PIER PAOLO PASOLINI: l’approccio di Nini a Cecilia

campagna

Si mise un po’ a sorvegliare i turni delle ragazze dei Faedis a portare il latte in latteria, e, la sera che toccava a Cecilia, andò a appostarsi sulla strada, poco fuori dal paese, aspettando che tornasse verso casa, tra i campi agghiacciati e quasi scuri, malgrado le ultime fiammate del tramonto in fondo alla pianura.
Cecilia comparve laggiù, tra gli ultimi muretti e le ultime case del paese, venendo avanti per la strada bianca, coi bidoni del latte che urtavano contro il manubrio: come un angioletto, con quelle due treccione che le incorniciavano la faccia di pecorella.
Il Nini a cavalcioni della sua bicicletta, aspettò che gli passasse davanti, e poi si mise a pedalarle a fianco, sul fango secco.
Cecilia guardava davanti a sé, con gli occhi sbarrati, come se non avesse visto niente.
“Buona sera, signorina!” le fece il Nini, che era grande il doppio di lei, pedalando piano, piano, con le gambe un po’ larghe.
Siccome lei taceva, continuò: “Noi due ci conosciamo! Io sono Nini Infant, il compagno di Ernesto”.
Era una cosa terribile per Cecilia: taceva, come soffocata, ma non batteva ciglio, con la sua faccina arrossata dal freddo sotto le grosse trecce: guardava avanti a Sé, e basta. Avrebbe voluto scappare, essere morta.
Il Nini credeva che tacesse come di solito tacciono le ragazzette, per dovere, per civetteria, e continuava: “Lei è la più bella di tutte le Faedis! È tanto che la guardo!”
Pedalò un po’ più forte, per osservarla in viso: non un’espressione né di fastidio né di paura né di piacere vi si dipingeva: pareva sorda o cieca: era come se lui non esistesse.
“Le dispiace se la accompagno un poco verso casa?” domandò il Nini, cominciando un po’ a scoraggiarsi.
La strada era tutta deserta: qualche ramo di saggina o di sambuco, nudo, qualche intrico di venchi sottili e rossi come il sangue, sporgeva qua e là, dalla riva della roggia. Non si vedeva e non si sentiva nessuno. Poi, nell’aria sonora per il freddo, cominciarono a rintoccare le campane dell’Or di notte.
“Possiamo vederci, qualche altra volta?” chiedeva il Nini. Ma Cecilia, terrorizzata, non rispondeva: era diventata bianca, e tremava tutta, benché non si vedesse.
“Hai perso la lingua?” chiese allora il Nini, un po’ spazientito, dandole del tu, e parlandole a un tratto come si parla a una bambina.
Ormai, dietro i pianelli e le file di viti spoglie, si profilava la sagoma nera della casa dei Faedis.
“Allora io torno indietro, non mi vuoi!” disse il Nini sempre come parlando a una bambina. Cecilia pedalava zitta e con la faccia immobile, guardando disperatamente verso casa sua. Allora lui si fermò e fece per voltarsi e tornarsene indietro.
“Addio!” fece un po’ ironico, guardandola allontanarsi. Non era riuscito a strapparle né una parola né un sorriso, e neanche uno sguardo. Alzò le spalle, e, fischiettando, tornò su verso il paese con le luci che brillavano contro la campagna.

Pier Paolo Pasolini
(da Il sogno di una cosa, 1962)

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