“Amuleti”, di Lorenzo Pataro, letto da Maria Teresa Armentano

pataro

“Amuleto”: l’etimologia di questo termine è incerto. Probabilmente nel mondo antico si riferiva a un rito sacrificale. Si può immaginare che Lorenzo Pataro l’abbia scelta come parola che evoca l’Arcano per il suo nuovo libro di versi (Amuleti, Ensemble, 2022, pp. 100, Euro 13), in cui le poesie sono senza titolo. La Poesia è un Mistero che si rapporta a un mondo interiore celato nel profondo dell’IO, a un immaginario personale inesprimibile e ineffabile (Dante nell’ultimo canto del Paradiso in un altro contesto lo ricorda “trasumanar significar per verba non si porìa”), in cui la parola non definisce ma richiama, è soprattutto suono, ritmo che si espande e genera innumerevoli risonanze ed echi concatenati. Non per nulla migliaia di definizioni, diverse le une dalle altre, non sono riuscite a risolvere l’enigma della creazione poetica. Le parole hanno un loro misterioso nucleo che può trasformarsi in un filo da disbrogliare che ci porta nel mezzo di una verità quando racconta visioni radicate nei sottosuoli della memoria di cui spesso siamo inconsapevoli. La parola, divenuta altro, alza il velo e lo sguardo si posa sull’oggetto o sul luogo che genera meraviglia, e in quel momento avviene un cortocircuito, un quid imprevedibile, e la parola si coniuga col suono ed esplode il verso. È il momento in cui il poeta trova il suo amuleto, l’oggetto salvifico che risplende e prolunga la magia della parola e trova consonanze con il mondo reale che prima lo ha respinto e deluso.

Gli amuleti di Lorenzo Pataro sono dunque le parole in versi accostati a un testo prosastico, dove la prosa non si correla come  contraltare alla poesia, ma al contrario è un nuovo testo scritto con un’urgenza visionaria, senza quasi pause, in cui il conflitto col reale è sempre più evidente e, dove per isolare un tempo che non è più  suo, Pataro si rivolge al passato e alla memoria. Cos’è la parola per Lorenzo? Un attraversare il tempo passato e viverlo al presente attraverso i ricordi e le nostalgie, anche di tempi non vissuti, ritrovare sentimenti rivolti al futuro che resta misterioso, imprevedibile, incerto cammino dell’esistenza. Il poeta è sempre in bilico tra il tempo finito che è presente nei suoi versi e il tempo prossimo futuro, svolgimento del presente senza certezze. 

Per ritornare al grembo / per prima cosa / chiudersi a gomitolo tra le coperte / come in un gioco eterno a dimenticare / le forme i colori gli spazi / abbandonarsi come a un abbraccio / guardarsi da fuori senza riconoscersi / farsi chiudere gli occhi dal silenzio, pungente / respirare piano pianissimo per non svegliarsi…

Il grembo non è rifugio dall’esterno, è il tentativo di ritrovare se stessi nello spazio vuoto di un IO che  si riconosce solo nel silenzio, nell’essere senza forma e peso, nel timore che le parole cadano nell’assenza  dell’ ascolto. Il ritornare bambini non è la gioia del ricordo che spegne il dolore dell’essere nati ma è… Sentire come allora. Farsi tana e nascondersi / era un modo per lasciare il mondo vuoto, farsi / mondo nel mondo e nascondersi nel vuoto / lasciato dalle cose. Il nascondimento non da altri ma da se stessi e gli spazi vuoti, profondi e silenziosi come il grembo e la tana per sfuggire all’ombra celata allo sguardo, allo “sconosciuto” che abita la profondità dell’essere. Il colloquio del poeta con la natura che appartiene al Mistero come l’uomo, il confondersi con essa, non è che un cammino comune verso l’inganno consueto. Si ritrovano in Pataro gli echi di Montale, di quel correlativo oggettivo distante da noi, che svela la realtà ingannatrice e sfuggente di una natura che non racchiude in sé l’armonia rasserenante, all’opposto il dolore che appartiene all’essere umano. Echi leopardiani interrogano la nostra mortalità che vive il dramma di un’esistenza senza riparo, dove il bene non si raggiunge se non attraversando il guado di una realtà negativa che imprigiona. Il poeta osserva l’universo inconcepibile senza speranza; il bene si può trovare in quel niente che disfa le cose, in quel vento che, spazzando via ciò che dietro rincorre, illude nella possibilità di un varco. La vana speranza nei versi di Pataro è sempre tinta di una tragicità consapevole, radicata nei sentimenti che sempre lottano contro il tempo presente e passato.

e se un giorno ci ricongiungeremo / con la coincidenza esatta / della felicità, e se allora forse / sogno e realtà / arrivassero finalmente / a coincidere

Il poeta insiste sulla possibilità e su quel forse in cui s’intravede la speranza di ritrovare se stessi interi e veri senza una scissione, in cui la realtà, plasmata dai nostri desideri, consenta di percepire il sogno come vivo e presente. L’ultima parte del testo, intitolata “I morti sono un tarlo della neve” (un verso di una sua poesia), è centrata sulla presenza viva della morte. L’ossimoro spiega la visione del poeta sulla morte che non è fine, ma confine sempre in bilico tra l’essere e il non essere. I suoi versi sembrano gridare che non si ha la consapevolezza della vita finché la morte non s’impossessa di noi e non diventa reale agli occhi altrui.

Il numero dei vivi bilanciato, la vita che poi / deve andare avanti “Fatti forza ora forse riposa / nella pace.” A furia di ripetere lo schema / sembra quasi che alla fine si sia perso / lo scandalo del dire “io lo so che è una tragedia / e non so che cosa dire e non è vero che il / tempo poi cura ogni ferita.” Sembra quasi / che ci siamo abituati a consolare, a compatire / ugualmente ogni dolore…

È la banalità delle parole, sempre le stesse, pronunciate come un mantra a suggerire che della Morte non conosciamo nulla, se non l’effetto visibile ai nostri occhi: corpo che poi ritornerà polvere a quella terra, nostra dimora da sempre. Pataro s’interroga in queste sue poesie sulla transitorietà del nostro essere al mondo, una piccola scheggia che brilla, a cui i versi poetici offrono visibilità. Siamo scie a cui dà consistenza l’amore che resta come segno di vita della nostra permanenza nel mondo.

La trilogia poetica finale è dedicata a Giovanna Sicari, una poetessa morta a soli quarantanove anni. Si comprende il perché di questa vicinanza di Lorenzo alla poetessa. Anche per lui il bene è invisibile, incartato nell’involucro del male, ed è l’amore, che il poeta benedice in un crescendo nell’ultima poesia della IV sezione, a riportarlo in superficie. E la parola torna a trionfare, essa supera il nulla trasformando la realtà negativa nell’attesa di un bene che nelle poesie di Pataro è rimpianto e talvolta aspirazione, non ben definita, non aggrappata al reale ma intessuta di ricordi e di memorie. E l’amuleto ritorna a essere protagonista, a tracciare la strada al poeta che non devia dalla sua incertezza-certezza, l’una trova la ragione d’essere in un passato che si vive come presente, l’altra è la forza della poesia e del verso che non ci delude e che offre spiragli, per il varco aperto all’infinito stupore che anima il cuore. Lorenzo è riuscito a dare sostanza alla sua parola, proprio isolandola e ripetendola per scolpirne la forza nel verso senza che perdesse ritmo e fluidità. La densità dei suoi versi consiste anche in questo altalenante cullarsi tra possibilità e impossibilità, in questo sprofondare nel segreto dell’IO per risalire  alla  luce che sconfigge il buio con la bellezza della parola poetica.

Forse siamo solo questo restare immobili e radiosi a farci attraversare dalla vita quando filtra dalle imposte chiuse, forse solo lo scatto nervoso della mano sul foglio quando scrive del suo amore, forse si, forse siamo solo questa terra bagnata…

Forse è l’interrogativo cosmico con cui inizia la grande poesia Dei Sepolcri di Foscolo. È l’interrogativo senza risposta che ci riporta alla memoria del passato-presente, fondamento  della seconda, bella opera in versi di Pataro.

Maria Teresa Armentano

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