“Il profeta e la diva”, di Giuseppe Manfridi, letto da Dante Maffìa

manfridi

“Il profeta e la diva” (Gremese, 2022, pp. 295, Euro 19,50) è un romanzo che si svolge nel tempo breve di una giornata, una scommessa che qualche grande narratore dell’inizio del Novecento ha realizzato e che Giuseppe Manfridi riprende ma costruendo da dentro, dalle percezioni che i protagonisti riflettono sulle scene e sul paesaggio, quasi fabbricando paesaggi dell’anima, assegnando a ogni immagine un ruolo. Si tratta di una scrittura che tuttavia non si abbandona totalmente al surreale e riesce a farci sentire la magia dei luoghi come presenze fisiche inscindibili dalle azioni e dagli eventi.

La vicenda riguarda la realizzazione del film “Medea” (1969) di Pier Paolo Pasolini. Materia nella quale Manfridi si muove a proprio agio facendo rivivere le preoccupazioni che investono il regista per trovare gli interpreti adatti. Da qui la descrizione accorata e dettagliata delle situazioni fatte rivivere come se fossero le uniche cose al mondo da salvaguardare, da considerare. Evidente che si tratta di una favola, la favola di un amore tra un omosessuale con le sue fisime e le sue ossessioni e una donna fatale, una diva che ha avuto ormai tutto e che quindi nel ricevere attenzioni si rende conto se sono finzioni oppure atti davvero d’amore. Da qui la preoccupazione costante del regista che vive “dibattiti interiori” che si muovono con scossoni continui, come se invece di sentimenti e di emozioni fossero tsumani dell’anima inadatti a saper consolidare la bellezza del proprio sentire.

Dunque la storia d’un amore che, ambientata a Goreme, in Turchia, s’innalza immediatamente nella sinfonia poetica sia per l’elegante e raffinata scrittura e sia per i “fantasmi” che popolano la mente  e il cuore di Maria e di Pier Paolo. Pagine indimenticabili quelle che la cantante ci fa vivere nel ritrovare il figlioletto morto che lei chiamò Omero; pagine indimenticabili quelle in cui Pasolini rimugina, indeciso e quasi imbarazzato, quando vuole regalare alla donna di cui si è innamorato, un anello. Dicevo scrittura elegante e raffinata, ma non vorrei che si pensasse a una sorta di rarefazione, per intenderci, alla Italo Calvino. Manfridi è sanguigno, acceso, denso di immagini, di descrizioni che hanno comunque la leggerezza del volo d’una farfalla per il semplice motivo che non rimugina, non resta stagnante, ma coglie al volo i frammenti psicologici dei rapporti e ne dà la consistenza umana e poetica.

Lasciatemelo dire, un romanzo finalmente che bada a rendere veri i protagonisti, di quella verità che non è realismo, ma creazione, direbbe Tahar Ben Jelloun, fatta di sensazioni, di percezioni, di calore umano. Insomma un  libro scritto col passo  del poeta, e tuttavia il lirismo di Giuseppe Manfridi non inficia il ritmo narrativo, anzi lo vivifica, lo rende alato, prezioso e lo rende soprattutto piacevole, ricco di vita.

Dante Maffìa

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