La poesia di Chiara Mutti, letta da Maria Teresa Armentano

Ho incontrato il mondo creativo della poetessa Chiara Mutti leggendo i versi del secondo e terzo dei suoi volumi poetici: Scatola nera (Fusibilia Edizioni), edito nel 2016, e Archeologie del cielo (Terra d’ulivi Edizioni), edito nel 2019. Per raccontare le sue inquietudini, i suoi silenzi, i pensieri celati nella “scatola nera” come enigmi e ricordi, la poetessa usa un linguaggio e una metrica sorprendenti. Parole dal suono scabro e ruvido, dure al pari delle pietre, evocano dolore e morte, rincorrono il ritmo delle sue ferite senza nulla togliere alla musica dei versi sospesi e isolati, sapientemente disposti. «…per una volta almeno, sì, sentire / il liquido richiamo della vita / che ci scorre ancora nelle vene / rossa, inalberata, folle, aperta / come una ferita». (“L’incanto”)

In questa sua seconda opera Chiara Mutti non si abbandona totalmente alla parola “poetica” come unica strada per rivelare il suo mondo interiore, ma tesse una rete di riflessioni che indagano la psiche nel profondo. In “3 gennaio 2012” la poetessa scrive: «Nasco in questo giorno / intirizzito e corto / come coperta mal lavata, in pioggia / né domani, né per sempre / schizzata nelle braccia dell’inverno / quarantotto anni fa. / …La poesia – ma forse non voleva – / mi è colata come lava sul cappello, / ma non sono che rivoli d’acqua, / agitato corso del mio sonno»…

Un equilibrio difficile da trovare tra l’agitato sonno e la nota dolente di una vita vissuta e celebrata come un rito sacrificale. Per sé, per gli altri che non comprendono o per la stessa poesia che le scivola addosso? Interrogativi senza risposta, che troveranno una soluzione incerta nel suo cammino sul filo di un rasoio tra la ragione e l’appiglio a un sentimento di difficile decifrazione, che erompe da una visione angosciosa della realtà in bianco e nero. Il nero sembra prevalere, in questo il titolo è presago dei versi, nel luogo dell’innocenza per eccellenza, l’infanzia, dove si nascondono mostri all’origine del mondo. «Nel paese dei bambini / si nascondono mostri / forse essi stanno / all’origine del mondo / all’inizio di tutte le cose». (“Nel paese dei bambini”). L’infanzia, spazio dell’esistenza vissuta nell’alba di sogni futuri, è nel subconscio della poetessa un recesso della “scatola nera” dove s’intravedono ricordi dolorosi e drammi irrisolti. Nella poesia “Temporale”, dove la poetessa scrive «Ho affidato il compianto / delle cose ormai perse / al rumore del vento», la natura appare partecipe della gioia nello sbocciare dei fiori, calici rosa e bianchi, in un’immagine di vita che allontana la tempesta. Ma è solo un istante. Il sentimento della dissoluzione attraversa la poesia della Mutti a cominciare dal tempo, dove la lontana eco di una malinconia quasi leopardiana sembra pervadere la natura muta, attonita, tragica spettatrice sulla scena del mondo.

Leggiamo da “Luce lunare”: «Brilla la luna impietosa / nuda / si offre in tutto il suo chiarore / attraversata appena / dalle ombre»… La luna impietosa, nuda, impudica, tre aggettivi che determinano il senso del tragico insito nei versi della Mutti: una luce non benefica, che tradisce e non dà chiarore, ma svela ciò che le ombre nascondono. Al fondo dei versi sempre alita un fiato inquieto che rincorre ciò che è perduto del passato, vivo solo nell’immaginazione. Il turbamento della poetessa non offre spazio a nulla se non al Vuoto non riempito dai suoi sogni e dalle speranze: (…«Questo nulla che ci attrae / più dell’atomo scomposto?», da “Costellazioni”) e non alla realtà che, celata nella scatola, è lacerata dalle ferite incise nell’anima. Sconvolgente il grido finale: «Umano, troppo umano / del cuore / questo voler andare… / dove? /… Quando il sempre è una scintilla muta / che trasmuta / l’attimo grandioso e universale / in cui la voce tace / e il respiro (se può) / è andato a nascondersi / nel vuoto…» (“Umano”).

Il terzo libro della Mutti si allontana dal secondo e sceglie una strada completamente diversa: visioni colorate espresse in splendide foto di tramonti, mare, cieli e nuvole che si compenetrano con versi anch’essi dalle mille sfumature. Tre anni non sono passati invano. Versi che incantano, densi di riflessioni che lasciano aperte le porte a un’altra visione, quella di un’esistenza più lieve, dagli interrogativi meno angoscianti che sfumano nella luminosità delle immagini. I versi raccontano le immagini e le forme delle nuvole, le tonalità ben calibrate di azzurro e di colori tenui accompagnano le poesie senza mai un eccesso di luce che potrebbe allontanare dall’idea evocata. E questa la peculiarità del testo: la foto sorprende ma non distoglie dalla densità del verso che racconta la sostanza della vita. Nella proposta poetica di Chiara Mutti non accade: l’armonia è perfetta, un accordo rasserenante tra colore e verso che nulla lascia all’improvvisazione. Non è l’immagine che suscita l’emozione a guidare il lettore, ma la pienezza dei versi che esplicita il susseguirsi delle visioni fotografiche. Non si tratta soltanto di foto, sia pure splendide tecnicamente, ma di strumenti di un racconto interiore che si snoda con e attraverso i versi. «Sorvoleranno i prati / le ombre e le luci del giorno, / stormi di nuvole / filtreranno il passaggio. /…Il cielo muta le nostre prigioni in voli / le ali, contro la luce, in croci». La metafora dello stormo di nuvole che cambia volto, in questa poesia non abbandona nell’ultimo verso l’angoscia dell’esistenza: la luce buca le nuvole con il suo raggio e trasmuta ciò che illumina.

L’immagine di copertina, richiamata all’interno del testo con la lente dell’obiettivo che, segnando la distanza, esprime insieme la vicinanza e la lontananza tra mare e cielo, modifica il colore dell’acqua e la forma stessa delle nuvole a tal punto da dare l’impressione che la poetessa abbia consapevolmente rivolto il suo sguardo agli elementi naturali da un’angolazione opposta per offrirci un duplice senso rivelato dai versi. Ut pictura poesis come nell’Ars poetica di Orazio: una poesia è come un quadro, c’è quello che ti prende di più se visto da vicino, un altro invece se lo guardi da lontano. La distanza e la luce cambiano la prospettiva, questo vale per le foto di Chiara Mutti ma non per i versi rivelatori del titolo del testo. L’archeologa-poetessa scruta il cielo che si riflette nel mare per trovare nelle sue profondità l’abissale eternità. «Il mare tanto amato / e grave, ci attraversa / ci plasma, agita e confonde / con la sua muta permanenza / eppur mutevole e mai certa: / abissale eternità»… Nel mare la scoperta dell’umana sorte sempre incerta; nel cielo l’infinitezza creata dalla trasformazione. «… Allora sceglierò una nuvola, / la sua forma mille volte sognata /e il suo essere senza fine / trasformazione»… Questa continua persistente allusione al cielo, questa evocazione di uno spazio infinito attraverso le foto insistenti sulle vibrazioni coloristiche che esaltano i contorni delle nuvole, impalpabili vive creature, nel loro mutamento continuo, e si dilatano contrastando il nero minaccioso e limitando il suo spazio (…«o forse è solo questione di luce / questo cielo limpido / che tutto accoglie: / l’amarezza, la memoria, i sogni / questo cielo che esiste / “lo avresti detto”? / Esiste / anche senza di me»), questa ansia e desiderio di infinito che ci trasporta verso il cielo così difficile da contemplare, traspaiono pienamente nei versi ispirati dal tramonto del sole dove la caduta, l’occasus, il precipitare, è lentissimo e non si avverte: «La nostra anima / non può contenerne. / L’urlo del cosmo ingoia / la propria bellezza / con gioia troppo vicina al dolore»… Un cielo così distante dallo sguardo che si leva verso l’Alto non svela il Mistero del perché la gioia si confonda col dolore, mentre l’azzurro si appanna e le nuvole velano la sua nitidezza. Quando la poetessa si arrende all’amore, ritrae un cielo di un azzurro che abbacina, in cui nuvole sfilacciate si perdono sempre più evanescenti con una barca in secca ma pronta a salpare verso un mare di un azzurro più tenue, quasi a confondersi con il biancore delle nuvole. In questi versi una sola amara scoperta: lasciarsi amare è abbandonarsi all’evidenza dell’incomprensibile. «Arduo scoprire e ammettere / che l’impresa più audace / è lasciarsi amare, / permettere alla luna nuova / la gestazione del mare».

Le foto della Mutti, in un rapporto persistente con i versi, rafforzano la ricchezza della sua voce poetica, sfiorano sentimenti profondi raccontando la Bellezza di una natura sfuggente e mutevole, ampliano lo sguardo della poetessa e il nostro sulla Luce: più che le parole la vera perla è il Silenzio, che solo la voce della poesia autentica può sconfiggere. Un libro che si legge con un doppio sguardo, che moltiplica le parole con le immagini: due letture che si congiungono nell’unico suono eterno della Poesia. «Fin dove giungono le parole / di fronte all’immensa volta del cielo?». L’interrogativo resta sospeso tra le profondità del mare e la fuga verso il cielo. La sospensione lascia attoniti e sorpresi a riflettere sulla bellezza dei versi di Chiara Mutti.

Maria Teresa Armentano

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