, e che è sempre preso da se stesso. Ma credo che c’entri poco col suo narcisismo: era altro, non so dire esattamente che cosa, forse l’inseguimento di un se stesso perduto nell’infanzia. È certo, dai discorsi fatti, che del degrado di Roma, delle condizioni della plebe, delle borgate non gliene importava nulla. Era uno scenario che gli permetteva di inveire, di costruire un piedistallo da cui poteva essere ascoltato.

Una sera si parlò a lungo di Cesare Pavese. Mi fu chiaro che Pasolini lo adorava e se ne sentiva il continuatore, ma mi fu chiaro anche che non l’avrebbe mai confessato a nessuno, come a nessuno confessò per iscritto che all’inizio aveva amato e imitato soprattutto Salvatore Quasimodo, Acque e terre, Erato e Apollion e la traduzione dei Lirici greci. In seguito ho pensato molte volte a quella serata, al rapporto tra lui e Pavese e forse non è azzardato dire che in fondo sono stati tutti e due dei decadenti incapaci di aderire alla realtà che li sovrastava, che andava configurandosi aspra, soprattutto a causa di un loro deficit di umanità autentica, di una loro apertura vera sul mondo. E sul rapporto con Pavese bisognerebbe indagare con cura per rendersi conto che molto della “narratività” in poesia Pasolini la deve a lui. Vorrei precisare che queste valutazioni sono state fatte a seguito degli incontri con Pasolini e poi verificate sui testi, per evitare affermazioni gratuite o nate sull’onda di impressioni, per comprendere la portata intellettuale e artistica di uno scrittore fuori dalle posizioni di simpatia o antipatia, visto che per la gran parte quando si parla di Pasolini si finisce per soffermarsi sulle sue vicende umane o disumane, che dir si voglia.

Alcuni anni fa ho curato per una Università degli Stati Uniti la parte di un volume sui dialetti e le regioni italiane. Ho lavorato sui poeti del Lazio, della Campania e del Friuli Venezia Giulia e, naturalmente, mi sono occupato di Pier Paolo Pasolini, della sua poesia in dialetto. Ho affermato che siamo di fronte a un lirico puro, uno che sa fare tesoro della lezione di Arturo Onofri, di Alfonso Gatto, di Corrado Govoni, di Sandro Penna, di Salvatore Quasimodo, oltre che di D’Annunzio, Pascoli, Carducci e Gozzano, un lirico che ha il gusto della metafora e delle immagini, del colore, e sa fermare, in sintesi perfette, quelle che sono state chiamate scorribande elegiache, immersioni felici nella dolcezza del paesaggio friulano Giuseppe Zigaina, che ebbe modo di fare avvicinare Pasolini alla pittura, aveva capito questa sua inclinazione e le dette la stura. Scrive tra l’altro: “La pittura fu dunque per Pasolini una vera e propria vocazione; tanto che nel 1947 egli sentì la necessità non solo di cimentarsi a fondo nella tecnica che andava sperimentando, ma anche di esporre i suoi quadri e di confrontarsi con altri pittori in mostre di notevole rilievo… Per citare un solo esempio, basterà dire che l’immagine archetipica di bellezza adolescenziale, rappresentata da un giovanetto ricciuto con i capelli sulla fronte e con gli occhi pungenti, che il poeta rincorrerà fino agli estremi della sua vita, emerge proprio dai suoi primissimi disegni di Casarsa”.

Voglio partire da qui per entrare nel tema di questo articolo. Dalla poesia al cinema dà immediata l’idea e la sintesi di un percorso autentico e privilegiato di Pasolini. Il resto – la sua narrativa, la sua attività di giornalista, di semiologo, di critico, di polemista – è poca cosa, almeno a sentire i giudizi di Umberto Eco, di Edoardo Sanguineti e di altri accademici insigni. Per esempio i romanzi del nostro autore, pur avendo fatto molto scalpore, non sono opere riuscite, e l’uso del dialetto, come ha dimostrato Carlo Cassola, non è altro che un furore citazionista all’interno di corpi assenti; non mostra energia popolare, marginalità vera, ma borgate illustrate, stereotipi di una umanità già presente nei romanzi di Sue e di Mastriani, seppure con valenze diverse. Dunque, il poeta che va verso il cinema. Finora, per quanto è a mia conoscenza, si è sempre parlato del narratore che diventa uomo di cinema. Un libro di narrativa, nell’immaginario collettivo, è l’anticamera di una pellicola. Non sono forse stati tratti centinaia di film da romanzi famosi e meno famosi? Pensare che invece i film di Pasolini hanno scaturigine dalla sua poesia determina perplessità e disorientamento, ma io proverò, testi alla mano, di dimostrare come egli abbia travasato le immagini liriche in immagini della celluloide, anche quando sembra che la presenza della realtà sia massiccia, si vedano Porcile, 1969, Decameron, 1971, I racconti di Canterbury, 1972, Salò e le 120 giornate di Sodoma, 1975. Si badi, io faccio riferimento alla prima fase della poesia di Pasolini, perché poi egli tradisce se stesso incominciando quella rincorsa ibrida e ambigua che non faceva capire molto bene da che parte stesse e che cosa volesse ottenere.

È di Alberto Asor Rosa un giudizio illuminante sull’attività di Pasolini, così sintetizzato da Luigi Martellini nel suo libro laterziano: “Il ‘sinistrismo’ di Pasolini, secondo Asor Rosa, si spiegava con quello tipico ‘del letterato piccolo-borghese, che cerca compenso al timore del proprio isolamento nel contatto, anche qui prefigurato ideologicamente e intellettualisticamente elaborato, con la massa popolare e con i suoi innocui rappresentanti ufficiali’. Delle Ceneri Asor Rosa diceva che Pasolini arrivava ad essere poeta quando riusciva ‘a fare della sua stessa orgogliosa autoinsufficienza di letterato un motivo di dramma e di disperazione’. Quando ‘piange e si dispera’ non si sente mai vibrare in lui il sentimento integralmente umano, in quanto lo scrittore è ‘nascosto dietro passioni e impulsi’ provenienti da un mito letterario ambiguo, evanescente, astratto come la sua sofferenza, la quale è ‘letteraria’ e non ‘umana’, come certamente egli scambia se stesso, letterato decadente e palesemente conservatore, per uno scrittore progressista, aperto a drammi più vasti del mondo moderno’.” Trascurando la polemica che investì all’epoca tutto il mondo letterario, rimane il fatto che da sinistra Pasolini viene valutato inautentico addirittura quando si tratta della sua nuova poesia. E io credo che ciò sia vero. La sua natura di lirico sfociata nella poesia ideologica e impoetica, per dirla con Scalia, Romanò e Fortini, soffriva delle adesioni fatte per “convenienza” o per “suggestioni” nate sull’onda del desiderio sfrenato d’essere protagonista a tutti i costi.

Non so se credere fino in fondo alle tesi di Zigaina sulla morte di Pasolini (peraltro anticipata da Oriana Fallaci e da Guido Piovene) come atto supremo di creazione (“È la morte – dice lo stesso Pasolini – che compie il fulmineo montaggio del film della nostra vita”), certo è che il poeta fa di tutto per produrre di continuo situazioni che lo vedono protagonista. È divorato, come scrisse Guido Piovene, dalla “follia della Croce” per sentire sul suo corpo e nella sua anima la diversità dentro una civiltà ormai incivile e dove la pietà è stata cancellata. Ogni suo film racconta una parte nascosta del suo essere, che lui attribuisce al “sociale”, all’esterno, ad altri. Invece, se si fa bene attenzione, Pasolini, sempre e ovunque, narra se stesso, narra della sua infanzia e degli incubi, dei disastri avvenuti in lui, delle debolezze, delle esaltazioni, dei desideri, delle ferite della sua anima, delle sue scoperte, delle sue adesioni, delle sue scelte, di ciò che lo infastidisce o lo lega profondamente, di ciò che lo coinvolge o lo allontana irrazionalmente. Nulla, mai, è oggettivato, tutto è viscerale e legato all’ideologia del proprio essere. Il divenire è una nozione sconosciuta alla sua personalità. Egli resta chiuso nel deserto della propria infanzia, col padre autoritario prima e poi beone al ritorno dalla prigionia, con la madre che è una perenne fidanzatina, con le frustrazioni della propria diversità vissuta all’inizio come vergogna e segreto e poi come bandiera da sventolare per provocare e offendere, per imporre. È quindi naturale che tutto si dipani dalle prime esperienze e perciò dai primi versi, da quelli in friulano, nei quali egli non si nasconde. Anzi in quelli si apre ai sogni e alla realtà, a ciò che prova, a ciò che ama e sente, a ciò che vede e immagina. Ma questo non è un limite, altrimenti dovremmo vedere alla stessa maniera opere come Gente di Dublino di Joyce o qualsiasi libro di Singer. Rimane il fatto che l’equazione poesia cinema si attua senza passare attraverso le successive esperienze. Quando Pasolini, per esempio, scrive le sceneggiature non si discosta mai, dico mai, dal se stesso fanciullo. Lo so, sembra una tesi azzardata, ma per uno scrittore così complesso e multiforme oserei dire che niente è azzardato, naturalmente tenendo sempre presente i testi e le azioni, le dichiarazioni (anche se strumentali) e l’operare del poeta, ma anche le deduzioni e le interpretazioni fatte, per esempio, da Oriana Fallaci e da Carlo Bordini e poi dalle centinaia di testi che si ripetono all’infinito, che dilatano tesi fritte e rifritte esagerando sia nel cercare di ridimensionare Pasolini, sia nel volerlo rendere un dio sconfinato.

Nel 2005 è uscito un testo di Gianni D’Elia, L’eresia di Pasolini, in cui si susseguono affermazioni deliranti e si propongono paragoni con Leopardi impossibili da sostenere se non a costo di forzare la mano. Di contro Pier Vincenzo Mengaldo, che per la prima volta mi trova d’accordo, ha scritto in un indimenticabile articolo sul “Corriere della Sera” che Pasolini è un manierista, inteso in senso negativo, affermando che “qualcuno continua perfino a credere che sia un grande poeta”. (continua)

Dante Maffìa

 

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