Il mercato degli schiavi a Roma nel Medioevo, di Nicola Cariello

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G. Boulanger, “Il mercato degli schiavi” (1886)

«Proprio in quel tempo» si legge nel “Liber Pontificalis” «accadde che giunsero a Roma parecchi mercanti veneziani, i quali organizzando fiere e mercati si misero ad acquistare una quantità di schiavi, sia maschi sia femmine, con l’intenzione di condurli in Africa presso il popolo pagano». Questo accadeva tra il 747 e il 748, all’epoca di papa Zaccaria, “vir mitissimus atque suavis” nato in Calabria ma di origine greca, salito al soglio pontifico nel 741. Ultimo dei papi greci, dotato di solida cultura (aveva tradotto in greco i “Dialoghi” di Gregorio Magno) e di un forte ascendente personale, Zaccaria fu un abilissimo diplomatico e un accorto uomo politico. Teoricamente il ducato romano, esteso da “Cemtumcellae” (Civitavecchia) fino a Terracina, era una provincia militare dell’Impero bizantino, come Napoli e Venezia sotto la giurisdizione di un duca che a sua volta dipendeva dall’esarca di Ravenna. In realtà Roma era già da tempo sulla via dell’autonomia. Papa Zaccaria aveva prudentemente inviato dei messi a Bisanzio per annunciare la sua elezione, nonostante non avesse ormai più bisogno di ratifica imperiale: fu l’ultimo pontefice a farlo. L’imperatore Costantino V gli aveva donato a sua volta le “massae”di Ninfa e di Norma in segno di ringraziamento per l’opera svolta a difesa dei possedimenti bizantini contro i Longobardi. Costoro si mostrarono altrettanto generosi: Liutprando restituì al papa i “castra”di Amelia, Orte, Bomarzo e Blera; Rachi abbandonò la dignità regale e, ricevuti gli ordini sacri dallo stesso pontefice, si ritirò a Montecassino. I rapporti con i Franchi erano ugualmente vivi e cordiali.

Proprio in quel torno di tempo i mercanti veneziani, come si è accennato, accorrevano a Roma per acquistare schiavi da rivendere ai musulmani. Ma Zaccaria, le cui cure erano rivolte anche al benessere economico e morale del suo popolo, il “peculiaris popolus” di San Pietro, non poteva restare inerte di fronte a quel commercio. «Non appena ne venne a conoscenza» prosegue il “Liber Pontificalis” «lo stesso santissimo padre lo proibì», ritenendo ingiusto che dei cristiani battezzati servissero genti pagane; così, restituito ai mercanti veneziani il denaro che essi dichiaravano di aver pagato per i loro acquisti, liberò tutti dal «giogo della schiavitù e li lasciò vivere come persone libere». Il breve passo citato, che ci fa intravedere una scena di vita quotidiana a Roma alla metà dell’VIII secolo, pone una serie di questioni non meno gravi dei problemi legati alla fortunata politica estera di papa Zaccaria. La prima questione riguarda, ovviamente, l’esistenza di persone in condizione di schiavitù. Le nostre considerazioni di ordine morale non possono certo coincidere con le opinioni e i costumi di una società così lontana nel tempo. Lo schiavo era considerato un oggetto commerciabile che si trova in quello stato per un giudizio divino imperscrutabile; e già Sant’Isidoro aveva dichiarato: «La schiavitù è una punizione inflitta all’umanità dal peccato del primo uomo». Soltanto in epoca post-carolingia la Chiesa non si sentì di negare che lo schiavo, pur essendo giuridicamente una “cosa”, dovesse considerarsi “persona” dinanzi ai Sacramenti. Tuttavia, nell’epoca di cui parliamo, lavoravano nella campagna romana “servi residentes”, “manuales”, “ministeriales” e “familiares”, il cui numero andava progressivamente assottigliandosi per via delle affrancazioni che i proprietari, disponendone nel testamento “pro rimedio animae”, ordinavano sempre più spesso. E un esempio di affrancazione si può cogliere nel gesto generoso di papa Zaccaria, riferito dal “Liber Pontificalis”. Con ciò comunque il pontefice non esprime una condanna dell’istituto della schiavitù in sé. La motivazione del suo intervento è un’altra: vuole impedire che dei cristiani, benché schiavi, siano costretti a lavorare per i non battezzati.

In quanto bene economicamente apprezzabile, lo schiavo era oggetto di commercio. A questo provvedevano i mercanti (“negotiatores”), che non dovevano essere né pochi né di scarsa importanza se il re longobardo Astolfo, in una legge del 754, dividendoli nelle categorie di “maiores”, “sequentes” e “minores”, li paragona ai grandi proprietari terrieri. D’altro canto l’acquisto delle merci, il noleggio delle navi, il pagamento di dazi e gabelle, l’impiego di uomini e mezzi per il trasporto terrestre o fluviale, comportavano la disponibilità di cospicui capitali. Mentre, come si è notato, la Chiesa tollerava la schiavitù, condannava decisamente il commercio. Pietro Bohier, il trecentesco glossatore del “Liber Pontificalis”, a proposito dei “negotiatores” dichiara: «qui numquam Deo placuerunt» (che non piacquero mai a Dio). Nel commercio degli schiavi erano impegnati moltissimi mercanti soprattutto ebrei. Ma i veneziani, attivissimi nei rapporti economici tra la penisola italiana e il mondo orientale, non erano da meno. La tesi del Pirenne circa il declino del commercio occidentale dopo l’espansione dell’Islam nel Mediterraneo deve essere accolta con molte riserve. Nonostante le difficoltà di conoscere con esattezza il volume e la qualità delle merci scambiate, ovvero le vie di comunicazione frequentate allora dai mercanti, non risulta che tali traffici siano cessati o almeno si siano drasticamente ridotti. Erano mutati piuttosto i circuiti attraverso cui si svolgevano; come ad esempio nel Lazio, dove per giungere a Roma si navigava anche sul Tevere. «È stupefacente» scrive Paolo Brezzi «constatare la quantità, la lunghezza e la complessità dei viaggi compiuti in quei secoli, in quelle disagiate condizioni, con quei modesti mezzi a disposizione».

Sarebbe interessante sapere in quali luoghi di Roma i mercanti veneziani partecipassero alle fiere periodiche (“mercimonii nundinae”). La città dei papi, malgrado la durezza dei tempi, doveva tener conto dei numerosi forestieri che la frequentavano, e per quanto possibile agevolarne il soggiorno. È probabile che i mercati avessero luogo “ante ecclesiam”, cioè sul sagrato delle chiese; ma Roma poteva offrire un gran numero di spazi aperti oltre ai sagrati. Così come tutti i cristiani, padroni o schiavi, mercanti o ecclesiastici, si sentivano in qualunque parte d’Europa membri di un’unica comunità, la “societas cristiana”, altrettanto forte era la coscienza unitaria di quella misteriosa “pagana gens” che acquistava volentieri schiavi cristiani. Per il popolo dei musulmani tutto il mondo abitato si basava sulla divisione dell’umanità tra la “casa dell’Islam” (dar al-islam) e la “casa della guerra”(dar al-harb). Essi, ovviamente, vivevano nella prima casa. E poiché la legge islamica proibisce di ridurre in schiavitù un uomo libero musulmano, o comunque suddito dell’impero musulmano, non restava che importare schiavi dagli Stati che non facessero parte di quell’impero. La fiorente economia dell’Islam, peraltro, necessitava di un sempre maggior apporto di lavoro servile: da ciò l’enorme sviluppo del commercio degli schiavi, dei quali Venezia era una delle principali fornitrici. Tuttavia, una volta convertitisi all’Islam, gli schiavi potevano tornare liberi; molti di essi divennero in seguito uomini di cultura e raggiunsero persino le più alte cariche statali. Le donne cristiane deportare negli harem o prescelte per la loro bellezza come concubine di alti dignitari divennero talvolta anche madri di sultani: esiste a tal proposito una ricchissima aneddotica. Insomma tra i due mondi, quello cristiano e quello musulmano, l’unico punto di contatto era costituito dai traffici commerciali più o meno leciti. Per il resto esistevano soltanto una reciproca diffidenza e l’incomprensione generata dall’ignoranza della cultura dell’“altro”.

                                                                                                                                              Nicola Cariello

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