“Il Vittoriano: restituzione di un monumento”, di Sabino Caronia

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È stato detto che le cose migliori dell’Altare della Patria (salvi i sacri simboli e la spoglia di quel povero soldato senza nome) sono: il libro che vi ha scritto Marcello Venturoli; la revolverata in testa che si tirò l’architetto quando si accorse che cosa aveva combinato; e la definizione che ne diede il giovane Papini nel 1913, quando ancora posava a iconoclasta: «Vespasiano di lusso». Il giudizio è senza dubbio inaccettabile, anche se rispecchia un sentimento comune di imbarazzo se non proprio di insoddisfazione a convivere con quel monumento singolare, sproporzionato, ingombrante, che la sapidità popolare ha di volta in volta definito «macchina da scrivere» o «torta nuziale».

Il «baraccone bianco del mai defunto Sacconi», secondo le note parole di Leo Longanesi, al di là di qualsiasi occasionale rivalutazione, non trova la sua superiore necessità in un valore estetico che di per sé non dovrebbe avere bisogno di cercare altrove la sua giustificazione. Al riguardo mi vien fatto di ricordare quanto scriveva Vincenzo Cardarelli: «Oggi noi non pensiamo più a giudicare l’Altare della Patria da un punto di vista estetico. Lo vediamo nella sua vera luce. La religione, lo zelo che si sono stabiliti su quei gradini ci ispirano, si direbbe, un certo timore di Dio, quel timore di Dio che avevamo perso fino ad augurarci – a tanto può giungere il nostro buon gusto – la demolizione di questo monumento. A proposito del quale non sarà inutile avvertire che io ho sempre pensato quello che penso adesso: niente mi sembra più abusivo, più stomachevole di un certo estetismo agnostico, applicato alle cose della politica e della fede».

Venendo al punto, ciò che veramente conta non è il valore estetico del monumento ma è che questa mole scenografica che «spezza il complesso armonico delle architetture e dei toni del Campidoglio e dell’Ara Coeli, umilia la struttura severa e leggera di Palazzo Venezia, spegne l’effetto del Colosseo sul fondo, copre i gioielli discreti dei Fori, abbassa la Colonna di Traiano e spaventa le cupole gemelle delle due chiese che si rannicchiano tra i pini come cigni adolescenti davanti alla prosopea di un’oca gravida» è la metafora, l’immagine marmorea della vicenda unitaria italiana; ciò che veramente conta è che il Vittoriano è anche e soprattutto l’Altare della Patria.

Come si sa, il complesso architettonico fu costruito come tributo alla memoria di quel Vittorio Emanuele II che volle definirsi «primo soldato dell’indipendenza italiana» e solo in seguito, fatto sede della tomba del Milite Ignoto, venne adibito a luogo di generale culto patriottico. Non a caso la trasformazione si ha con la Grande Guerra ed è appunto questa ad innescare il primo autentico coinvolgimento delle masse italiane nelle vicende dello Stato. L’Altare della Patria vuol essere il simbolo di tale coinvolgimento. Fu il Presidente Ciampi, nei primi anni del XXI secolo, a fare nuovamente del Vittoriano il museo della patria e della civiltà italiana, dopo oltre trent’anni di abbandono fin da quando, il 12 dicembre 1969, aveva subito un attentato, per fortuna senza vittime, simultaneamente all’altro, molto più tragico e funesto, con morti e feriti, alla Banca dell’Agricoltura di Milano. Il monumento venne così restituito alla sua originaria funzione, «non solo un fondale da guardare ma un luogo da vivere», secondo le parole dell’allora soprintendente per il Polo Museale di Roma. Data da allora la restituzione del monumento alla originaria funzione auspicata già dal Sacconi, che lo aveva immaginato come una sorta di colle marmoreo, di passeggiata patriottica da compiersi nei giorni di festa e di raccoglimento.

Il tema centrale cui si ispira l’intera opera è dichiarato dalle due iscrizioni sui propilei: «Patriae Unitati» e «Civium Libertati», poste non a caso quasi a commento delle due quadrighe di Carlo Fontana e Paolo Bartolini che simboleggiano appunto l’Unità e la Libertà. È stato giustamente osservato riguardo al Milite Ignoto che, a differenza di quanto avviene per l’Arc de Triomphe, dove le semplici linee mettono in risalto il sepolcro sottostante, la tomba italiana scompare inghiottita dal gigantesco monumento. Non essendo possibile realizzare l’auspicio del Sacconi che proponeva, al posto della grande statua equestre di Vittorio Emanuele II, una scultura di proporzioni più modeste raffigurante il sovrano seduto in trono con la vittoria aptera che gli poneva in capo la corona trionfale, è stato molto opportuno restituire almeno tutto il loro significato al fuoco perenne che arde presso il sepolcro, ad indicare la forza della memoria capace di vincere le tenebre della morte, e alla semplice scritta latina: «Ignoto Militi – Anno 1915 – Anno 1918».  

Sabino Caronia

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