Il difficile mestiere di giullare, di Patrizia Pallotta

giullare

Era una bella giornata, una calda giornata estiva. Io, Will Somers, camminavo tranquillo nella campagna del Kent. Lì ero nato e vissuto, non sapendo ancora la strada che avrebbe intrapreso la mia vita. Avevo venticinque anni e tanta voglia di ridere e soprattutto far ridere gli altri, quelli che ascoltavano le mie buffe storie. Il mio strumento, piuttosto di rudimentale fattura, mi accompagnava nei miei stornelli, nei quali sapevo, con maestria, mettere in berlina il Re e la sua corte. Non era affatto semplice farlo: dovevo usare estrema cura, per non lasciarmi andare a parole troppo offensive. Per questo motivo, cantavo, narrando di personaggi inventati dalla mia fantasia. Questo lavoro non lo facevo spesso. Aspettavo d’essere chiamato proprio a corte, ma con forti dubbi, poiché la mia fama di stornellatore sciocco era ormai conclamata.

La sorpresa mi giunse quella mattina: il Re in persona, Enrico VIII, desiderava conoscermi e ascoltarmi per intrattenere i suoi ospiti e valutare egli stesso le mie qualità.
Mi chiesi se da questa notizia sopraggiungesse un ingaggio magari definitivo… Chissà! La speranza è la prima facoltà che compare e l’ultima ad andarsene. Mi preparai con estrema cura. Le mie lettere alla Regina Caterina d’Aragona avevano sortito l’effetto desiderato: avevo destato curiosità, ciò era importante. Produce un’opinione molto franca il modo in cui i buffoni sono considerati dal pubblico. Secondo me, è sempre stato un errore farci apparire dopo un banchetto: lo stomaco pieno impedisce alla gente di recepire ciò che appartiene al dominio della mente. Dopo aver mangiato, un uomo non vuole ridere: vuole dormire.

Il giorno dopo il mio arrivo al Palazzo reale, recitai davanti alla Regina Caterina. Il suo sguardo mi imbarazzava non poco, ma con fare dolce mi invitò per le Feste natalizie, non prima di avermi sentito cantare e ballare. Era fatta. Ero riuscito ad entrare nelle grazie della Regina, che secondo il popolo, e la corte tutta, aveva un grande ascendente sul Re. Mi sembrò buffa la scena. Mio padre avrebbe voluto fare di me un prete, invece eccomi qua a saltare insieme ad altri menestrelli, anche se mi vergognavo un po’ dei miei indumenti semplici. Mi erano stati concessi solo tre abiti nuovi per le festività e dovevo alternarli.

In seguito vi furono altri cambiamenti, è naturale. Ora dovevo vivere a corte con il Re. Potevo esercitarmi a danzare e avere un maestro di ballo francese che dimostrava le mode di quella corte dove tutto era elegante e perfetto, almeno a sentire lui. C’erano di contro altre cose piacevoli. Avevo il mio gruppo di menestrelli e un nuovo Maestro di musica che mi insegnava teoria e composizione, e un organo era stato fatto venire dall’Italia solo per me. I miei sogni, perduti nella campagna del Kent, si stavano pian piano trasformando in una insperata realtà.

Passai molti anni a corte e a stretto contatto con il Re, che ormai aveva fatto di me anche il suo scudiero preferito, conoscendo il mio amore per la caccia. Di lì a poco il Re Enrico formalizzò il suo amore per la nuova fiamma Anna Bolena, ed io, sebbene il matrimonio non fosse sfarzoso, dovetti presenziare. Mi sentivo ansioso e preoccupato, avrei voluto che la festa finisse e nel contempo che durasse in eterno. Vivevo gli episodi della mia vita nello stesso modo, nulla era cambiato in me; dovevo peraltro contenermi perché l’occhio del Re cadeva spesso sul mio volto. Ho composto, annunciai mentre mi portavo al centro
della sala, una canzone per le feste. Non era del tutto vero, l’avevo composta per me stesso quando cercavo di decidere cosa desideravo dalla vita. Presi il mio liuto e cantai arditamente… Cercare la virtù / Tutta l’anima mia / Il vizio fuggirà. Al termine, fui coperto di applausi scroscianti. Era evidente che questa canzone aveva toccato anche i sentimenti segreti degli altri, come deve fare ogni artista. Mi sentii profondamente commosso. Purtroppo sospetto che fui l’unico, anche se il pubblico mi aveva ascoltato con attenzione. Dovevo apparire così coraggioso, inaspettato e gradevole, tutto solo davanti agli spettatori. Probabilmente fu questo che li commosse, e non la mia banale canzone.

Quell’inverno giunse la notizia che il nostro Re aveva perso un altro figlio maschio. Per la prima volta il popolo cominciò a preoccuparsi e a pregare. Il Re, sposato ormai da cinque anni, non aveva figli. Quella sera Enrico venne da me, ci confortammo a vicenda. Ormai anch’io ero parte della famiglia e ne condividevo gioie e dolori con sincerità. Il giullare era diventato un uomo. Enrico si comportava spesso come un pazzo. Oscillava tra l’euforia e la distrazione. Non ascoltava mai quello che dicevo, ma ci teneva ad avermi vicino. Mi allontanai da lui: sentivo che stava giungendo al termine la nostra pseudo amicizia. Infatti, quando finì l’ultima gravidanza di Caterina D’Aragona, mio padre mi  collocò come apprendista presso un mercante della fornitura di lana di Calais, un posto redditizio a metà strada tra l’Inghilterra, che spediva lana grezza, e la Fiandra, che produceva splendidi tessuti. Quando fu annunciato l’incontro cordiale fra il Re di Francia e il Re d’Inghilterra, nelle taverne si parlava solo di profitto e non delle prospettive di pace.​ Sarebbe semplicistico affermare che quel giorno ebbe inizio il mio distacco definitivo dalla corte, lontano dai loro interessi materiali e dalle beghe amorose intrecciate dal Re Enrico con altre donne molto vicine a sua moglie, non più così giovane. Infine mi convinsi di aver scelto liberamente quella posizione, mi dissi che tutto è temporaneo e questo pensiero sulla natura passeggera delle cose mi rattristò non poco…

Il mio diario finisce qui, non appena seppi che il Re era venuto a mancare pochi giorni più tardi. Aveva cinquantasei anni ed era terribilmente sofferente nel corpo e nello spirito. Pochi lo piansero sinceramente. Io ero uno di loro. Tornai alla Reggia per raccogliere ciò che era rimasto lì di mio: oggetti che non usavo da anni, anche se erano i miei; li riconoscevo, mi accorsi che non avevo niente del mio Re. Non avevo aspirato a terre o a titoli, la mia vita non sarebbe stata adatta a gemme o oro, ma ora non mi restava qualcosa che potessi toccare per dire: “Questo era suo”, oppure: “Questo era nostro”. Per la quarantesima volta girai intorno ai fagotti, controllando i nodi. C’era dentro tutto. Cosa avevo dimenticato? La piccola arpa di re Enrico. Quella che aveva usato per comporre. Prima non c’era, era lì appoggiata alla mia roba. Dunque anche l’affetto può sopravvivere. O qualcosa di molto simile: il rispetto e la bontà.

Era il 1557 quando Will Somers morì, non prima d’aver scritto un’ultima lettera alla Regina Caterina in esilio a Basilea.

Mia cara Caterina, sto morendo, oggi non mi riconoscereste più. Ho avuto l’imprudenza di guardarmi allo specchio, a dimostrazione che la vanità è longeva quanto noi. La prima facoltà che compare e l’ultima ad andarsene. E io che mi guadagnavo da vivere a corte, burlandomi delle vanità altrui, mi guardo allo specchio come tutti gli altri. E vedo un vecchio sconosciuto, dall’aspetto sgradevole. Le nostre vite sono colme di ricordi, e eravamo tutti là prima del terribile cambiamento al trono d’Inghilterra. Vi lascio, il mio ultimo pensiero è stato per voi, vi farò pervenire la mia eredità, fate in fretta a mandarmi per lettera le istruzioni su come farvela avere. Sono assai meno ansioso di incontrare il mio Creatore di quanto lo siate voi, ma temo che avrò l’onore di un’udienza celeste in un prossimo futuro.
Sempre vostro, Will Somers

Patrizia Pallotta

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