“Chiudi gli occhi che mi vedi meglio”, di Angelo Martinelli, letto da Dante Maffìa

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Angelo Martinelli ci introduce al suo romanzo (Chiudi gli occhi che mi vedi meglio, Roma, Bastogilibri, 2019, pp. 101, Euro 12) con una citazione di François de La Rochefoucauld, “L’amore è uno solo, anche se ne circolano migliaia di copie” ed è stato quasi naturale, per me, proseguire la lettura preparata da questa illuminazione fatta di verità, di ironia, di cinismo, di papiniana o, se volete, di malapartiana anarchia. Sì, mi riferisco a due scrittori a loro modo irriverenti (Giovanni Papini e Curzio Malaparte), che non stanno nei canoni, che hanno sempre voluto vedere che cosa sta dietro la realtà anche guardandola! al buio. Insomma ho continuato la lettura e le sorprese sono state tante, a cominciare dal modo “scamiciato” (si badi, ho detto scamiciato e non sciatto) in cui la storia viene narrata, senza le solite finzioni insistentemente letterarie. Insomma, fuori dai canoni. Eppure si nota subito che Martinelli non si è limitato alle letture giuridiche, essendo egli giudice, ma ha frugato nei meandri di narratori e di poeti, perfino in Lorenzo Stecchetti che era la lettura segreta di tutti i liceali di mezzo secolo fa.

Si tratta di una storia composta di un andirivieni di sorprese, di risvolti inaspettati che Martinelli sa dosare con abilità incuriosendo il lettore non tanto per vedere come andrà a finire la vicenda, quanto per cercare di capire le teorie di Massimo Angeli, il protagonista principale del libro, che ha comportamenti lontani da quelli usuali, che odia i luoghi comuni, che non sopporta neppure chi si esprime in maniera rozza e approssimativa, perché la parola deve saper racchiudere una quantità infinita di elementi ma non debordare mai, mai diventare sciocca portatrice di realtà inqualificabili. È una storia giudiziaria che però resta agli inizi, senza nessuno sviluppo, e forse per la prima volta è raccontata dall’interno e non dall’esterno, per la prima volta lo scandire degli eventi non è fatto di attese e di ipotesi fabbricate con piglio giornalistico.

È stata trovata morta Stella Antonietta Palladino, una donna di mezza età molto bella, che faceva l’avvocato. Non appare chiaro subito se si tratta di omicidio, di suicidio o di morte naturale. Il Procuratore Capo della Repubblica, Salvatore Pasquini, affida il caso a Massimo Angeli nonostante la sua riluttanza. È una faccenda che bisogna trattare con delicatezza perché la Palladino era la moglie del giudice della Cassazione Severi. Insomma un bel pasticcio che si va via via complicando quando Angeli riceve prima un collega che confessa di avere avuto una relazione con la donna e poi un avvocato, anche lui reo confesso di un rapporto naturalmente senza implicazioni sentimentali, avventure di quelle che hanno fatto nascere, a proposito di incontri simili, l’espressione del consumare il sesso. Già, Massimo Angeli, che solitamente non infierisce mai sui colpevoli, a questi signori darebbe l’ergastolo per la loro maniera cafona di raccontare ciò che avviene con le donne. Tratta male sia il collega e sia l’avvocato, che però non accettano la sua arroganza e le sue parole pesanti e si rivolgono a Pasquini raccontando l’accaduto. In questa occasione anche il Procuratore Capo confessa ad Angeli d’avere corteggiato la Palladino, donna avvenente, affascinante. Non racconto la conclusione, un colpo di scena che sorprende e riesce da dare il senso della realtà, anche all’interno dei tribunali, con una pacatezza descrittiva che tuttavia non diventa mai diretta evitando così il documento.

Ho sentito dire più volte ad Alberto Moravia che i narratori devono cercare di inserire quante più notizie e riferimenti è possibile nelle pagine, in modo che chi legge deve avere la sensazione di trovarsi nella pienezza della vita, in un salotto immenso in cui si parla di tutto. Angelo Martinelli sembra avere ascoltato la lezione di Moravia e quindi non sono rari, pagina dopo pagina, riferimenti a scrittori, ad attori, a film, a poeti, a vicende di cronaca che entrano come paragoni o come metafore per arricchire il dettato e renderlo appunto una marea palpitante di indizi. Si aggiunga che Martinelli sfodera spesso un’ironia sottile ed elegante che irrora i colloqui e li rende frizzanti e piacevoli, anche perché annaffiati, spesso, di aforismi, di battute, di allusioni.

Una volta la critica, fino a una ventina d’anni addietro, aveva il vezzo di definire i romanzi secondo le categorie ottocentesche e quindi c’erano i romanzi storici, drammatici, psicologici, di formazione, eccetera. Se volessimo anche noi mettere un’etichetta su Chiudi gli occhi che mi vedi meglio quale potrebbe essere? Io dico nessuna, perché Martinelli ha avuto l’abilità di sapersi muovere circolarmente sciogliendo la vita, anche se poi è stato catturato da una problematica importante che è quella di come deve essere vissuto l’amore. Il protagonista non è capace di vivere avventure, di giocare con le donne, di considerarle oggetti di piacere. Per lui esistono le emozioni, il legame che deve far sentire la pienezza del sentimento, altrimenti è incapace di qualsiasi relazione. È talmente radicato in lui questo modo di sentire e di comportarsi che perfino il suo psicologo, il professor Gabriele Franchi, lo ritiene un “pervertito sentimentale”. Finalmente una figura che esce dal coro, un personaggio che sente l’amore come un bene e non come un gioco effimere, come un appetito passeggero, e a me pare che un personaggio che porta dentro di sé valori di questo genere debba essere additato, sottolineato, perché significa che non ha rinunciato ai valori dello spirito, che ancora crede nella possibilità che il vero scandalo che si possa dare è sempre quello delle emozioni, del sogno:

“Un paio di minuti dopo uscì anche Angeli. Suore vedove, collaudatori di emozioni usate, semafori rossi dalla timidezza, gatti in canottiera, ladri di nuvole, pregiudicati sentimentali e un aquilone senza permesso di soggiorno lo stavano aspettando. E nell’attesa ascoltavano Le vent nous portera”.

Dante Maffìa

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