Nota critica di Dante Maffìa su “È caduto il cielo”

Marco Onofrio non ha requie, è un vulcano in  costante eruzione, le sue inquietudini interiori accumulano esperienze, letture, immersioni totali nei germogli di ciò  che accade giorno dopo giorno e, una volta  amalgamati nella sua dimensione e nel suo stile, nella sua sensibilità e nel suo ideale di poesia, di narrativa, di saggistica e di teatro, egli riesce a scrivere opere io direi incandescenti, perché c’è sempre nelle pagine un fuoco che cerca ragioni etiche ed estetiche, storiche e poetiche, e non per sperimentare soltanto ma per coagulare la sua necessità espressiva che punta a dissodare le incrostazioni del risaputo e innestarvi la forza del suo ideale. È quello che fa, disinvoltamente con “È caduto il cielo” opera di teatro innovativa, per dirla con Giorgio Taffon, “metateatro, senso allegorico-simbolico, tragedia metafisica e cosmologica, assieme a umoristici tratti farseschi, personaggi immaginari (a partire da un Dio perdente) e personaggi molto umani”. Taffon fotografa la pienezza del libro e lo fa da maestro che interpreta con gli strumenti del sapere e dell’esperienza quella che è una novità nel teatro, non solo italiano. E sappiamo tutti che Taffon non scende mai a patti con opere che non siano di valore e non abbiano un consistenza individuabile letteraria e artistica.

È difficile sintetizzare “È caduto il cielo” (per rappresentarlo occorrono almeno quattro puntate), ma conta poco, ciò che conta è la maniera in cui il nostro Autore sa maneggiare gli strumenti del palcoscenico ponendo in essere il capovolgimento della realtà, lo spostamento dell’asse logico, la simmetria dei dialoghi. Marco Onofrio sconvolge e dissipa il senso, lo ricostruisce e lo rinnova e poi lo rende polpa viva di ragioni che stanno dietro l’apparenza, costituendo così figurazioni che, sovrapposte, si coprono e si scoprono e danno la verità di qualcosa che fugge in fretta e si dilegua per poi ritornare a vivere in altra veste e con altre vicissitudini.

Fare dei nomi di precedenti autori a cui idealmente Onofrio si possa ricollegare? Non serve e sarebbe un arbitrio, e per una ragione semplice: Onofrio ruba alla vita, ai paradossi che s’intrecciato e si bisticciano tra di loro e non trovano requie se non quando diventano parola, scena di vita, possibilità di un nuovo significante. Insomma, anche scrivendo teatro Marco Onofrio non tradisce la sua natura di prestigiatore che però non vende illusioni; di prestigiatore che sa dare alle immagini e ai pensieri un’adeguata sostanza di poesia, che è sempre l’anima viva e pulsante delle sue pagine più belle.

Dante Maffìa

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