Il linguaggio poetico dello schizofrenico. Nota di Rita Pacilio

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F. Grignani, “Grafica cinetica”, 1966

I malati di schizofrenia non hanno la capacità di sorvegliare le parole che utilizzano, non riconoscono i loro errori e non desiderano accettare le correzioni altrui. Seguendo gli alti e i bassi della malattia il linguaggio assume una caratteristica bizzarra e di disintegrazione molto approfondita dagli psichiatri, che ne esaminano il comportamento governato da problemi e desideri rimossi, dagli psicologi comportamentisti, che ne analizzano stimolo e risposta, e, infine, dai linguisti che studiano il linguaggio dal punto di vista della produzione e della mancata applicazione delle regole linguistiche. A prescindere dalle diverse impostazioni cliniche, il linguista si pone il perché la malattia determini quel particolare linguaggio. Chi ha sostenuto che il linguaggio degli schizofrenici sia poetico è stato David V. Forest con il suo gruppo di psichiatri. Forest partiva dal presupposto che tutto il linguaggio è metaforico e solamente la psichiatria ne può interpretare il significato recondito e profondo. Il senso del lapsus freudiano – dire ‘sì’ al posto del ‘no’ – ci mette di fronte alla comprensione del livello inconscio di chi si esprime, che, quasi sicuramente, voleva evidenziare l’affermazione della propria risposta. Ma il linguaggio schizofrenico è molto più complesso del semplice lapsus. Infatti, Forest riportando il discorso di un suo paziente che dichiarò: ‘Dottore, ho dolori nel petto e spero e mi domando se la scatola mi si è rotta e il cuore batte per la mia anima e redenzione e paradiso, amen’ dedusse che la sua espressione fosse dettata dalla poesia che usa un linguaggio commovente e molto potente. Per questo motivo lo studioso tradusse quel discorso in ‘Dottore, mi si spezza il cuore e sono disperato. La prego di salvarmi. Aiuto’. Probabilmente il paziente aveva necessità di essere aiutato e voleva esprimere esclusivamente questo semplice concetto dichiarandolo in maniera bizzarra e originale senza pensare alla poesia e al suo significante. Gli schizofrenici credono, pertanto, di parlare un linguaggio capace di spiegare il proprio pensiero in maniera normale e seguendo un’organizzazione formulata in modo comprensibile. Quando si ritrovano a riascoltare un discorso fatto durante una registrazione di un loro evento psicotico, restano meravigliati e asseriscono che quel dire è veramente incomprensibile, addirittura che si tratta di materiale distorto volontariamente oppure disturbato da un inghippo tecnico. I linguisti asseriscono che il processo che permette alla mente di rintracciare ogni regola grammaticale legata all’utilizzo corretto delle parole, va decisamente in uno stato di avaria nel caso di un malato di schizofrenia. Gli studiosi affermano che la disgregazione linguistica può avvenire a più livelli, spesso combinati tra di loro: a livello fonemico e morfologico dando vita a frasi disarticolate sia nel suono che nel senso. Sembra che a volte lo schizofrenico vada fuori binario quando, dopo un breve monologo corretto, aggiunge parole in rima o collegate da un’apparente connessione con la parola precedente, come se scattasse un meccanismo cerebrale che va a cozzare con il discorso di partenza. Si può dedurre che la perdita del controllo della scelta delle parole sia dettata da uno sfogliare in modo arbitrario il proprio dizionario mentale dando vita allo pseudo-linguaggio formato da associazioni e rime casuali, senza rispettare nessuna regola grammaticale. Elaine Chaika, linguista americana, riporta una breve descrizione fatta da una schizofrenica in riferimento al farmaco assunto: ‘Ti accelera il metabolismo. Ti fa accorciare la vita. Ti fa batacchiare il cuore. Ti seda se hai un metabolismo come il mio. Ho il cimurro (distemper) proprio come i gatti, perché è proprio questo che siamo, tutte, dei felini. Palle di gatto siamese. Sono speciali. Io avevo un gatto, un mannese, sempre in giro qua e là. Si chiama Gijoe, è bianco e nero. Avevo anche un pesciolino rosso, come un pagliaccio. Buon carnevale all’addiaccio’. Inizialmente la paziente parla degli effetti del farmaco, poi sceglie erroneamente la parola distemper per parlare della sua malattia seguendo il valore etimologico (letteralmente ‘mal-umore’) e l’accezione in veterinaria: ‘indisposizione’. Così passa ai gatti, alla femminilità (‘gatta’ per dire ‘donna’) e al sesso (‘pesciolino rosso’). Il finale è una similitudine con rima evocante, forse in modo accidentale, il linguaggio poetico. Sembrerebbe che il linguaggio dello schizofrenico non riesca a escludere i contenuti inopportuni del pensiero, quindi che non sia capace di filtrare le parole dal senso associativo. Ma questo pseudo-linguaggio, secondo gli studiosi, conserva anche un importante carattere di perseverazione: con l’intrusione di un suono o di un significato, lo schizofrenico persevera lungo un canale comunicativo che non riporta quasi mai al discorso iniziale. Ecco le innumerevoli ripetizioni (le reiterazioni poetiche) come ritornelli temporanei che disorganizzano la linearità del linguaggio somiglianti ai lapsus dei discorsi normali, ma sicuramente più gravi. Quindi la linguistica moderna sottolinea come il linguaggio schizofrenico sia altamente creativo, e dunque la necessità di analizzarne ogni frase nel significato autentico, il senso poetico.

Rita Pacilio

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