“Il cavallo di ferro”, di Vincenza Salvatore e Giuseppe Ciampaglia, letto da Marco Onofrio

cavallo

Il cavallo di ferro (IBN Editore, 2017, pp. 130, Euro 14) ricostruisce e traccia la parabola umana e professionale di un personaggio memorabile, l’ingegnere aeronautico e aviatore Raffaele Conflenti (1889-1946), soprattutto per le conseguenze postume del suo genio inventivo. Ce ne parlano la nipote Vincenza Salvatore, su un piano principalmente biografico, e Giuseppe Ciampaglia, su un piano principalmente storico e tecnico. La prima parte si legge come un romanzo; la seconda come un saggio. Per cui il libro ottempera alle due dimensioni del volo focalizzate ad esempio nel Preludio a “Biplano” di Richard Bach (l’autore statunitense del celebre Gabbiano Jonathan Livingstone): quella appunto tecnica “se per volo intendiamo un sistema di schemi ed esercizi, come decollare o atterrare, riparare un motore o sistemare i vostri tiranti modello 1917”; e quella poetica “se per contro intendiamo dare più ampio spazio alle nostre cognizioni, salire in cielo come Icaro, discendere con Montgolfier e risalire coi fratelli Wright, ossigenandoci ed entusiasmandoci”. Insomma: Vincenza Salvatore lavora sul versante del “mythos”; Ciampaglia su quello del “logos”. È facilmente intuibile quale dei due versanti abbia incontrato il mio favore di letterato. E tuttavia, la parte curata da Ciampaglia è preziosa per una ricostruzione documentale e, per così dire, “archivistica” di quanto si legge in forma romanzata (benché rigorosamente fondata sui fatti) nella parte a cura di Vincenza.

Che cos’è il “cavallo di ferro” che dà il titolo al libro? È l’aereo, così come lo chiamava da bambina Giulietta, la figlia di Conflenti. “Papà, domani mi porti sul cavallo di ferro?”. E l’aviatore nella sua “aura” pionieristica appare davvero come un cavaliere del cielo e delle nuvole, un navigatore dell’aria, un eroe dello spazio e del tempo. Qui il discorso si fa epistemologico e larvatamente filosofico. Scrive Vincenza Salvatore: “L’umanità è nata per vivere sulla terra ferma, ma ha sempre cercato quella instabilità che proviene dall’acqua e dal cielo”. Ci sentiamo sicuri con i piedi ben piantati a terra, ma proprio per questo siamo tentati dagli elementi che non ci danno altrettanta sicurezza. L’incertezza e il rischio aumentano il raggio d’azione della conoscenza. Dalla figura di Conflenti, così come ce la racconta la nipote, emerge netta la dimensione umanistica di consapevolezza delle potenzialità che irradiano anzitutto dalla conoscenza dei limiti, e poi dall’audacia nell’esplorare ciò che li oltrepassa: l’infinito, l’ignoto, l’inafferrabile. Leggendo di Conflenti si pensa all’uomo vitruviano. Non a caso viene citato in exergo Leonardo da Vinci: “Una volta che abbiate conosciuto il volo, camminerete sulla terra guardando il cielo, perché là siete stati e là desidererete tornare”.

Raffaele Conflenti aderisce all’archetipo eroico e prometeico dell’umanista che lotta per portare più in là il limite, oltrepassando quello precedente. Occorre un mix vincente di razionalità e intuizione. Un esprit de finesse costituito da impulso, estro del pensiero, fantasia, visionarietà, capacità innovativa. Conflenti era spinto dalla volontà di “collocare la sua esistenza sopra qualcosa che non potesse essere immediatamente verificato o misurato”. E infatti rifiuta l’avvocatura, malgrado la consolidata tradizione familiare. Le leggi di natura, applicate all’aerodinamica, possono “ampliare le possibilità umane”; la giurisprudenza le limita. Ecco la potenza simbolica del volo, eterno sogno dell’uomo. L’ingegnere dell’aria “è prima di tutto un sognatore”. Nel caso di Conflenti si fa anche pioniere di una nuova era, quella delle “grandi vie di comunicazione che solcano il cielo”. Conflenti intuisce che l’“enorme potenziale del mezzo aereo lo avrebbe fatto diventare il principale mezzo di nuove e più impegnative attività commerciali e di comunicazione umana”. E quindi contribuisce allo sviluppo dell’aereo per uso civile, rivoluzionando la sua struttura e inserendovi un abitacolo chiuso per passeggeri e merci. Quando si vede il mondo dall’alto, i confini arbitrari dell’uomo svaniscono, le distanze si accorciano e “il legame con la terra diventa più intenso”. La terra si rivela unica patria comune, unico pianeta. L’aereo può avvicinare i popoli tra loro, agevolando la circolazione di cose, persone, culture, idee. Non vi sono limiti ai percorsi celesti. È un campo sconfinato di perfezionamento delle potenzialità, in termini di sicurezza, autonomia, velocità. Ogni prototipo migliora il precedente. Dall’idrovolante CANT 10, il suo prototipo più felicemente innovativo, nasce la storia dell’aeronautica civile: mai “si era giunti ad un aereo dotato di un abitacolo a 5 posti, pronto per il trasporto dei passeggeri e delle merci: il sogno si era realizzato”.

Conflenti diventa presto l’ingegnere più apprezzato d’Italia. Capo-progettista prima alla SIAI di Sesto Calende (1915-21), poi alla CAMS di Parigi (1922-23). È in Francia, a Cap Martin, che avviene l’incontro folgorante con Giulia, figlia del principe Felice Satriano. Conflenti “ne fu così attratto che costrinse Giulia a fuggire con lui, perché i genitori non avrebbero mai dato il loro consenso, non essendo lui di estrazione aristocratica”. Si sposano velocemente e si stabiliscono a Trieste, perché Conflenti nel frattempo dirige a Monfalcone i cantieri aeronautici dei fratelli Cosulich. Conflenti è bizzarro e imprevedibile: “a volte invece di andare al cantiere era capace di prendere il suo aereo personale e volare fino a Pechino per comprare un vaso cinese”. Audace, amante del rischio e del gioco, esperto di motori, eccellente corridore automobilistico, cultore della velocità. Giulia lo ispira, lo incoraggia, lo protegge, lo conforta nei momenti critici. Conflenti non è un uomo facile. È sostanzialmente un ricercatore, tutto concentrato sul lavoro e quindi “inadatto e poco incline ad ogni forma di relazione sociale”. Un geniale solitario. E allora Giulia trascorre gran parte del suo tempo “ad allacciare relazioni sociali utili al marito”. Dicono sia scontroso, che abbia un brutto carattere. In realtà è un passionale e un ribelle “contrario ad ogni idea di costrizione, e a ogni forma di dittatura” che ostacoli il libero pensiero. Il suo pensiero appunto è libero: non si sottomette al conformismo, che detesta. Già nel 1928 i suoi rapporti col fascismo sono tesi. Divergenze insuperabili, perché il regime limita la libertà e schiaccia i principi della convivenza civile, ma anche per la mentalità internazionale con cui Conflenti guarda alle prospettive dell’aeronautica: negli aerei vede il progresso, lo sviluppo, un futuro di pace, amicizia e integrazione dei popoli. Il fascismo tendeva a tutt’altro: chiusura, autarchia, razzismo, imperialismo, guerra.

La ricerca ingegneristica è fondata sulla razionalità ma alimentata dalla passione, dall’“instabilità concettuale” oltre le forme della consuetudine, “perché percorrere i cieli significava anzitutto innalzarsi verso qualcosa che non era adattabile alla terra”. Se la poesia è un sogno fatto in presenza della ragione, Conflenti è per certi versi un poeta. Ha bisogno del brivido, e il brivido è più intenso quanto più aumenta il rischio. Gli piace rischiare di perdere tutto: quando vola, al tavolo da gioco, con le donne che lo corteggiano. Ricco, importante, famoso, pieno di fascino, era sempre al centro dell’attenzione femminile. E non sapeva resistere alle tentazioni. “Amava la moglie, ma al tempo stesso era attirato dall’idea che lo portava inesorabilmente a conquistare altre donne”. Il matrimonio naufraga: i due coniugi si allontanano, divisi da un muro di freddezza. Alla fine Conflenti resta irretito dalla governante di casa, che Giulia stessa aveva assunto (ironia della sorte!) poiché il di lei padre, a seguito di un fallimento economico, si era suicidato – un gesto generoso di cui Giulia si sarebbe pentita amaramente. La governante è più giovane di Giulia ma soprattutto ha una carica erotica molto più accesa e perversa. Conflenti è costretto a confessare la tresca a Giulia, e le chiede di accettare la sua amante. Giulia risponde con la separazione. Dal quel momento per lui “nulla fu più come prima”. Il declino non è soltanto personale, ma anche di conseguenza professionale. A Monfalcone viene sostituito per volere di Italo Balbo, ormai acclarata l’avversione del regime fascista e venuti meno i buoni uffici procurati da Giulia. Nel 1936 viene assunto da Gianni Caproni, lavorando per il quale Conflenti va incontro allo smacco del suo Caproni 165, superato al concorso ministeriale per caccia intercettore dal FIAT CR 42, benché assai più veloce. È il colpo di grazia. Deluso e amareggiato, Conflenti si ritira a vita privata e finisce per sperperare il suo cospicuo patrimonio sia al gioco sia in investimenti sbagliati. La parabola si conclude con la grave malattia e la morte a Milano, nel luglio 1946, a soli 57 anni.

Vincenza Salvatore ha scritto un libro godibile da profani ed esperti anzitutto per la capacità di governare il linguaggio – semplice e immediato senza mai scadere nella faciloneria: un equilibrio “medio” davvero ammirevole – e il talento nel dare nuova linfa allo spirito dell’uomo di cui ricostruisce le vicende e le gesta, sprigionandone l’essenza; e lo fa con una delicatezza tale per cui – come nota Marcello Carlino in Prefazione – “la storia di Raffaele Conflenti a grado a grado arretra e si pone sullo sfondo, mentre conquista il primo piano, ribaltando le gerarchie preventivabili” quella di sua moglie Giulia. La storia di un uomo eccezionale declinata “al femminile”, dunque: sia attraverso lo sguardo dell’autrice, a distanza di un secolo; sia attraverso i sentimenti della donna che visse in silenzio alla sua ombra. E questa duplice natura femminile, da cui sgorga, rende il racconto ancora più avvincente e piacevole da leggere.

Marco Onofrio

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