GIORGIO BÀRBERI SQUAROTTI: lettura critica de “La nonna”, dai “Canti di Castelvecchio” di Giovanni Pascoli

PASCOLI
Giovanni Pascoli

LA NONNA

Tra tutti quei riccioli al vento,
tra tutti quei biondi corimbi,
sembrava, quel capo d’argento,
dicesse col tremito, bimbi,
sì . . . piccoli, sì . . .
E i bimbi cercavano in festa,
talora, con grido giulivo,
le tremule mani e la testa
che avevano solo di vivo
quel povero sì.
Sì, solo; sì, sempre, dal canto
del fuoco, dall’umile trono;
sì, per ogni scoppio di pianto,
per ogni preghiera: perdono,
sì . . . voglio, sì . . . sì!
Sì, pure al lettino del bimbo
malato. . . La Morte guardava,
la Morte presente in un nimbo. . .
La tremula testa dell’ava
diceva sì! sì!
Sì, sempre; sì, solo; le notti
lunghissime, altissime! Nera
moveva, ai lamenti interrotti,
la Morte da un angolo. . . C’era
quel tremulo sì,
quel sì, presso il letto. . . E sì, prese
la nonna, la prese lasciandole
vivere il bimbo. Si tese
quel capo in un brivido blando,
nell’ultimo sì.

Giovanni Pascoli

Nei Canti di Castelvecchio, il testo “La nonna” (del 1898) merita qualche ulteriore riflessione, dopo la “lettura” del Perugi, tutta rivolta a un’interpretazione mortuaria, come se la vecchia fosse soltanto la figura dell’anima che deve morire. Il componimento ripete per tutte le sei lasse – come se fosse una delle tante onomatopee di piante e soprattutto di uccelli specificamente inventate in Myricae e nei Canti di Castelvecchio – il “sì” della nonna a qualunque domanda o presenza o giornata: «Tra tutti quei riccioli al vento, / tra tutti quei biondi corimbi, / sembrava, quel capo d’argento, / dicesse col tremito, bimbi, / sì… piccoli, sì… ». Il “sì” della nonna corrisponde all’unico altro termine che la nonna di Molly in “Italy” impara dalla nipotina nata d’oltremare e venuta in Italia, nel paese dei genitori, per guarire, con l’aria antica e sana, della tosse mortale: «Non piangere, poor Molly! Esci, fa’ piano, / lascia la nonna lì sotto il lenzuolo / di tela grossa ch’ella fece a mano. / T’amava; oh! sì! Tu ne imparavi a volo / qualche parola bella che balbetti: / essa da te solo quel die, die, solo!» Anche i riccioli biondi dei bimbi della nonna sono biondi come i capelli di Molly, ma lisci, tanto è vero che l’altra nonna della Garfagnana li liscia, quando viene a guardare la vecchia che fila e tesse. Ma la nonna dei Canti di Castelvecchio sa dire una sola parola e, al contrario di die, è l’accettazione del volere di Dio, o, più propriamente, della sorte dell’uomo che passa dalla nascita alla fatica e al lavoro e giunge, alla fine, alla vecchiaia nell’attesa della morte.

Nella quarta lassa de “La nonna” direttamente appare la Morte, allo stesso modo di quella che Molly pensa di dover patire in Garfagnana e che la sua nonna sa vicina a sé e sopporterà con stoica malinconia: «Sì, pure al lettino del bimbo / malato… La Morte guardava. / La Morte presente in un nimbo… / La tremula testa dell’ava / diceva sì! sì! / Sì, sempre, sì, solo; le notti / lunghissime, altissime! Nera / moveva, ai lamenti interrotti, / la Morte da un angolo… C’era / quel tremulo sì / quel sì, presso il letto… E sì, prese / la nonna, la prese, lasciandole / vivere il bimbo. Si tese / quel capo in un brivido blando, / nell’ultimo sì». L’aneddoto ripete quello della nonna garfagnina e di Molly, con la morte pietosa che accetta la domanda della vecchia, i tanti suoi sì, e risparmia il bimbo malato. Ma, nel “canto” di Castelvecchio, il sì della nonna è celato dal suono tanto prossimo die. Questo “sì” rimanda decisamente all’altro fondamentale “sì” di Maria all’Annunciazione dell’Angelo, accettando appieno la volontà di Dio. La vecchia ripete continuamente quel sì, alla fine della sua esistenza. Ma ella è esperta del vivere, con tutte le angosce che i bimbi non conoscono ancora, mentre il sì della Vergine è l’accettazione della nascita, non della morte del Figlio, che verrà dopo, e nel modo più crudele. Nel mondo del Pascoli non cristiano, eppure intriso di citazioni bibliche, il sì di Maria attraversa tutto il tempo di Gesù bambino e di tutti i bambini che verranno dopo, che nasceranno dopo, e che sono riscattati dal sacrificio del Figlio nato a Betlemme in un tempo remoto. Ma il sì della nonna è ben diverso da quello di Maria, perché non c’è possibile alternativa alla propria morte in cambio di quella di Gesù, che deve adempiere le profezie e sopportare tutto il suo patire per resuscitare gloriosamente e riscattare da tutte le pene e i dolori e le malattie gli uomini e portarli con sé nel Regno. Nella prospettiva non cristiana della rappresentazione pascoliana il riscatto dalla malattia del bambino, che è sul punto di morire (tanto è vero che la Morte lo guarda in attesa di portarlo con sé nella notte eterna del nulla), è, invece, possibile in forza della ripetizione continua del sì della nonna a tutto quello che accade, e soprattutto alla scomparsa definitiva di sé.

Maria dice il sì di accettazione incondizionata, ma soltanto dopo, nel Tempio, quando Simeone le parla e le preannuncia che il suo cuore sarà trapassato dalla spada del più crudele dei dolori – che è la morte del Figlio – comprende che cosa significhi quello che Dio ha voluto per lei. Il sì della nonna è infinito, assoluto, e riguarda tutte le possibili vicende dell’esistenza: «E i bimbi cercavano in festa, / talora, con grido giulivo, / le tremule mani e la testa / che avevano solo di vivo / quel povero sì. Sì, solo; sì, sempre, dal canto / del fuoco, dall’umile trono; / sì, per ogni scoppio di pianto, / per ogni preghiera: perdono, / sì… voglio, sì… sì!» Si stia molto attenti a due termini fondamentali: “perdono” e “voglio”. Intendo dire che “perdono” è molto più probabilmente verbo che sostantivo, proprio per la correlazione immediata di “voglio”. La nonna perdona per tutto il male del mondo, e vuole dire di sì sempre e in assoluto perché esso è irrimediabile e non riscattabile, non soltanto, come la Vergine che accetta il volere di Dio. Non c’è nessun Dio che scambi morte per morte, la vecchia per il bambino. La Morte può accettare lo scambio, non il Dio cristiano. Con il sì la nonna può offrire tutto quello che ha avuto e ancora ha di vita, anche se, nell’estrema vecchiezza, è solo il suo sì. E la Morte è già lì, in un angolo della stanza dove è il letto del bambino ammalato, è perfino disposta a muoversi, nera, come per un moto di angoscia e di turbamento ascoltando i «lamenti interrotti» del bimbo che sta per morire. È una contrapposizione radicale della nonna e del suo sì e della Morte irreligiosa, anticristiana, al sì della Vergine e al Cristo che vince la morte, ma non può accettare nessuno scambio fra la vecchia e il bambino.

La nonna è sul canto del fuoco, sull’umile trono, quale è quello di Maria in quanto “figlia del suo Figlio”, secondo la lode iniziale che san Bernardo pronuncia nel primo verso del XXIII canto del Paradiso. L’umiltà della Vergine è la virtù dell’obbedienza e del sì alla volontà e alla scelta dell’Altissimo: è sul trono nel Cielo, ma conserva intatta la sua umiltà che l’ha resa degna di diventare madre di Dio. La nonna pascoliana ha analoga l’umiltà, e per questo è anch’ella in trono ed è nel “canto del fuoco”, come l’ancella quale si definisce Maria dopo l’annuncio dell’Angelo («Ecce ancilla Dei»). La vita si svolge fra scoppi di pianti e preghiere: altro non è nel mondo, anche nei tempi dell’esistenza dei bimbi, che pure cercano in festa la nonna «con grido giulivo». Tocca a lei dire sempre di sì, accettare con perfetta consapevolezza la vicenda di nascita, malattia, morte. Al contrario della Vergine, può, tuttavia, andare oltre: offrire se stessa, la sua povera fragilissima vita, il suo umile e continuo sì, in cambio del bambino ammalato a morte. È lo scambio supremo, quello più difficile, come dice – in ambito cristiano – San Paolo (Rom. 5, 5-8) quando spiega ai suoi fedeli l’enormità del sacrificio di Cristo, che offre se stesso alla morte non per un uomo giusto o un amico, ma per il peccatore, per tutti i peccatori, per riscattarli e salvarli. La nonna compie lo stesso dono di sé, offrendosi alla Morte, cioè non a Dio, ma al potere indifferente e astratto della Natura, che continuamente pretende i sacrifici umani della morti di giovani, adulti, vecchi, per la sua legge naturale ma anche crudele, spietata (e c’è, allora, un’allusione a Leopardi). È ancora una contrapposizione della concezione atea del Pascoli rispetto alla visione cristiana.

Si può aggiungere ancora altro: il fatto che la Morte risparmi il bambino e si prenda la nonna, che altro non sa più fare se non dire di sì e non ha altra reazione nella sua estrema vecchiezza, è, in ultima analisi, un ossimoro. La nonna sta già morendo fin da quando i bambini le vengono intorno e non sanno fare altro che essere loro, giulivi, di fronte alle sue non parole, alla sua mancanza di reazioni, al suo solo moto d’assenso. Potrebbe apparire assurdo e insensato pensare che la Morte possa accettare uno scambio che comporta per sé un danno enorme, fin quasi a sembrare una parodia. Ma la narrazione pascoliana vuole essere, appunto, anticristiana, pur servendosi di tanti emblemi e di tante situazioni cristiane. Il «brivido blando» del corpo della nonna vuole, conclusivamente, rilevare l’assoluta assenza di speranza nella resurrezione dei morti, quando la nonna che offre se stessa in cambio del bambino malato (e potrebbe essere una citazione ulteriore della Vergine, ma per contrapposizione: il bambino potrebbe essere quello che nasce ogni anno un’altra volta nel Natale cristiano, e che la nonna può salvare dalla morte, sfidando le profezie e il futuro sacrificio di Gesù; e la Morte pietosa e generosa è pure l’opposto del Dio che offre il suo unico Figlio per il riscatto degli uomini).

Qualche ulteriore attenzione meritano due parole (quasi in rima): “corimbi” e “nimbo”. Quest’ultima è uno straordinario ossimoro. L’aureola è propria della Vergine, di Gesù, dei santi in tutta l’iconografia cristiana. È il segno del divino, del raggiante trionfo in Cielo e, soprattutto, dell’esemplarità e della lezione di Cristo e della Madre. Invece, ne “La nonna”, il nimbo circonda la Morte: come divinità del nulla non può apparire al centro, nella visione, ma in un angolo del quadro dove si combatte la suprema battaglia fra la malattia e la cancellazione dell’esistenza del piccolo corpo bambino. Per questo la nonna può chiedere alla Morte di portarsi via la propria minima fiammella di vita e di risparmiare il bimbo: all’unico dio della negazione e del nulla nel mondo. I corimbi sono più difficili da interpretare. I vocabolari dicono tra l’altro che si tratta di un’elegante acconciatura dei capelli femminili, con un ciuffo sciolto oppure annodato sulla nuca, e che si tratta di una moda greca; ma la prima attestazione è del Pascoli, ripreso in seguito da d’Annunzio (in Alcyone, “Le carrube”, l’ultimo dei “Sogni di terre lontane”: «Certo, d’olio di sèsamo son unte / quelle tue ciocche in forma di corimbi», ed è l’acconciatura di Settembre personificato). Stride alquanto la trasposizione dell’acconciatura femminile (e greca) nei boccoli dei bimbi. C’è, quindi, un che di immobile, di statuario, nella descrizione dei bambini così acconciati: la forma dei capelli sembra appartenere a una grazia e a una bellezza intatta, assoluta, a confronto con il sì della nonna a mo’ di citazione cristiana. I corimbi, allora, non sono effettivamente riconducibili all’acconciatura greca, ma sono invece allusivi a un’altra definizione di questa parola: cioè all’infiorescenza costituita da un’asse principale da cui sorgono i peduncoli florali, sempre più corti a mano a mano che si procede dalla base alla sommità (e abbiamo a dimostrazione citazioni anzitutto dal Mattioli, dal Tasso in prosa e infine del Marino nell’Adone). Si tratta di una figura esemplare di grazia e di bellezza, con l’influenza decisiva della forma dell’infiorescenza, in quanto designa la perfezione e la gioia del capo che si è appena levato dalla nascita e si contrappone radicalmente alle chiome argentee della nonna – tuttavia luminose e consacrate di grazia e di purezza anch’esse. I bambini come fiori appena spuntati hanno di fronte alla loro la sacralità dell’argento del capelli della nonna come fiore della Natura che rinasce, non l’acconciatura; e non per nulla d’Annunzio usa il termine non in forma assoluta, ma come similitudine: «quelle … ciocche in forma di corimbi»: di fiori, appunto.

Il Pascoli rivela, nelle sue note alla seconda edizione ai Canti di Castelvecchio, di essersi servito di un passo di Catullo per la raffigurazione dell’assenso della sua nonna, ma è soltanto una citazione che non spiega nulla per quel che riguarda il significato del testo. Le citazioni davvero significative sono altrove, nelle figurazioni e nelle narrazioni del Nuovo Testamento e di tutta la tradizione cristiana. Il «brivido blando» è l’estremo sì, ma è anche il segno della quiete finale nella morte. L’aggettivo “blando” è ripetuto, come l’addolcito rasserenamento della fine dell’esistenza ne “L’ora di Barga”, che è del 1900: «Al mio cantuccio, donde non sento / se non le reste brusir del grano, / il suon delle ore viene col vento / dal non veduto borgo montano: / suon che uguale, che blando cade, / come una voce che persuade». Dopo, ancora, il Pascoli ribadisce: «Voce che cadi blanda dal cielo» e ripetutamente: «la sua blanda / voce di prima parla e consiglia» e «Tu vuoi che pensi dunque al ritorno, / voce che cadi blanda dal cielo!» Dolce è il brivido dell’attimo della morte della nonna, e ugualmente dolce, per un di più di incoraggiamento e di invito all’accettazione della morte, è la voce che, da un diverso punto di vista, intende dimostrare al poeta che la fine mortale non è una tragedia, uno sconvolgimento, un terrore e un orrore, ma l’arrivo nella pace. La nonna, in fondo, non vuole fare altro che dimostrare come la morte sia quiete per chi accetti, dica di sì, anche nel punto più difficile e inimmaginabile, quale è quello della morte. Il sì di sempre della nonna merita il premio dello scambio di sé al posto del bambino. Ma c’è, in tutto questo, un qualcosa di paradossale, di assurdo, se non nella prospettiva di un radicale capovolgimento della concezione della morte e del sacrificio di sé affinché altri, al posto, viva.

Giorgio Bàrberi Squarotti
(da Pascoli, la bicicletta e il libro, EdiLet 2012)

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