EdiLet in pillole: 3 brani da “Corpo 72″(2010) di Maria Luisa Amendola

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«Se potessi alzare il braccio che mi sostiene, il braccio che carezza la cassa nella quale hanno creduto di rinchiuderti, quel mio braccio che s’abbracciava alle tue spalle quando nuotavo nell’acqua alta di Bora Bora e poneva il tuo corpo di muscoli e carne tra me e i piccoli squali, tra me e la mia paura, se ce la facessi toccherei quello stesso turchese di lacca, quelle mangrovie che s’intrecciano con l’acqua bassa di Tahiti, se riuscissi a girare la pagina, la conosco bene la pagina appresso, è l’immagine della baia di Cook, lo sfondo sono le montagne di velluto verde di Moorea, simili alle pinze di un granchio gigante, le cime nascoste da eterne nuvole, forse hanno un filo diretto, privilegiato, con Dio. Dio del mare che da lassù vedi tutte le cose, ora che me l’hai portato via, perlomeno portatelo con te per mare.

(…)
Perché scrivo questi puzzle di te, di noi? spero forse di capire che cos’è un matrimonio quando ancora non ho ben capito che cos’è la vita? Chi è quello straniero che dorme nel mio letto? mi dicevo i primi tempi di vita in comune. E chi sei veramente tu al di là dei frammenti che ho collezionato sostituendo i pezzi mancanti del puzzle con le immagini del mio personale, virtuale principe azzurro? Quando hai perso una chiave torni sui tuoi passi, vediamo dove posso cercare, era qui, in camera da letto e poi che cosa ho fatto? sono andata in cucina e ho mangiato un biscottino, una madeleine? “L’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime a ricordare ad attendere a sperare sulla rovina di tutto…” Se lo diceva Proust!… L’unica chiave sono i ricordi e scriverne è per me la sola possibilità di spiegarmi, e di spiegare a te lettore, che hai perso una persona che ami, il miracolo di sopravvivere.

(…)
Fuori infuria la guerra e noi ci ripariamo, ci stringiamo per non essere soli, ci nascondiamo per proteggerci in un falso universo dove tutti sono “amici”, amici in “Facebook”, falsi amici nel “Grande fratello” e nemici in un mondo che sta fuori e dentro ma non è reale. Il cielo è diventato meno livido, il risveglio della luce m’impedisce d’abbandonarmi alla lieve apatia del dopo pasto, ormai non nevica più nel giardinetto, i rami che m’erano sembrati scheletri coperti di brillanti si sgrullano e, sotto, “gli esili steli sono pieni di germogli puntati verso il cielo”. Le ultime nuvole stanno inseguendosi e cambiano forma in continuazione, il vento come soffio, respiro, anima, le accompagna, scrolla la neve dalle foglie umide, ne seleziona, alcune, le più fragili, cadono a terra. J. ha promesso quel giorno: Papà sarai sempre con noi, in ogni raffica di vento e in ogni onda che accompagnerà le nostre navigazioni. Il vento s’infila nelle fessure della porta sconnessa, viene da lontano, lo sento tiepido sulla guancia, allungo il braccio, la mano incontra il tuo viso, i polpastrelli riconoscono la piccola cicatrice sul sopracciglio, quella del filo spinato, quella di quando avevi quindici anni, lo stesso vento che asciuga i polmoni del neonato, lo fa gridare, lo fa vivere».

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