Dante Maffìa: “La Treccani”

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Il notaio, nello scaffale dietro la scrivania, aveva l’Enciclopedia Treccani. Finalmente capii che si trattava di libri, anzi di libroni, e non di veri e propri cani, dei quali avevo paura da quando un mastino randagio e pieno di zecche aveva azzannato al polpaccio Orsola, la mia compagna di banco. Timidamente chiesi al notaio di poter sfogliare un volume e nell’aprirlo mi sentii ubriaco. L’Alighieri, si trattava del primo tomo, aveva una infinità di pagine, c’era di che scialare per saperne tante sul poeta. Alle scuole superiori, nella Biblioteca dell’Istituto, potei consultare più volte la Treccani per ricerche di vario genere. Ero affascinato nel constatare che ogni argomento era ricco di informazioni e di particolari. Come non sognare di essere un giorno registrato in una di quelle pagine per diventare vivo per l’eternità? Divenne il mio desiderio più grande.

Ma tutto cambia. Tutto viene travolto e “le estreme sembianze e le reliquie / della terra e del ciel traveste il tempo”. Non ci crederete, ma negli ultimi sei mesi ho trovato, sul marciapiedi di fronte al portone di casa mia, quattro intere Treccani, perfino con gli aggiornamenti. Chi le ha poggiate sul marciapiedi non ha avuto il coraggio di ficcare i volumi nel cassettone dell’immondizia.  Sì, le ho raccolte, me le sono portate a casa, anche se il mio nome non compare e non serve la mia ostinazione a controllare ogni giorno se il miracolo sia avvenuto. A Manzoni (guardo sempre la lettera M per prima), che ha scritto il romanzo più indigesto della letteratura europea, tanto spazio; a me neppure un rigo. Quindi addio immortalità. Perché è la memoria che dà l’immortalità, la registrazione nei regesti che poi, a distanza di anni, di secoli o di millenni, basta che uno li apre e colui ch’è stato catalogato, citato, trattato, risorge.

Non m’è mai passato per la mente che le battaglie e i desideri hanno senso nel presente, nel momento in cui si vorrebbe che si realizzassero le cose. Credere che il DOPO abbia un senso è ridicolo, consolatorio ma ridicolo, perché la memoria conta, è viva fino a che ci sono figli e forse nipoti, dopo è un prurito molto astratto di cui si fregiano le pro-loco o al massimo i sindaci di qualche borgo per dare importanza a una tradizione culturale della quale essi stessi non percepiscono la portata. Curioso e scettico come sono, non ho rinunciato a fare domande a persone che si riempivano la bocca citando un antenato famoso e alla domanda chi fosse e che cosa avesse fatto l’antenato, il silenzio è sempre diventato di tomba. In Basilicata sotto la targa posta all’entrata di un paese è ricordato che c’è nato un poeta. Fingendomi cronista ho fatto un giro per i vicoli e le piazzette chiedendo a molti chi fosse il poeta e che cosa avevano letto. Quasi tutti con la bocca aperta, smarriti e irritati dalle mie domande.

Dunque? Dunque continuiamo a mettere targhe, a intestare strade ed edifici agli uomini che si sono distinti nelle società, con la consapevolezza che i signori veri del mondo sono il marciume e la polvere, e che tutto passa e non torna mai più o quando torna è in maniera diversa da quel che era, poeta o scienziato, politico o imperatore. Niente di male. La realtà va rispettata. Certo, va rispettato anche l’orgoglio della stirpe. Così sia.

Dante Maffìa

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