“Febea, giornalista romana e musa degli artisti”, di Cinzia Dal Maso

Olga_Ossani_aka_Febea

“Insieme, tornarono verso il ponte. Il corso dell’Aniene ora andavasi accendendo ai fuochi dell’occaso. Una linea scintillante attraversava l’arco; e in lontananza le acque prendevano un color bruno ma più lucido, come se sopra vi galleggiassero chiazza d’olio o di bitume. La campagna accidentata, simile ad una immensità di rovine, aveva una general tinta violetta. Verso l’Urbe il cielo cresceva in rossore”.

In uno dei passi più intensi de Il piacere, nella campagna fuori porta Pia, presso il ponte Nomentano, Gabriele d’Annunzio ambientava l’addio tra il conte Andrea Sperelli e la bella Elena Muti. A chi si era ispirato il Vate per tracciare questo affascinante personaggio femminile? Per gran parte a Olga Ossani, la giornalista romana con cui – appena ventunenne – aveva avuto una breve ma intensa relazione. Si erano conosciuti nel dicembre del 1884 e non sappiamo fino a che punto si siano spinti i loro rapporti. Di certo ebbero una svolta nel marzo del 1885, quando Olga prese la decisione di sposare un suo collega giornalista, Luigi Lodi, che firmava i suoi articoli con lo pseudonimo di Saraceno. Per una significativa coincidenza, nel romanzo Elena lascia Andrea il 25 marzo del 1885. Olga Ossani – la donna che aveva segnato così profondamente l’immaginazione del poeta – era nata a Roma il 28 maggio del 1857 da Carlo, impiegato governativo, e Maria Paradisi. La sua era una famiglia di patrioti. Il nonno materno era Filippo Paradisi, il giornalista che dalle pagine de “Il Contemporaneo” non aveva avuto paura di stigmatizzare i potenti e le istituzioni. Il 20 novembre del 1847 denunciò in un suo articolo gli enormi e non del tutto leciti guadagni ottenuti dal principe e banchiere Alessandro Torlonia nell’appalto dei Sali e Tabacchi, di cui era amministratore cointeressato. Il principe lo querelò. Giudicato incapace di dimostrare le sue accuse, Paradisi venne arrestato il 26 dicembre nel caffè di San Luigi dei Francesi. Ottenne poi di poter sostenere a piede libero il processo, che fu però sospeso dopo la fuga di Pio IX. Fu tra i sostenitori della Repubblica romana e dopo la sua caduta andò esule in Francia. Al suo ritorno a Roma, fu riaperto il processo del principe Torlonia e venne condannato a cinque anni di carcere, che furono la causa della sua morte. La nonna, la madre e tutte le zie di Olga nel 1849, durante l’assedio della Repubblica romana, si impegnarono nel soccorso dei feriti. Anna Galletti de Cadilhac ricordava come all’Ospizio dei Pellegrini, di cui era sottodirettrice, servisse anche “l’intera famiglia Paradisi, Madre e tre figlie, cui la prima delle quali, Maria Ossani questa, tanto fece a pro della patria, per feriti e comitati Italiani, e subì per fino la prigione, benché avesse seco la piccola bambina Olga, che oggi è annoverata  fra  le bellezze e  fra  le  scrittrici Italiane…” Infatti, il 24 dicembre del 1862 Maria Paradisi e Carlo Ossani furono arrestati per “sospetto politico”, dopo una minuziosa perquisizione domestica durante la quale vennero sequestrati un ritratto di Garibaldi e numerose lettere. Carlo fu chiuso nelle segrete del San Michele, Maria fu portata al Buon Pastore in preda alla più profonda disperazione perché non sapeva a chi affidare la figlia. Alla fine ottenne di tenerla con sé in carcere, in una cella separata dalle altre detenute. Olga ad appena cinque anni conobbe lo squallore della prigione e, nel gennaio del 1863, la paura per lo straripamento del Tevere.

Olga non avrebbe più dimenticato i mesi passati con la madre al Buon Pastore e li avrebbe rievocati 46 anni più tardi, in uno struggente racconto per bambini. Dopo essere stata liberata, la famiglia si trasferì a Napoli. Fu qui che Olga, appena ventenne, mosse i primi passi nel giornalismo, distinguendosi per una prosa svelta, elegante, nervosa. Ma stava diventando un mito anche la sua bellezza, accresciuta dal contrasto tra i capelli completamente bianchi e il diafano viso giovanile, in cui spiccavano i luminosissimi occhi scuri. Divenne la principale fonte di ispirazione per un famoso artista napoletano, Francesco Jerace. Il giornalista Federigo Verdinois, nei suoi ricordi, diceva che – dopo averla vista – qualsiasi soggetto disegnasse, dipingesse o scolpisse, aveva i suoi lineamenti: “donne uomini, bambini, morti, vivi, angeli, mostri e perfino diavoli. Mi ricordo di un suo famoso Lucifero (non so più di quale monumento faccia parte) che mi fece esclamare: ‘Ma questo diavolo è Olga!’ Volere o no, tutte le figure gli uscivano stampate a quel modo: lo stampo, si vede, lo aveva nell’anima. Le anime degli artisti son di cera”. Ancora nel 1909 Olga, più che cinquantenne, avrebbe continuato a esercitare il suo fascino su Jerace, che nel realizzare la sua opera più famosa, l’Azione, il gruppo bronzeo alla base del Vittoriano, ne avrebbe immortalato il volto nell’allegoria dell’Italia. Se ne riconoscono i tratti inconfondibili, anche se la fronte resta nascosta dai simboli della massoneria.

Non seppe resistere al potere seduttivo di Olga nemmeno Edoardo Scarfoglio, che le procurò, nel 1883, una collaborazione con la prestigiosa rivista “Cronaca Bizantina”, sulla quale scrivevano – tra gli altri – Carducci, Capuana, Verga, Pascoli, Pascarella e d’Annunzio. Quando, il 28 febbraio del 1885, Scarfoglio sposò Matilde Serao, il suo amore per Olga si trasformò in una solida amicizia destinata a durare nel tempo. Del resto, tra donna Matilde e la Ossani c’era un profondo sentimento di stima reciproca. Proprio grazie alla Serao, Olga cominciò a scrivere sul giornale letterario e satirico “Il Capitan Fracassa”. Nel suo primo articolo per il periodico nasceva lo pseudonimo Febea, candida nel volto e nei capelli come la luna che andava a illuminare i posti più segreti di Napoli. Nel settembre del 1884 scoppiava a Napoli una terribile epidemia di colera. Come aveva fatto la madre nel ’49 durante l’assedio di Roma, Olga si unì ai volontari per il soccorso degli ammalati, entrando a far parte della Croce Bianca e cercando – inutilmente – di mantenere il segreto. Scriveva Federigo Verdinois. “Dovunque un lamento si levasse, dovunque urgesse il bisogno, Olga Ossani accorreva sollecita, pietosa, consolatrice, di giorno, di notte, sempre, immemore di sé, della propria incolumità, delle abitudini signorili, della gioventù fiorente, sfidando animosa disagi, pericoli, miseria, ingratitudine. Era un angelo. Maravigliosa bellezza e più maraviglioso eroismo”. In questa occasione, però, la sua amicizia con Matilde Serao corse il rischio di incrinarsi irrimediabilmente. La giornalista napoletana, infatti, era rimasta tranquilla a Roma, lontana dalla sua città d’origine dove si soffriva e si moriva e Olga non riusciva a perdonarglielo. La bella e coraggiosa donna aveva i suoi segreti, grandi e piccoli. C’era una relazione con un uomo molto più grande di lei, nobile e autorevole, possessivo e tendente al dispotismo. Quando Olga pensò che avesse “oltrepassato il limite dell’autorità” che doveva accordargli, fece in modo di troncare il rapporto. C’era anche un figlio, forse nato proprio da quella relazione, che rappresentava un bel problema per una donna non sposata che doveva farsi largo nella società chiusa e bigotta dell’epoca. Fino a quando avrebbe potuto tenerlo nascosto? Del tutto inaspettata, arrivò la soluzione. Olga, nella città sconvolta dal colera, aveva trovato un bimbo dell’età di un anno e mezzo, la stessa del suo. Il piccolo era rimasto orfano e aveva a lungo vegliato i cadaveri dei genitori. Olga lo aveva preso con sé e i giornali dell’epoca avevano dato un grande risalto alla pietosa storia. Senza nessuna pubblicità il bimbo fu restituito a un parente che lo reclamava. Ormai però Olga agli occhi di tutti aveva un figlio. “Ho conquistato, arrischiando la vita, il diritto d’esser madre ed ora non ho più bisogno di nessuno”, confidò la Ossani in una lettera alla madre. Il suo vero figlio prese il posto dell’altro bambino e lo scandalo fu evitato.

Nel novembre del 1884 Olga si trasferiva a Roma dove incontrò, come abbiamo già visto, Gabriele D’Annunzio, più giovane di lei di sei anni. Nell’agosto del 1885 Olga sposava Luigi Lodi. “Sposate dunque il Lodi? Mi fa piacere, di cuore. Io lo stimo assai, ma non gli dite questo, che gli parrà ridicolo”, le aveva scritto Salvatore Di Giacomo, un altro artista per cui Febea rappresentò una musa ispiratrice. Nei versi di uno dei capolavori della canzone napoletana, musicati da Mario Costa, Di Giacomo si riferiva proprio a lei. Anche il poeta era rimasto affascinato dal contrasto tra i neri occhi appassionati e il volto pallido:

Uocchie de suonno, nire, appassiunate,
ca de lu mmele la ducezza avite,
pecché, cu sti gguardate ca facite,
vuje nu vrasiero mpietto m’appicciate?


Ve manca la parola e mme parlate,
pare ca senza lacreme chiagnite,
de sta faccella janca anema site,
uocchie belle, uocchie doce, uocchie affatate!


Vuje, ca nziemme a li sciure v’arapite
e nzieme cu li sciure ve nzerrate,
sciure de passione mme parite.

Vuje, sentimento de li nnamurate,
mm’avite fatto male e lu sapite,
uocchie de suonno, nire, appassiunate
.

Dal matrimonio con Luigi Lodi nacquero tre maschi e una femmina, Marinella. Il lavoro di Olga proseguiva a ritmi incalzanti. Nei suoi articoli cominciò a chiedere parità di diritti per le donne, anche sul lavoro, “non per sottrarsi al vincolo dell’affetto e della famiglia, ma per conquistarsi il diritto alla libera scelta, all’indipendenza del sentimento da ogni preconcetto di utilità e di interesse”. Sul “Don Chisciotte” parlava del diritto femminile al voto e allo studio, della ricerca della paternità, di divorzio, chiedeva anche per le donne il libero accesso alle professioni. Le battaglie di Olga per l’emancipazione femminile continuarono dalle colonne de “Il Giorno”, nato nel 1899. In quello stesso anno il suo impegno riceveva il giusto riconoscimento: era, insieme con Maria Montessori, la delegata italiana al Congresso internazionale delle Donne che si teneva a Londra. Ma fu nel 1910, con un lungo articolo dal significativo titolo di Eva evoluta, sulla rivista mensile del “Corriere della sera”, che Febea tracciò una completa panoramica del movimento femminista in Italia, definendolo “il buon germe di una giusta rivendicazione di diritti derivanti da doveri”. In conclusione dava la sua personale definizione del movimento: “la evoluzione lenta, progressiva, incessante, della donna nostra laboriosa e modesta, che passa dalla beata irresponsabilità della sua vita famigliare all’aspra lotta per l’esistenza, dalla casa al laboratorio, dal salotto all’ufficio, dall’ombra alla luce, a passo lento, a fronte alta, senza predicazioni, declamazioni, atteggiamenti, tribunizi o gladiatori, con semplicità, dignità, decoro… fors’anche un po’ di nostalgia del passato, e come chi sa di dover compiere un dovere al quale non è più possibile sottrarsi”. Sotto la sua foto si descriveva come la “fedele, paziente, persistente cronista di un’agitazione di cui intuì l’importanza quando se ne contestava persino l’esistenza”.

Gli anni della prima guerra mondiale coincisero anche con il progressivo allontanarsi di Olga e di suo marito dalla scena pubblica. Nel 1932 Olga tentò invano di far accogliere Lodi fra i membri dell’Accademia d’Italia. Per questo motivo scrisse anche a D’Annunzio e lo andò a trovare al Vittoriale. Si spense a Roma l’11 febbraio 1933, seguita dopo pochi giorni dal marito.

Cinzia Dal Maso

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