Del cielo stellato: il senso dell’esperienza umana attraverso le parole della letteratura

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«Come per tutti, anche per me il cielo stellato è, in primo luogo, uno spettacolo affascinante. Affascinante e inquietante. Purtroppo, in città, il cielo stellato non esiste più. Ma quando mi trovo in montagna, o in campagna, le seimila stelle visibili a occhio nudo (che tante sarebbero stando alle enciclopedie), oltre che incantarmi mi danno, vertiginoso, il senso dell’universo in cui mi trovo, io infinitesimo abitante d’un infinitesimo pianeta perso nelle spirali delle galassie. Perché non seimila mi sembrano le stelle, ma milioni, miliardi, come del resto sono in realtà. Fra questi milioni di astri ci sono io: io che così mi sento non sotto tale cielo ma in tale cielo. Il che mi fa a un tempo “soffrire, esultare e gioire”. Soffrire, pensando alla mia piccolezza. Esultare, pensando che anch’io, come ho detto, sono in cielo, parte – ancorché minima – dell’universo visibile e invisibile. Gioire, per la fortuna avuta, nascendo, d’esser momentaneo testimone del mondo. Anzi, di mondi che vivono la loro turbinante vita del tutto indipendenti da noi. Un’avventura, quella capitatami nascendo, esaltante perché irripetibile».

Giorgio Caproni (1984)

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