“Specchio doppio”, di Marco Onofrio, letto da Maria Teresa Armentano

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Di solito i racconti sfidano il lettore appassionato, non critico di professione, incollandolo alle pagine: si leggono uno dietro l’altro, quasi di corsa, per scoprire un nuovo mondo, una realtà sempre diversa, un personaggio intrigante; in ogni modo si è trascinati dall’ansia della scoperta. Nel libro di Marco Onofrio recentemente pubblicato a Cosenza da Pellegrini Editore, a guidare la lettura è stata invece l’originalità impensata del titolo, “Specchio doppio”, e le sezioni con due coppie di racconti. Se qualcuno si guarda superficialmente in uno specchio vede un altro se stesso identico, ma se lo specchio è doppio anche l’immagine si sdoppia, e si scopre che, dietro la prima, se ne delinea una seconda del tutto nuova in cui i frammenti, come i tasselli di un mosaico, si scompongono e ricompongono in modo inconsueto. Sei un altro che può trasformarsi ancora in un altro se l’immagine si decompone, svanisce, è in primo piano o sfocata.

In questi racconti Onofrio opera un gioco dell’inconscio con una lente che può deformare, avvicinare, ingrandire, abolire le distanze o renderle infinite come ci suggerisce la copertina con l’obiettivo in primo piano. Lo scrittore spazia intersecando vari piani come un regista che sceglie le inquadrature focalizzate sul sogno grottesco o sul paradossale. Per Onofrio è quasi una necessità ancorare il lettore, con suoi dieci racconti doppi, a una parola che sia confronto tra i due specchi, anche se non risulta fondamentale che siano gli avvenimenti, gli oggetti o i personaggi al centro della narrazione per assumere il senso che lo scrittore vuole dare alle coppie poste tipograficamente accanto ma simbolicamente opposte. L’obiettivo è che si riflettano per creare le sfaccettature necessarie a osservare la realtà attraverso una doppia lente, da lontano e da vicino, dal reale al surreale, come quando si ritorna ai ricordi della prima infanzia o si recupera il visionario incanto di un campo di calcio che è metafora dell’esistenza con le sue contraddizioni. Così nella descrizione di Roma e del Colosseo, che nasce da uno sguardo d’amore per trasformarsi nell’illusione incantata di un tempo senza fine, di una eternità che diventa sogno illusorio, anche spinto all’eccesso di un rapporto carnale per rilevare la fusione di se stesso con la città e l’intima essenza di un luogo, il Colosseo, simbolo appunto di specchio del mondo. L’autore ha scelto di accostare nel doppio specchio il contrasto anche nei titoli delle sezioni: “Caos” e “Sentimento” per offrirci ancora un doppio volto del surreale che nasconde e talvolta esalta il reale creato da sguardi e da suoni che si perdono nel vuoto e nel nulla. La realtà si dissolve, s’infrange nello specchio che riesce a restituire solo un pallido riflesso svanendo. Nello smarrimento causato dall’inconscio, Onofrio racconta della nostra non–esistenza, di parvenze di una realtà artificialmente creata e mai pienamente compresa e diventata nostra. Anche la denuncia sociale dei mali del nostro sistema di ipocrisie in cui, forse per suggerimento inconscio, sono accostate le due sezioni dal titolo “La Politica” e “L’Italia”, ritroviamo esemplari macchiette, compendio dei mali di situazioni esacerbate fino all’assurdità e che per questo privano di ogni speranza il futuro e si specchiano nella doppiezza di una realtà frantumata.

La lingua si piega alle esigenze del racconto e del suo ritmo veloce: le frasi brevi, l’aggettivazione ricca, le metafore come ad esempio in “Campare scrivendo” o in “All’opera!”, le parole isolate che si susseguono incalzanti racchiudono una ricerca anche del suono che accompagna la parola, scoprendo così la sostanza dell’essere poeta presente in Onofrio. Di là dall’apparire un difetto, mi sembra, al contrario, un pregio della scrittura dell’autore, una raffinatezza che esalta l’attenzione del lettore che gode anche di questo gusto linguistico come di una novità che appartiene al piacere di leggere, alla gioia stupefatta di chi ha scoperto uno scrittore che ha “reinventato” il modo del raccontare fuori dai paradigmi tradizionali, allontanando e deformando la realtà, pur rispettandone la complessità.

Maria Teresa Armentano

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