“Viaggio nel sangue”, di Zingonia Zingone, letto da Dante Maffìa

viaggio

Libro, a un tempo,  duro, forte e teso con nel fondo una tenerezza infinita, un sentimento alto radicato nei valori della vita, meglio: del sangue, proprio come direbbero i vecchi della mia Calabria che quando vogliono sottolineare un legame autentico e duraturo fanno ricorso alla parola sangue. Libro anche di devozioni e di agnizioni, che vedono la poetessa prendere coscienza del suo ruolo di madre e di donna che riconosce i valori dell’appartenenza e ne fa un vangelo (“Nessun tralcio / nasce sciolto dal suo tronco”), ne fa il viaggio per sé, quasi come ripetizione del vissuto, ma soprattutto della sua creatura che via via prende atto d’esistere e diventa essenza del divenire.

Non è casuale che Zingonia Zingone, al suo sesto libro di poesia (Viaggio nel sangue, Forlì, CAPIRE Edizioni, 2020, pp. 99, Euro 12), metta una citazione di Rabindranath Tagore, infatti ella “è celata” nel cuore delle cose fino a organizzare il volume come il percorso che farebbe un agricoltore a cominciare dalla terra vergine fino al raccolto e al chicco. Sì, si tratta di un viaggio (dietro la visione di Zingonia c’è la protezione di Dante Alighieri e del Vangelo) che vuole scoprire il senso del vivere, soprattutto il senso dell’Amore, e vuole rendersi conto perché “L’albero eterno / ha le radici in cielo / e i rami in terra”. Non è una trovata, un effetto surreale, ma la convinzione che non vi sia nessuna frattura tra cielo e terra, che la “rinnovata maternità” non è una finzione, ma un vero e proprio parto anche se avvenuto soltanto dentro l’anima.

Non nascondo che leggendo e rileggendo Viaggio del sangue sono rimasto sconvolto e come defraudato di qualcosa che ancora non riesco a capire in che consista. La poetessa, con una chiarezza che ci riporta ai classici greci e alle tensioni e alle inquietudini di poeti come la Dickinson, come la Marina Cvetaeva, come la Marianna Moore, in una maniera tutta sua, denudandosi, offrendosi in olocausto senza tuttavia scendere mai a patti, come accade quando dice “Mi capita a volte di estraniarmi / come se le mie azioni / non mi appartenessero / come se non fossi io / quella che circola per strada nel mio corpo”, conclude che è come se vedesse il mondo “che cresce / attraverso il mio agire”. Un dettato poetico raro, di una intensità che non è facile raggiungere, di una sintesi che comunque non trascura i particolari e riesce a darci il quadro di un amore che si fa battesimo quotidiano, si fa accettazione dell’ “infanzia eterna / che è l’amore”.

Ma, al di là delle singole composizioni questo libro mi ha affascinato per la tenuta, avrebbe detto Benedetto Croce, per la compattezza stilistica e la qualità linguistica che riescono a esprimere concetti ed emozioni coi fremiti veri di un approdo. Il tutto oscillando tra una terrestrità suadente e mai nascosta e una spiritualità, che, come tutte le spiritualità vissute con ardore, ha fioriture carnali, accensioni miracolose, a volte anche con tentazioni mistiche.

Dante Maffìa

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