ANDRÉ GIDE: “Tutto appartiene a chi ne sa godere”

Tutto appartiene a chi ne sa godere. Al centro della cascata si confondevano i borbottii del fiume e il continuo mormorio di una piccola sorgente imprigionata zampillante fuori dall’isola, di faccia alla postierla. Vi si andava a cogliere per il pasto un’acqua che sembrava gelata e, d’estate, copriva di sudore le bottiglie. Un popolo di rondinelle volteggiava senza sosta attorno alla casa e i loro nidi di argilla trovavano riparo sotto i cornicioni del tetto da dove si potevano sorvegliare le covate. Quando penso a La Roque, sento anzitutto i loro gridi: l’azzurro pareva lacerarsi al loro passaggio. Ho spesso rivisto altrove le rondinelle, ma in nessun luogo le ho sentite gridare come qui e credo gridassero così ripassando ogni volta davanti ai loro nidi. Talora volavano così alto che l’occhio veniva abbagliato nel seguirle, come accadeva nei giorni più sereni; ma quando il tempo mutava, il loro volo si abbassava barometricamente. Anna mi spiegava che, a seconda della pesantezza dell’aria, i minuscoli insetti, inseguiti dalla loro corsa, volano più o meno alti. Accadeva anche che passassero tanto vicino all’acqua, da inciderne talvolta la superficie con un ardito colpo d’ala. “Verrà un temporale”, dicevano allora mia madre e Anna. E d’improvviso il rumore della pioggia si aggiungeva ai liquidi rumori del ruscello, della sorgente, della cascata. La pioggia faceva sull’acqua del fosso un ciangottio argentino. Appoggiato a una delle finestre che si aprivano sull’acqua, contemplavo interminabilmente i piccoli cerchi formarsi a migliaia, dilatarsi, intersecarsi, distruggersi, mentre una grossa bolla scoppiava nel mezzo.

André Gide
(da “Se il grano non muore”, 1947)  

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