“Il tratto che ci unisce”, di Cinzia Demi, letto da Marco Onofrio

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Cinzia Demi

“Il tratto che ci unisce” (Catania, Prova d’autore Edizioni, 2009), di Cinzia Demi, è una silloge distillata dall’autenticità del vissuto, in cui si evoca l’idea di una scrittura poetica come guarigione, ovvero compensazione energetica al disagio della civiltà, mediante la ricucitura dei frammenti e la ricomposizione del dolore, delle fratture che l’esistenza produce negli individui rispetto al mondo e al tempo attraversato. La pagina pare sempre inseguire il correlativo di un oggetto invisibile, che manca e che appunto la parola lascia intuire per vie metafisiche, allusive, sottili, come parlando d’altro. È un modo di sapere tra le pieghe, esplorando le vie astratte delle relazioni profonde, dei simboli, delle rappresentazioni interiori: “cosa pensi di me / tu che m’incontri per la via / tu che incroci il mio sguardo / per un attimo e vai via”. E insomma, i fili nascosti che segnano il “tragitto breve / tra l’occhio e la mente” e reggono la struttura interna della spirale-mondo: “un cerchio dopo l’altro su se stesso, si ripiega / e infinite sono le sue combinazioni”.

Scrivere è scavare fino a trovare il seme della connessione creaturale, del rapporto che – nello spazio evolutivo del sé – apre l’essere oltre i confini del soggetto: appunto “il tratto che ci unisce”, ciò che “non finisce” perché continua all’infinito intorno a noi. Allargare la propria anima a quella degli altri e a quella intera dell’universo. Rievocare l’esistenza scomparsa nell’imbuto della dissolvenza: far “tornare / i luoghi e i momenti”. La poesia è una dimensione dello spirito e una intensità del pensiero che portano lo sguardo a chiarezza. È un’alba che leva la notte “d’addosso / come acqua pulita”. Un trillo risvegliante capace di bucare i muri e le barriere degli addormentati, “quelli che passano / fieri del loro tempo / con quel dio frettoloso / che li accompagna / quelli che tirano la cordicella / nel boato bastardo / che tutto annienta”. Occorre affrontare la frustrazione e talvolta la nausea che si sperimentano quando quel che hai da dire non può essere detto nel linguaggio che conosci. Le parole “altre” dell’inesprimibile si annidano nelle nuvole e “non riescono a scendere a terra”. Da una parte le parole dell’uomo; dall’altra quelle del mondo. Scrive la Szymborska, citata da Cinzia Demi: Lo chiamano granello di sabbia. / Ma lui non chiama se stesso né granello / né sabbia. Come sciogliere il “doppio filo / del silenzio” che annoda il mistero delle cose?

La poesia è un tentativo umano di rispondere a questo “appello elementare” che convoca sul foglio parole “non ancora chiamate”. E non c’è bisogno di grandi discorsi: il particolare minimo è ricco di universale, c’è tutta la vita “nel riflesso del mio bicchiere”. Cinzia Demi fa sua la lezione di Saba e la innesta alla “musica” congeniale del conterraneo Caproni. Gran parte del libro si svolge nello spazio casalingo di appartenenza, ad esempio la cucina di notte, teatro di riflessioni e di bilanci (“sento passare sul corpo / il treno del rimorso”) ma anche di ascolto del silenzio e del tempo che passa, di colloquio con le voci profonde e le dimensioni invisibili, in cerca di risposte: spazio familiare di occhi che parlano e di braccia che “accolgono ogni istante”: “in quel lieve tintinnare di posate / apparecchiate per la cena (…) tutte le risa e i gesti del nostro raccontarsi”. La poesia è un modo per affidarsi e aggrapparsi alla luce, sforzando gli occhi per continuare a vederla “anche quando / per il troppo guardare / sembra sparire”. Un modo di contraddire all’indifferenza: è la deviazione che “per sbaglio”, decostruendo l’apparente perfezione, crea un “punto di unione” che fa incontrare le rette parallele. Il ritorno in Toscana, a Piombino, le dà ogni anno la misura originaria dell’esilio, giacché la terra della sua infanzia è perduta per sempre, sa che “non c’è rimedio / al fuoco spento”; ma “d’estate” quando torna “a casa” è “come un risveglio / dal lungo letargo dell’assenza”. Ecco allora, magicamente, le cose che “rinascono negli occhi”, e i “sogni ancora intatti”: “ancora / come allora”. Gli odori perduti; l’aria dolce di metà giugno; il sole di primavera che filtrava “dallo spiraglio delle persiane”. E la “campagna di casa / dove ancora facevano meraviglia / le prime luci della sera”. Poesia, dunque, è ritrovare nello sguardo quella stessa meraviglia, malgrado gli anni trascorsi. E soprattutto il mare, e lo “sguardo del mare / al tempo di scuola” quando a una certa ora “passava / sempre una nave / che del suo carico / nulla lasciava vedere // e voglia di rubare / magari ai gabbiani / un sogno con le mani”. La ricerca del tempo perduto si spinge fino a “qualche mese prima / di quando sono nata”, evocando da una foto “le voci i brusii gli ascolti” del mondo ormai passato.

Il libro tratteggia e dipinge gli elementi umanissimi e concreti di un’epica del quotidiano che assomma nel sedimento oscuro degli anni la fatica del lavoro, gli occhi stanchi, la calca degli autobus, “il frigo per la cena”, i compiti del figlio da seguire, i genitori che invecchiano, le mani che perdono forza, e insomma i segni dolorosi della nostra presenza dentro le vie della vita, riscattati oltre la disperazione delle singole esistenze. Come la prima rondine della primavera, ancora incerta, “attaccata alla vita / da un tetto all’altro scacciata” che impone il suo grido e impaurita ricomincia e non smette mai – fino all’ultimo battito del cuore – di costruire e dare amore. La poesia è questo credo disperato che permette di estrarre il segreto ultimo della nostra verità per aggiungerla a quella del mondo. Anche e soprattutto se, come in questo caso, il poeta è “un albero con le radici dentro” che fatica “a lasciarle andare”.

Marco Onofrio

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