“Ciò che sai amare”, di Antonella Radogna, letto da Dante Maffìa

radogna

Negli ultimi due o tre decenni la poesia scritta dalle donne è stata quella che ha innovato e ha saputo ancora tessere la profondità lirica e i semi di una realtà cesellata con alto senso civile. Si tratta di sette o otto poetesse, agguerrite anche culturalmente, che hanno saputo dare una svolta autentica al verso, alla musica del verso, alla sua sostanza. Tra queste c’è sicuramente Antonella Radogna, formatasi al Piccolo Teatro di Milano in ambito teatrale e poi dedicatasi all’insegnamento di lingua e letteratura inglese.

La Radogna si era già fatta notare per le sue raccolte precedenti, “A margine”, “Paesaggio liquido” e “io accado”, nelle quali i fermenti della sua anima, inquieti e passionali, avevano trovato una dinamica espressiva essenziale, ma sempre ricca di allusioni, di accensioni mai superflue, di risvolti in cui il dettato aveva tentato d’inseguire la dinamica delle visioni afferrandone la polpa viva in versi ricchi di pathos.

Con “Ciò che sai amare” (Passigli, 2022, pp. 72, Euro 12) la poetessa compie un lungo passo avanti e riesce a coagulare ragioni del cuore e della mente in limpidissime immagini che sembrano stilettate vibrate da un prestigiatore. Ma non c’è nulla d’artificioso, di costruito; tutto sembra scaturire da una necessità interiore perentoria che coglie a volo l’essenza delle emozioni e detta il mistero che transita veloce per riconnettersi al fluido del divenire. Sono versi che sanno di vita vera, di palpiti, che uniscono saggezza e mistero, luci e ombre, approdi e divenire in una superba e palpitante declamazione che non ha mai toni sussiegosi o altisonanti, ma solo delicati accenti, scintille lampeggianti che ricapitolano il vissuto proiettandolo in una dimensione metafisica senza ingombri intellettualistici, priva di contorsioni filosofiche. La Prefazione di Vincenzo Guarracino illumina magistralmente il lavoro della Radogna, non trascura nessun aspetto e «Dice di desideri “inevitabili”: di desideri la cui specialità risiede nell’investimento amoroso, nel progetto di un “banchetto di vita” elaborato in un processo freudianamente interminabile di combinazioni e coincidenze, intervenuto in un punto, come una vera e propria “storia sacra”, in una “luce meridiana”, che è la celebrazione della tautologia, di Lui  che è Lui e niente, nessun Altro».

Eppure la poetessa non si fa imbrigliare assolutamente da nessun luogo comune (la tentazione era grande se è vero ciò che afferma Guarracino), perché il lievito poetico prende il sopravvento e diventa facile confessare:

“Non temo che il mare dissolva la sabbia
non abbiamo bisogno di dimora,
viviamo come nomadi senza meta
se non quella di scoprirci”.

Si tratta di un amore che prefigura il divino senza sentirlo come approdo o come mannaia del peccato; si tratta di un amore che ha cancellato le regole canoniche per appropriarsi della profondità del sentire, tanto è vero che

“Ogni volta che la mia bocca
si salda alla tua,
si genera il mondo,
e le cose cambiano nome.

Ogni volta che la mia mano
sfiora il tuo viso,
il flusso delle maree
si ricrea
feconda la terra”.

“Ciò che sai amare” è un libro d’amore d’una densità starei per dire strabiliante. C’è l’abbandono totale e c’è la consapevolezza dell’abbandono vissuta come arma per condensare il piacere e affidarsi alla crescita che l’Amore con la maiuscola porta sempre; c’è la coscienza di possedere il dono; c’è la coscienza d’essere entrata in un giardino immenso che nutre i virgulti («Con te vivo  tutti i fondamenti invisibili / delle mie certezze ritrovate»); c’è la tenerezza che sa cogliere la concretezza del vissuto e farne ricchezza senza pari («Il vero amore parla alla conoscenza / e plasma la verità del divenire»; «Bulimia di te  e del tuo mare / che mi nutre e mi lascia affamata»).

Ma come la Radogna è arrivata a tanta saggezza espressiva, a tanta essenzialità di dettato? Ha scavato e si è messa in discussione continuamente (basta rileggere le precedenti raccolte citate), è entrata nelle fibre di poeti difficili come Ezra Pound scartando la sua prosopopea e i suoi eccessi e affidandosi al lirico; come Thomas S. Eliot che insegna la fermezza e il rigore; è entrata a corpo pieno nei testi di Mario Luzi; non si è mai adagiata negli approdi momentanei cercando sempre di andare oltre per trovare la magia della poesia vera. Oggi possiamo dire che c’è riuscita, perché “Ciò che sai amare”, non faccio fatica ad affermarlo, è un capolavoro. Del resto un critico come Vincenzo Guarracino, che conosciamo spesso austero e comunque mai facile a dare attestati che non siano meritati, non avrebbe scomodato Eliot, Chagall, Lucrezio, Saffo, se non fosse stato convinto della grande qualità stilistica dei versi e della loro sostanza poetica. La sua domanda non è casuale: «Ma in sintesi che cosa dice, questo libro, e come lo dice? Lo dice attraverso la magia e la forza archetipica del simbolismo…».

Dante Maffìa

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