“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, di Marco Onofrio, letto da Maria Teresa Armentano

Nel risvolto di copertina emerge la domanda intorno alla quale si sviluppa il senso di questo sorprendente saggio interpretativo di Marco Onofrio (“L’officina del mondo. La scrittura poetica di Dante Maffìa”, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2021, pp. 298, Euro 16). “Può la critica della poesia farsi poesia essa stessa?” La risposta è positiva, a condizione che il critico sia pure poeta. E al lettore che ruolo spetta in questo gioco delle parti? Il lettore può diventare spettatore davanti al palcoscenico su cui domina la Bellezza, o aspirare al ruolo di amante? Con questa nota vorrei dimostrare che il lettore può riscoprire le emozioni che conducono per mano dentro i versi, affidandosi al cuore.

La realtà del mondo letterario non è un tappeto su cui Il poeta, Dante Maffìa, cammina agevolmente guidato dal suo talento, dal suo essere nato Poeta; al contrario è la stuoia ruvida di corda i cui nodi intralciano i passi del giovane poeta che si scontra con il mondo reale, specchio delle mistificazioni di tanti servi del potere, sia politico sia editoriale. C’è sempre nel mondo dell’arte chi sente il talento altrui antitetico al proprio, e oppone alla presenza viva dell’altro la sua assenza. Nel 2016, in una lettera di ringraziamento in risposta  alla recensione di un suo straordinario testo poetico, La Biblioteca di Alessandria, Maffìa scriveva quanto segue: “Sì, per me la poesia è una fede, la mia religione, e ancora credo che possa contribuire a cambiare il mondo, anche se è una linfa con passo lento…” Maffìa scriveva queste stesse parole, riportate  in una nota proposta alla riedizione del suo primo libro di poesie del 1974, Il leone non mangia l’erba, ribadendo che ha vissuto e vive la poesia come una religione, una fede assoluta. Onofrio ci racconta il poeta scegliendo i versi con i quali tesse la trama di un tessuto lieve, cangiante, mai dello stesso colore, dalle mille sfumature, con parole come note appartenenti a uno stupefacente spartito per riscoprire armonie diverse e infinite. Certo il saggista avverte la necessità di significare cosa sia la poesia per Maffìa. I versi scelti per esprimere l’universo del poeta sono l’essenza della sua poesia. E le tante definizioni che il poeta ne dà, in una ricerca quasi spasmodica, si racchiudono per Onofrio nell’immagine del pane e del lievito, perché impastare pane e farina è un gesto elementare ma per nulla semplice, in quanto dà la possibilità di creare infinite forme. Quelle forme lievitate danno il senso della vera poesia: nascondono in loro stesse la vita. Scivola nel mondo (una bella metafora di Onofrio) il poeta Maffìa creando e ricreando con la parola la ricchezza dei suoni e la purezza delle sillabe alla luce delle illusioni.

Me ne sto dentro la parola per riemergere
intatto e puro sul fare del giorno
che mi vedrà solitario camminare
in un giardino d’illusioni ma pur sempre vivo
di sillabe che nutrono suoni
d’arpe mai uditi. La parola avrà cura
d’insinuarsi nella carne teneramente
col garbo e la violenza di una donna
vissuta e ammaliante e costruirà la bara
su cui navigare all’infinito.
La poesia è un viaggio inconsueto
che esce ed entra nel dubbio della morte,
una radura di dissensi che si fa luce
e si consuma al primo chiarore dell’alba.

Questa poesia tratta da Il corpo della parola (2006) è la dichiarazione poetica di Maffìa. La volontà di scrivere del poeta, il suo stare dentro la parola si scontra in un corpo a corpo che mai cessa con qualcosa di sconosciuto che il creatore non sa neppure dove condurrà.

Marco Onofrio rivela nel sentiero che traccia attraverso la poesia di Dante Maffìa quale sia il labirinto dell’Io in cui il poeta si dissolve in una ricerca verso l’alto dove non può trovare appigli e spiegazioni alle sue domande, ma trova il vuoto colmato solo dal silenzio e dalla   conoscenza, rafforzati dalla cultura che provoca nuovi interrogativi. Tuttavia Onofrio riesce a cogliere quel momento magico in cui il Vuoto e l’Assenza si riempiono, in cui non è vano il procedere del poeta verso una meta che appare irraggiungibile e lontana, in cui la poesia è baluardo contro il nulla perché è Amore e Bellezza, Natura e Sogno, quest’ultimo unico rifugio di un’utopia che trasforma il mondo con il lievito delle parole. Meraviglia e sorpresa, sono queste le armi che il poeta oppone all’inanità del reale e che permettono di esistere ricreando il senso dell’essere se stessi, inseguendo l’invisibile e restituendo le parole alla vittoria della luce sul buio profondo dell’abisso, come nell’opera La Biblioteca di Alessandria dove il fuoco è metafora della devastazione che distrugge i rotoli ma non l’eternità dei versi. Nell’eternità, a cui il poeta appartiene, scaturisce il lampo ineffabile di cui scrive Onofrio: la parola non si lascia trascinare dall’artificio e si eleva alla visione di cui il poeta nutre la sua anima. Il valore dell’inesprimibile si sostanzia nel canto XXXIII del Paradiso dantesco, eppure in Maffìa il canto non è fioco al concetto. Semplicità complessa è l’ossimoro che utilizza Onofrio per la poesia di Maffìa quando sostiene che è ricca di cultura umanistica di cui sono intrisi i suoi versi, ma segue la via del cuore che va diritta all’essenza delle cose senza indugiare sui “fronzoli e gli ammennicoli”, bensì suscitando con la musica delle parole le mille e mille vibrazioni che la rendono autentica.

Dante Maffìa è il poeta che parte dal reale e non lo abbellisce con la retorica ma dando corpo alla parola, quel corpo che supera il visibile e tocca la vetta del sublime. Onofrio ha scelto alcune parole-chiave nel percorso della prima parte del libro, intitolata “Sintesi analitica”: tra queste “amore”, e non solo in quanto scintilla del Divino ma l’amore per ogni singolo elemento della natura, anzitutto i profumi e i colori, e le donne che, nella loro carnalità, racchiudono anch’esse il Mistero che lascia sorpresi e inadeguati a superare il velo che le avvolge. Cos’è l’amore per Maffìa viene percepito dal lettore attraverso i suoi versi perché il poeta non ne suggerisce mai una definizione, alla ricerca come accade delle centinaia che altri hanno dato, sempre l’una diversa dall’altra. E perché poi, ammaliati dai suoi versi, dovremmo aver necessità di definire l’indefinibile per eccellenza? In fondo l’amore non è che uno sprofondare dentro se stessi alla ricerca di qualcosa di illimitato che sfuggirà anche al poeta; soprattutto è un continuo rinnovarsi in questa impronta di sé nell’altro. Non si diviene l’altro ma si vive l’altro dentro di sé nel desiderio del miracolo che fa vedere il mondo con gli occhi della Divinità, come scrive Onofrio che scopre nella “pienezza” e “consapevolezza” altre due parole-chiave necessarie a definire per Maffìa l’amore come esperienza dell’esistere.  Usa spesso il poeta, nei discorsi che toccano la sua essenza di uomo, la parola pienezza: è piena qualsiasi cosa, anche un oggetto o un particolare che non sfugge allo sguardo del poeta, a cui offre con i suoi versi la parola per   dotarli di vita propria. In lui cultura e natura si scambiano i ruoli e l’una non è mai senza l’altra.

La parola di Maffìa ha una tale densità da riuscire a penetrare altre lingue, quelle della Natura e del Mistero della stessa creazione; è strabiliante che i suoi versi siano avvolti da un’aura miracolosa che trasforma la singola cosa, sia pianta o animale o elemento naturale, in un unicum, riuscendo a catturare l’arcano dietro l’apparente. Il poeta è un sognatore, ma nel caso di Maffìa il sogno è visione al confine tra buio e luce, è delirio più che illusione, e può appartenere anche agli oggetti e agli animali. Onofrio definisce “surrealismo” lo scorrere delle immagini, “fantasticherie” visionarie in cui il poeta si perde per ritrovare nelle sue allucinazioni l’esperienza di vita vissuta, una realtà che cammina con il sogno e ne è contaminata. Nella seconda parte del libro, intitolata “Letture e approfondimenti” Onofrio segue l’ordine cronologico per approfondire da angoli visuali diversi le opere di Maffìa, cosicché i testi raccolti nell’Antologia (quarta parte del testo) sono con tutta evidenza una scelta del saggista, poiché il filo non è soltanto cronologico ma legato alla riflessione interpretativa precedente. Marco Onofrio elabora un’analisi generale della poetica di Maffia e successivamente, con l’approfondimento delle singole opere, permette al lettore di accedere all’Antologia con una molteplicità di sguardi per goderne a pieno la Bellezza. L’Antologia non è certo superflua in quanto permette di rileggere con completezza ciò che si è significativamente analizzato negli Approfondimenti. Questo è il cuore del saggio in cui Onofrio riesce a esplicitare le molteplici possibilità di senso della poesia di Maffìa, ricreandole attraverso la sua sensibilità di poeta. La scelta cronologica dal 1974 al 2020 con 99 composizioni, tre per ogni libro di Maffìa prescelto a tale scopo, è operata dal saggista perché il lettore possa fruire del testo poetico seguendo la traccia che ha attraversato tutta la vita di Dante Maffia in un diverso e più ampio spazio, quello appunto delineato dall’Antologia.  

Anche il titolo L’officina del mondo suggerisce che la costruzione non lineare del saggio è ricercata e voluta da Onofrio per spiegare il senso dell’officina di Maffia, di un’officina che contiene il mondo. Officina è anche il titolo di una famosa Rivista letteraria e l’origine del nome si rifà a “opus”, appunto un’opera, in altre parole un laboratorio dove si sperimentano nuovi sensi e significati per arrivare a una sola scoperta: la Verità rivelata dalla Poesia. La ποίησις, cioè il fare, per i Greci è l’invenzione ma anche il progettare e costruire poeticamente. Per questo l’officina in Onofrio si identifica con il mondo, perché un poeta progetta, inventa, evoca e, attraverso la sua interiorità, trasforma la realtà del mondo in musica e rivelazione. Per questo il titolo di avvalora l’idea che questa poderosa monografia non possa essere definitiva, e il saggista ben  chiarisce  quando scrive di ali e radici nella poesia di Dante Maffìa che sgorga dalla potenza metafisica dell’uomo per un poeta che saprà sempre volare oltre con i suoi versi e, con i piedi ben piantati per terra, sentirà di essere come dentro un sogno

Concludo con un doveroso invito a leggere L’officina del mondo, saggio esemplare scritto dal valente saggista e poeta Marco Onofrio, che ha analizzato e commentato, secondo la sua raffinata cultura, l’universo lirico del Poeta Dante Maffìa.

Maria Teresa Armentano

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