Marco Ledda: “Piccola storia dell’energia”

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Tutto cominciò tanti anni fa. Frequentavo il secondo anno del liceo classico, a Roma, e un giorno, parlando con i miei genitori, il professore di filosofia disse qualcosa che non ricordo, ma che mi spinse a chiedergli: “Ma lei può affermare, con assoluta certezza scientifica, che non è possibile che esista una forma di vita, ovviamente diversa dalla nostra, che vive su un elettrone che orbita attorno al nucleo di un atomo del nostro corpo?”. Lì per lì si bloccò allibito, poi, quasi balbettando mi rispose: “Ma quando io mi lavo affogano tutti!”. Io ribattei: “No, perché le molecole d’acqua rimangono comunque a distanza molecolare dalle molecole che compongono il nostro corpo!”. Si ammutolì, non seppe più che cosa dire. Certo è che se questa ipotesi fosse vera, il nostro corpo sarebbe l’universo di quella forma di vita. Vale la pena, inoltre, considerare che un elettrone effettua un miliardo di miliardi di giri al secondo, attorno al proprio nucleo. Che durata avrebbe la vita degli esseri che appartengono a quella specie? Noi possiamo vivere fino a centoventi anni, cioè, centoventi giri della Terra attorno al Sole; loro quanto potrebbero vivere?

Il discorso è avvincente, ma andiamo oltre e prendiamo in considerazione l’interessante lavoro fatto da un astronomo italiano del secolo scorso, Luigi Fantappié, che si è preso la briga di calcolare velocità e direzione di spostamento degli astri che costituiscono il nostro universo. Ne è venuta fuori una figura che somiglia ad una clessidra molto arrotondata. Ma, se il nostro universo ha una forma, allora ha anche dei confini. Che cosa c’è, allora, oltre il nostro universo? C’è dello spazio. Allora, in questo spazio, non potrebbero esistere altri universi, magari simili al nostro? E se questi universi fossero organismi viventi che stanno a noi come noi stiamo alle eventuali forme di vita che abitano l’elettrone dell’atomo nel nostro corpo? Non siamo in grado di dire: “Sì, è così!”, ma non siamo neanche in grado di dire: “No, non può essere così!”. Ma, se davvero fosse questa la struttura, quanti universi di universi esistono? Non lo sapremo mai, però vale la pena di indagare. Alla fine di questa serie di universi, grande o piccola che sia, che cosa c’è? Spazio! E questo spazio, che cosa contiene? Meglio ancora: di che cosa è fatto? Vediamo come “nasce” l’universo: in un punto dello spazio dove non c’è niente, all’improvviso avviene una grande esplosione, il “big bang”, che altro non è se non un immenso getto di materia che formerà galassie, stelle, pianeti e tutti i corpi che osserviamo nel nostro universo. Ma se non c’era niente, da dove vengono tutti questi corpi celesti? Dal niente, si sa, non nasce niente! Evidentemente qualcosa c’era, potremmo chiamarlo “energia”. In fisica, ancora non sappiamo molte cose; una cosa che sappiamo è che l’energia non si crea e non si distrugge, ma si trasforma. Gli elettroni raggiungono il filamento di una lampadina e si trasformano in energia termica, questa riscalda il filamento e si trasforma in energia luminosa: in partenza erano elettroni, all’arrivo diventano fotoni. Un’altra cosa che possiamo dire di sapere è che la materia è una forma di energia, noi siamo energia e la caratteristica che ci contraddistingue è la capacità di produrre processi logici. Nei secoli subiamo un’evoluzione che ci porta, progressivamente, a produrre processi logici sempre più complessi. Lo strumento, dentro di noi, che genera i processi logici è il cervello, e questi processi logici sono generati dallo spostamento di elettroni lungo i dendriti dei neuroni che lo compongono. In altre parole, essi non sono altro che il frutto di una mutazione dello stato energetico prodotta dal nostro cervello.

Una questione mi ha sempre interessato: se il nostro pensiero è energia prodotta da noi e l’energia non si distrugge, che cosa ne resta dopo la morte del corpo? Una strana situazione che mi è occorsa quasi quotidianamente per tutta la vita, mi incoraggia a pensare che quello che resta di noi è un grumo di energia che conserva la coscienza di chi si è stati e che continua a vivere gli affetti che aveva. Ottobre 1978: era morto il Papa Giovanni Paolo Primo ed era in corso il conclave. Io mi svegliai, o quasi, e mi “ritrovai” all’interno della cattedrale di San Pietro, a Roma. Attorno a me c’erano lunghi tendaggi di velluto color rosso scuro che mi nascondevano tutta la chiesa, e c’era un leggio di ferro sul quale era poggiato un grande libro aperto. Io ero lì, stupito, e mi chiedevo che cosa ci stessi a fare, quando mi si avvicinò il defunto Papa Giovanni Paolo Primo, in forma splendida e pieno di serenità, il quale mi disse: “Vieni, ti faccio vedere una cosa”. Io lo seguii e lui mi portò davanti al leggio. Sulla prima riga della pagina di destra c’era scritto: “Giovanni Paolo Primo”. Lui ci passò sopra l’indice della mano destra e la scritta si mutò in “Giovanni Paolo Secondo”. Si voltò verso di me e mi disse: “Vedi? Si chiamerà così, il suo nome è Wojtyla” – lui lo pronunciò “Uoitila” – “è straniero ma è proprio il Papa che ci vuole”. Dissi a mia moglie: “Questa sera andiamo a San Pietro, eleggeranno il Papa”. Andammo a San Pietro: fumata bianca, fu eletto Papa proprio il cardinale Wojtyla, che prese il nome di Giovanni Paolo Secondo. Centinaia di volte, quasi sempre da persone che non c’erano più fisicamente, mi sono state dette cose che sarebbero accadute in futuro e quelle cose accadevano come mi era stato detto, quando mi era stato detto che sarebbero accadute, per il motivo che mi era stato detto. Come posso spiegare questo strano fenomeno? Mi torna alla mente una cosa che, all’Università, fu detta, a me e agli altri studenti di Fisica, dal professor Edoardo Amaldi: “Per tutti lo spazio ha tre dimensioni: lunghezza, larghezza e altezza; per un fisico ne ha quattro: lunghezza, larghezza, altezza e il tempo.” Non è possibile che quell’energia, che continua ad esistere dopo la morte del corpo, abbia la capacità di spostarsi, non solo nello spazio, ma anche nel tempo? Non è certamente facile progettare uno studio accurato e scientificamente comprovabile, tuttavia il fenomeno esiste. Non so spiegare che cosa sia, ma posso garantire che ho vissuto molti di quei momenti, relativi a diversi eventi, sempre verificatisi quando mi era stato detto e come mi era stato detto. Penso di non essere molto lontano dalla realtà se attribuisco la lunga serie di questi fatti, vissuti, non soltanto visti, ai momenti in cui l’energia del mio corpo fisico era, se non secondaria, almeno un poco sopita rispetto all’energia prodotta dai processi logici della mente. In pratica, era come se il mio cervello lavorasse in modo simile a quello di una radio che, sintonizzata su una certa frequenza, riesce a percepire e ritrasmettere le informazioni trasmesse da una ben determinata stazione…

Marco Ledda

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