La forza del linguaggio: “Energie”, di Marco Onofrio, letto da Maria Serena Felici

ENERGIE

È sempre un piacere e un onore scrivere sull’opera letteraria di Marco Onofrio, tra i sempre più rari rappresentanti di una letteratura di prestigio. Il volume Energie (2016), oggetto del presente articolo, si presenta come una raccolta di racconti, pensieri, frammenti, che hanno dato vita ad altri suoi titoli, alcuni già pubblicati, altri che, immagino e spero, usciranno in futuro. I temi toccati sono variegati e vanno dalla riflessione sulla vita attuale, ai ricordi di episodi passati, alle allegorie di tipi sociali nei quali si possono riconoscere alcuni riferimenti, alla rievocazione di sogni e alle conclusioni che se ne possono trarre in chiave psicoanalitica, alla critica culturale, fino al puro esercizio della fantasia, che non teme di esporre il proprio io intimo e, anzi, lo esibisce con disinvoltura e anche un pizzico di iconoclastia, in aperta battaglia con un vivere civile che imporrebbe di silenziare le pulsioni che non rispondono a un modello codificato.

Un antecedente – senza per questo voler cedere alla tentazione che spesso insidia chi si occupa di studi letterari, quella di un comparativismo che a volte oscura l’autenticità di un autore e la sacrifica sull’altare della performance del critico – è quello dello Zibaldone leopardiano. Anche Leopardi nella sua opera, pur certamente meno dissacrante di quella di Onofrio, tocca temi che vanno dalla letteratura alla parodia, alla critica dei costumi. Voglio qui citare un brano in cui il Recanatese riflette su un tema la cui eco si trova, intrisa di ironia, nel racconto “Super, con piombo” di Onofrio:

«Anche il delitto bene spesso è un eroismo, cioè per esempio quando il farlo torna in danno o pericolo, e nondimeno si vuol fare per soddisfare quella tal passione eccetera, tanto più eroismo quanto che bisogna superare tutta la forza della natura reclamante, e dell’abitudine (se si tratta per esempio di un giovane, di un innocente eccetera). È però un eroismo anche senza il danno o il pericolo tutte le volte che è commesso da una persona non solita a commetterlo, costando sempre uno sforzo e una vittoria su se stesso, nel che consiste l’eroismo. Quindi di un delitto di questa sorta si può sempre argomentar bene o almeno alquanto straordinariamente di una persona. In somma ogni sacrifizio di cosa cara ogni sacrifizio difficile è un eroismo, anche quello della virtù, e dei sentimenti più sacri».

In “Super, con piombo”, Onofrio ci presenta proprio un delitto, il cui autore, effettivamente, supera la convenzione per soddisfare una passione, quella di vendicarsi dell’impiegato della pompa di benzina che ha appena svelato agli astanti la sua inettitudine a usare il fai-da-te –, e anche quella di redimersi dall’accusa di imbranataggine che la folla gli getta addosso:

Percepisco gli “wow”, sottesi o mormorati, della loro approvazione: il grado altissimo cui “il” gesto, nella sua gratuita e inconsapevole follia, mi ha catapultato, sulla scala del riguardo che mi danno. Son diventato un mito, quasi, un modello da proporre a mo’ di esempio, “er più”, da insegnare e tramandare ai loro figli…

Nell’autore di questo delitto non sarà difficile trovare un novello Raskol’nikov, che, in una città diversa dalla Pietroburgo di Dostoevskij, non trova neanche il suo castigo. L’ironia è la chiave di lettura di Energie. Ma l’ironia, che pure coinvolge parte non indifferente del contenuto, è insita nella sua parte più saliente: nello stile utilizzato da Onofrio; per cui, pur restando pressoché impossibile racchiudere l’opera in un unico solco stilistico, si può parlare senza dubbio di estetica dell’ironia, come, d’altronde, si parla di estetica dell’ironia quando ci si riferisce a numerosi classici della letteratura europea di fine Ottocento-inizio Novecento, il cui linguaggio Onofrio spesso rievoca. La lingua è il mezzo da lui prescelto per rompere le convenzioni, ma, al contrario di autori contemporanei tra i quali quello che più naturalmente mi sovviene è José Saramago, Onofrio non rompe i dettami della grammatica e dell’ortografia per assimilare il linguaggio al flusso della mente: l’autore di Energie, piuttosto, sceglie di non soggiacere all’obbligo di utilizzare l’italiano attuale e, in molti brani del libro, usa un linguaggio ottocentesco, forbito, ricco di vocaboli desueti, ma mai per questo incomprensibili al lettore; colpisce, al contrario, la scorrevolezza di una lettura estremamente gradevole. Non è una sfida a chi ne sa di più, né tanto meno un mero esercizio di retorica – se, con questa espressione, si vuole indicare qualcosa di superficiale. È una sfida alle consuetudini, alla morale ipocrita, finanche al politicamente corretto, se si considerano i non pochi racconti ove l’elemento erotico è notevolmente accentuato. Scrive Sabino Caronia nella sua Introduzione:

«In un periodo in cui non si scrive quasi più in versi e non si distingue la poesia dalla prosa se non per gli “a capo”, a volte molto discutibili e casuali, Marco Onofrio in Energie ci offre lo splendido esempio di una prosa in versi. […] A volte si tratta di veri e propri poemetti, che nulla hanno a che fare con il racconto tradizionalmente inteso; a volte, invece, quella incredibile prosa poetica, zeppa di endecasillabi e settenari, come in una canzone petrarchesca, e non solo (novenari, dodecasillabi, quinari…), serve a costruire un racconto nel senso più proprio della parola».

Il punto, mirabilmente descritto da Caronia, sugli “a capo” e sul fascino del dirsi poeta da parte di chi non ha alcun talento poetico, del resto, è toccato da Onofrio stesso in questo libro, nel racconto “La rivincita”, che ci presenta un incontro di scrittori simbolo di questa consuetudine:

È un reading poetico collettivo. C’è tutto il sottobosco letterario. Un piccolo inferno di conventicole, in guerra permanente fra di loro. Il trionfo della mediocrità. Anche per questo mi sento, e mi fanno sentire, ospite non gradito. Non vogliono che io legga le mie poesie. […] Ognuno guarda il collega scrittore con l’aria di dire: “Sì, sì, sarai pur bravo: MA non c’è nessuno al mondo come me! IO sono un’altra cosa”. E lo pensano tutti, anche i mediocri, anzi: soprattutto loro. Pure le pulci tengono la tosse.

I brani che compongono Energie sono tutti accomunati da un fattore: l’assoluta supremazia del linguaggio. Il segno linguistico, il significante per usare il vocabolario strutturalista, non appare quale mero strumento di comunicazione, ma si fa protagonista esso stesso e piega il contenuto a quella che per uno scrittore come Onofrio non è esibizione narcisistica di verbosità, ma volontà di riscattare il destino di una lingua oggi bistrattata e sacrificata sull’altare della necessità di trasmettere rapidamente dei messaggi – atteggiamento spesso fintamente pragmatico e dietro cui si cela la povertà di vocabolario. Dinanzi alla rapidità dei mezzi di comunicazione di oggi, alla generalizzata noncuranza nei confronti della correttezza linguistica, Onofrio manifesta la propria opposizione assegnando alla lingua, in quest’opera, il ruolo fondamentale e facendone il principale veicolo della propria derisione verso le linee di tendenza. In Energie si ha la sensazione di un ribaltamento delle convenzioni stilistiche, con il contenuto plasmato a partire dalla volontà di trovare il vocabolo in grado di creare la perfetta armonia di suoni e ritmi. Il tutto, lo ripeto, un po’ per celebrare la lingua, la cui importanza è costantemente ricordata e coltivata da Marco; un po’, ancora una volta, per quello spirito di irriverenza che gli è caratteristico. Nel racconto “Super repus” – fin dal titolo visibile divertissement linguistico – abbiamo un mirabile esempio di tutto ciò e, a suggello dell’estetica ironica del volume, una lingua ricca di citazioni leopardiane e dannunziane – non a caso – serve a descrivere situazioni banali come una spiaggia piena di bagnanti.

Giù, è un mare di velluto. Cilestrino formicolante, d’aria teporosa e muto cielo. Venature d’onde luccicanti, creste piumate di spuma. Stinge il colore nella luce, sciolto in variazioni e sfumature. Centinaia di metri lo scavo, aperto dall’interno: è il madornale abisso tutto intorno. Mutilo il mondo, nel vuoto dispiegato dall’esterno, dall’ultima radice del suo fondo.

Altri esempi dello stile fortemente poetico di questo volume sono dati dal brano “Museo Albertino Alleprese”, ove si immagina, citando Dante, che a un enigmatico personaggio sia dedicata una galleria d’arte con fini propagandistici – icastica riflessione sulla generalizzata abitudine a non esercitare l’intelletto in senso critico:

S’ha, qui, l’onore e il piacere di illustrare, per cenni rapidi, l’abbozzo di un vasto e ambizioso progetto, in forma dialogante – a mo’ di interazione “paritaria” – fra le inarrivabili vette di un genio acclarato, quale Egli è, e la minimale mediocrità dei comuni mortali, quali tutti noi siamo (al Suo cospetto), nella prospettiva di un’auspicabile reductio ad quotidianum, in accordo di anime, in sinergia di cuori, in viatico esemplare e in ascensus taumaturgico, dalle vertiginose iperuraniche sfere che nel Suo cosmo intellettivo, ab aeternum, trascelsero la sede prediletta: in Lui, sì, ove balugina, ognora insostenibile, per lampo di vertute e canoscenza, la mirabile luce della creazione divina; il fior fiore rugiadoso della maxima, suprema intellighenzia, a miracol dimostrare.

E il racconto “Vassiliev”, in cui lo scrittore immagina di assistere a una conversazione tra una coppia di anziani russi:

Ho ascoltato e ammirato il loro idioma, dolce e melodioso, nelle fasi alternative del duello: glielo dico a entrambi, compiaciuto – ridono, lama di coltello. Il contadino se ne esce che non può lavorare, oggi, a causa del tipo di cielo – azzurro come i suoi occhi: rischierebbe di morire fulminato! Allora alzo lo sguardo: fiocchi di nuvole in viaggio, filamenti lunghi di cotone, luminescenti creste di silenzio. Gli chiedo come si dice in russo “nuvola”, e poi “cielo”: parole che, quando me le dicono, mi sembrano irragionevolmente lunghe e senza senso.

In “Vassiliev” aleggiano rievocazioni pasoliniane, peraltro frequentemente disseminate nelle tonalità narrative di Onofrio. Anche per lo sfondo, dove si stende il paesaggio statico di una Roma periferica, la Roma sempre protagonista – anche quando dialoga in lontananza – della sua scrittura.

Maria Serena Felici

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