“Scoutismo a Roma nel dopoguerra”, di Giorgio Petraglia

fuocoscout

Nel luogo dedicato al loro Santo protettore – la chiesa paleocristiana di San Giorgio in Velabro – una lapide ricorda il 23 aprile 1945, quando gli scout romani poterono finalmente rinnovare la solenne, rituale Promessa. Nato, a Roma, nel 1912 con la collaborazione della Società Sportiva Lazio, il movimento dei giovani esploratori fu definitivamente soppresso nel 1928 dal fascismo che aveva sostituito lupetti, esploratori, rover, scolte, guide e coccinelle coi figli della lupa, gli avanguardisti, le piccole e le giovani italiane il cui carattere militaresco però era ben lontano dalle nobili finalità ispirate dallo storico fondatore Lord Baden Powell, valoroso generale inglese distintosi in Sud Africa nella guerra contro i Boeri.

Con l’arrivo degli Alleati e la liberazione della città finì il lungo periodo clandestino durante il quale, è bene ricordarlo, alcuni Riparti riuscirono, coraggiosamente, a tenere in vita una parvenza di normalità. Rifiorito nelle due branche dell’A.s.c.i. (Associazione Scoutistica Cattolica Italiana) e della G.e.i. (Giovani Esploratori Italiani) – assai numerosa la prima, laica e meno nota la seconda – lo scoutismo si diffuse rapidamente. Si può dire che ogni parrocchia avesse un suo Gruppo e quello di Ognissanti al quartiere Appio – il “Roma 43” – inaugurato nel 1924 da don Fiori e sciolto quattro anni dopo, fu tra i più frequentati e longevi essendo tuttora, col mutato acronimo di A.g.e.s.c.i. (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani), pienamente operoso. Interessante l’aneddoto sull’origine del caratteristico fazzolettone da arrotolare al collo, di colore giallo-oro bordato di viola – simbolo di appartenenza del Gruppo – casualmente ricavato da don Luigi Orione in persona (canonizzato da Giovanni Paolo II nel 2007) ritagliando paramenti sacri dismessi e consegnati ai primi iscritti.

Al Branco era stata riservata un’aula del contiguo istituto “San Filippo Neri”, completamente affrescata al suo interno con immagini di animali tratte da Il libro della Giungla, di lupetti e di san Giorgio (successivamente declassato e sostituito da san Francesco) di forte suggestione. Indimenticabile la figura del caro Baloo, giovane e allampanato sacerdote piemontese che da solo, con bravura e dedizione, ci riempì di gioia e allegrezza le giornate. Nello sfacelo morale e materiale del tempo, lo scoutismo rappresentò, oltre alla scuola, un valido punto di riferimento per la crescita e l’educazione di diversi adolescenti, altrimenti lasciati liberi di girovagare oziosi sui marciapiedi, di schiamazzare ai crocicchi delle strade o, peggio, di finire risucchiati in combriccole equivoche e pericolose. E non pochi furono i sacrifici che tante famiglie, ridotte dalla guerra in condizioni di povertà oggi difficilmente immaginabili, riuscirono a sopportare pur di concedere ai propri figli l’occasione di fare un’indimenticabile esperienza. Per i ragazzi soprattutto, poiché i sodalizi femminili erano scarsi e la rigida separazione in base al sesso escludeva l’eventualità di intraprendere insieme qualsiasi iniziativa. Le divise, il tipico cappellone alla boera, lo zaino, l’alpenstock e il modesto accessorio personale, avevano un costo al quale si dovevano aggiungere le quote mensili di partecipazione e le altre, straordinarie, per i campeggi estivi. Malandato e raccogliticcio l’equipaggiamento da campo. Tende, picchetti, utensili da lavoro, lanterne a petrolio, batterie da cucina, ecc., provenienti spesso dai mercati dell’usato di piazza Vittorio, di Porta Portese o da qualche deposito abbandonato o malamente custodito dalle truppe Anglo-americane, era ciò di cui disponevamo. Molte cose mancavano, tranne l’entusiasmo.

Sestiglia dopo sestiglia, squadriglia dopo squadriglia, “Lupi bruni”, “Lupi bigi”, “Cervi”, “Scoiattoli”, “Pantere” – fiamme e guidoni in testa – si saliva su camion sgangherati per l’agognata avventura. Al Lago di Bracciano, dove nella fitta boscaglia si nascondevano trincee abbandonate dai tedeschi in ritirata nel giugno del ‘44, in Abruzzo, in treno fino alle Dolomiti sotto gli occhi attenti di capi e vicecapi. Ogni volta una località diversa. Di solito erano i rover (esploratori di età superiore ai 17 anni) ad anticipare la partenza: trasportavano sul posto le attrezzature necessarie, allestivano la cucina, rifornivano la “cambusa” di provviste alimentari. Il resto della compagnia, giunto in seguito, piazzava le tende, erigeva l’altarino per la messa, completava la sistemazione dell’accampamento. Iniziava così, all’aria aperta, lontani da casa e dai genitori, la prova decisiva di far parte a buon diritto della grande famiglia scout. Si gareggiava in abilità fisica, in destrezza e velocità nel realizzare correttamente i nodi alla marinara, si seguivano le tracce lasciate lungo i sentieri per mantenere l’orientamento; imparavamo a distinguere gli alberi, gli arbusti, la stella polare e le costellazioni. Nel rispetto dell’ambiente, degli animali e della legge morale che regola la vita di ogni boy scout.

Il latte in polvere a colazione, il burro salato, le minestre e la carne conservati in barattoli marchiati Made in England e Made in USA, talvolta serviti a tavola, sembravano una prelibatezza. A sera, in attesa dell’ammaina-bandiera, riuniti intorno al fuoco di bivacco cantavamo le nostre belle canzoni. Infine, coricati sopra rustiche brande tirate su alla buona, protetti dai teli delle “canadesi” o rannicchiati nei pagliericci delle baite in alta quota trascorrevamo beatamente la notte. Nelle uscite invernali di un solo giorno andavamo ai Castelli, ci attendavamo in mezzo ai ruderi romani della Villa dei Settebassi presso Cinecittà, oppure raggiungevamo a piedi il Bosco Sacro della Caffarella, col rischio di essere presi a sassate dagli abitanti di quella baraccopoli (sorta allora ai margini del parco) che a malincuore eravamo costretti a percorrere per raggiungere la meta. Offesi e provocati dalla nostra presenza quei poveri diavoli emarginati ci scambiavano, forse, per figli privilegiati di genitori benestanti. Ma sberleffi e battutacce, benché isolati e senza conseguenze, giungevano anche da anonimi passanti, incrociati un po’ dovunque, per impulsi ideologici o di gratuito e irrazionale malanimo. Impegnativa pure l’attività in sede a cominciare dall’angolo di squadriglia col tavolo, le panche, gli scaffali, l’armadietto del magazziniere, la rastrelliera degli alpenstock – da noi stessi costruiti – da tenere in ordine e puliti, unitamente ai trofei, ai ricordi, alle collezioni di insetti e di farfalle fissati con spilli su riquadri a ornamento delle pareti. C’erano poi le riunioni settimanali, i programmi da concordare, le assemblee presiedute dal Capo, oltre le prove musicali della bizzarra banda di pifferi brianzoli composta dai più intonati, sempre pronta ad esibirsi nelle maggiori ricorrenze civili e religiose. Nel cortile in terra battuta dell’istituto – solitamente adibito a partite di pallone, saggi ginnici degli studenti e alla ricreazione in generale – montavamo semplici passaggi alla marinara e aerei ponti tibetani. E il tentativo di superare in equilibrio precario lo spazio che divideva le opposte testate provocava ripetuti scivoloni, motivo di risate o gesti di delusione da parte dei sottostanti compagni in attesa del proprio turno. Eravamo immancabili alle oceaniche adunate in piazza San Pietro per l’apostolica benedizione impartita da papa Pio XII e nel servizio d’ordine alle processioni. Frequentemente disattesa, invece, la personale “buona azione” quotidiana.

Un giorno si presentò in sede l’attore Alberto Sordi, proprio lui, l’Albertone nazionale. Aveva i capelli tinti di un rosso-carota, cercava esploratori per una particina nello spassoso film Mamma mia che impressione!, da girare in breve. Parlottò con qualcuno ma della comparsata non se ne fece nulla. Era il 1951. Il “Roma 43” s’era fatto comunque un buon nome. Ho cercato, scavando nel pozzo della memoria, di dare un’idea dello scoutismo capitolino nel clima e nell’ambiente sociale che caratterizzarono la fase postbellica attraverso le sole vicende del Branco, del Riparto e Clan di Ognissanti, poiché furono simili e comparabili a quelle di tutti gli altri raggruppamenti sparsi nel territorio. Spero, almeno in parte, di esserci riuscito.

Giorgio Petraglia

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