Marco Onofrio: “Roma sognata a Ovest. L’impossibile partenza di John Fante”   

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John Fante è uno dei maggiori scrittori americani del ‘900. Nato nel 1909 a Denver, in Colorado, aveva origini italiane, come si evince dal cognome: il padre Nicola era emigrato dall’Abruzzo, ma anche la madre – Mary Capolungo – pur essendo nata a Chicago era figlia di italiani, emigrati dalla Basilicata. Fante ha vissuto la maggior parte della vita in California, a Los Angeles, dove è morto nel 1983 per l’aggravarsi del diabete che lo affliggeva da tempo. Tra le opere più note, i romanzi “Aspetta primavera, Bandini” (1938), “Chiedi alla polvere” (1939), “Una vita piena” (1952), “La confraternita dell’uva” (1977). Diverse e anche di grande rilievo le opere postume portate alla luce dalla moglie Joyce, tra cui “A ovest di Roma” (1986).

Il libro raccoglie due novelle di una certa lunghezza. Nella prima, intitolata “Il mio cane Stupido”, il protagonista Henry Molise, scrittore cinquantacinquenne in crisi di ispirazione, assiste impotente al disfacimento della sua sgangherata famiglia (Harriet, la moglie, sempre più distante, annoiata ed estranea; i quattro figli, ribelli e scansafatiche, che prendono ognuno la propria discutibile strada, tra fallimenti, guai e preoccupazioni); allora si serve del cane “Stupido” – un gigantesco e testardo esemplare di akita intrufolatosi una sera d’inverno nel giardino della loro villa a Point Dume, nei pressi di Santa Monica (California), e da quel momento impostosi come membro aggiunto di casa Molise – per vagliare sensazioni, idee, riflessioni, progetti, e insomma la prosa dolceamara del quotidiano. L’analisi di questo grumo intricato, sospeso tra le opposte pulsioni di una vita e di una famiglia in traballante equilibrio, trova il suo costante, inossidabile contrappeso nel sogno di Roma, di cui Henry «parla ossessivamente». È un sogno nutrito di ricordi, perché a Roma c’è già stato per fare lo sceneggiatore cinematografico (così come Fante, che lavorò per Dino De Laurentiis).    

Due settimane prima che il bambino nascesse mi fu offerto un lavoro a Roma. Harriet fu così contenta di farmi alzare da quella sedia e io così desideroso di andarmene, che partii senza fare nemmeno una valigia.

Che cosa significa Roma, per Henry Molise? Il brivido di una rotonda, sconfinata libertà, a migliaia di chilometri dalle spigolose zavorre americane. Una sensazione ineffabile che lo libera dal grigio dell’«unica realtà» (malgrado l’apparente benessere e il sole della California) e lo attrae verso «il ricorrente ricordo di Roma». Solo a pensarci gli si ferma il respiro, mentre visualizza la scena vissuta: «una tazza di cappuccino a un piccolo tavolo di piazza Navona con una ragazza dai capelli corvini accanto, che mangiavamo anguria e ridevamo, e lei sputava i semi ai piccioni». La soluzione contro il graduale appiattimento di un’esistenza giunta alla crisi di mezza età, dai bilanci invariabilmente grami, sembrerebbe quasi alla portata: «un volo Alitalia per Roma con settantamila dollari nella tasca dei jeans per cominciare una nuova vita a piazza Navona, con una brunetta, per cambiare». Facile, a dirsi; ma poi il viaggio resta sempre irrealizzabile, per colpa dei mille impedimenti quotidiani (i problemi dei figli, le sbronze, i libri malriusciti, le telefonate di lavoro che non arrivano, i litigi con Harriet, l’amore-odio per Stupido) ma anche e soprattutto delle catene invisibili che legano il protagonista a quanto crede ambiguamente di detestare, cioè l’essere padre e marito: «non avevo mai voluto diventare padre, e invece eccomi, padre quattro volte, e piazza Navona si allontanava come un pianeta irraggiungibile».

A Roma forse è stato davvero felice, come mai era stato prima di allora e come in seguito non sarebbe stato più. È la stella cometa che di lontano indica la via nel buio della selva esistenziale, in fondo a cui Henry non solo smarrisce dantescamente la “diritta via” ma tocca la stupenda e opaca insensatezza del mondo: «Ancora una volta l’insolubile, fondamentale domanda della mia vita cominciò a perseguitarmi. Che diavolo ci facevo su questo piccolo pianeta? Cinquantacinque anni, per questo? Era assurdo. Quanto ero lontano da Roma? Dodici ore?». Tuttavia non è ancora disposto alla resa, seppure prossima. “Il mio cane Stupido” è proprio il “racconto di formazione” di questa presa di coscienza che, tra ricordi sempre più lontani e astratti furori di cambiamento, conduce infine all’accettazione impotente della vita come è.

Se la coscienza dell’infelicità è il combustibile del sogno, Roma ne è il propellente ideale, anzi: la contemplazione insistita e quasi ossessiva del viaggio a Roma, in cui Henry proietta, senza dubbio esagerando, tutte le riserve auree del proprio residuo futuro. A un certo punto si rivolge col pensiero al suo cane storico, lo «splendido» Rocco, tutt’altra pasta d’animale rispetto a Stupido:

Rocco. Ho bisogno del tuo consiglio.
Che problema c’è, capo?
Non sono felice. Voglio cambiare tutta la mia vita. Ricominciare da capo. Andarmene da questo paese.
Fallo. Ascolta il tuo cuore. Vai dove ti dice.
Ma mia moglie e i miei figli?
Lasciali. Prendi la strada maestra. È la tua ultima possibilità. Non tornerà un’altra volta. (…) Sii libero, capo. È l’unica cosa che conta.

Naturalmente “Rocco” è una funzione della coscienza, è la voce del self che risale tra le pieghe dell’interiorità. Henry dice queste cose a se stesso per motivarsi al grande salto transoceanico, che visualizza ruminandolo e declinandolo in diverse forme di anticipazione, destinate a rimanere ogni volta senza seguito reale:

(…) milleseicento dollari. Tolti cinquecento per il biglietto, sarei arrivato a Roma con circa mille e cento dollari. Meritava della considerazione…
Levando il biglietto, sarei atterrato a Roma con più o meno novecento dollari. Avrei potuto viverci per tre mesi…
La città eterna. Suonava bene…

Per qualche attimo contempla pure l’idea di andare a Roma con la moglie! Come nell’illusione fuori tempo che possa sostituirsi alla «brunetta» di cui sopra; ma appunto è una fuggevole, sciocca fantasia:

Pensai a Roma, naturalmente, e mi baloccai persino con l’idea di portare Harriet con me. Per andarci avremmo prima di tutto dovuto vendere la proprietà di Point Dume, impossibile finché avevamo i ragazzi sulle spalle. E quanto al cane, non credo che avrebbe amato Roma, dove tutti i cani, al guinzaglio per legge, devono anche portare la museruola. Comunque non avevo mai immaginato Stupido con me a Roma. Mi serviva solo fino a quando non avessi potuto fare la mia mossa. Con i ragazzi via e la casa venduta, sarei stato ricco e libero. Più facevo piani e sognavo, meno Harriet entrava nel mio progetto. Dopo tutto non credevo che Roma le sarebbe piaciuta. Separata dagli amici, isolata dalla barriera della lingua e culturalmente aliena, avrebbe potuto trovarla insopportabile. Inoltre non provava più alcun affetto particolare per le cose italiane. Decisi che l’unica soluzione era di affittarle un appartamento a Santa Monica, allora sarei potuto partire per piazza Navona e tuffarmi nella nuova vita.

La trasformazione a vista del pensiero rappresentata in questo tratto evidenzia molto bene la chiave estetica “vitalistica” secondo cui la scrittura tagliente e tragicomica di Fante chiede d’essere interpretata: uno straziato attaccamento alla bellezza che sfugge, l’inafferrabilità del senso, la fluida provvisorietà delle cose in continuo divenire – quasi un elogio dell’umana imperfezione che è, al contempo, esorcismo della disperazione esistenziale. È anche tutto questo che rende così amleticamente incerto il protagonista. «Ho deciso» dice di continuo, e poi non si decide mai. Anzi, più lo dice e meno lo fa, opponendosi ostacoli e pretesti d’ogni tipo. Come chi ripeta “guarda che mi ammazzo” solo per richiamo di attenzione: il vero suicida non annuncia il gesto, lo decide e lo compie in silenziosa, irrevocabile solitudine. 

A un certo punto sembra che finalmente sia la volta buona, forse anche per la rivendicazione dell’origine italoamericana (una specie di surplus culturale, addotto a sostegno della motivazione): «(…) sto partendo per Roma, ti ricordi?» dice alla moglie. «Via. Lascio il paese. Torno alle mie origini, torno alla culla della civiltà, al significato del significato, all’alfa e all’omega». Bello, ma si tratta di una crosta retorica che viene giù alla prima obiezione: basta ad esempio una insufficiente disponibilità economica per far emergere il volto reale della Città, già conosciuto per esperienza, al di sotto della superficie lungamente idealizzata nelle luci fantastiche del sogno:  

Roma senza soldi non mi interessava. Quei freddi pavimenti di marmo degli alberghi mi gelavano i piedi. I romani facevano un pessimo caffè americano. Le strade sapevano di gorgonzola rancido. Le prostitute erano sciatte e deprimenti. Avrei perso le World Series. Il grande evento della domenica era stare sotto la finestra del papa. La forma più bassa della vita umana era lo scrittore italiano. Camminava con manoscritti invenduti sotto il braccio, con il culo in vista attraverso il consumato fondo dei pantaloni. Disprezzava gli italoamericani in quanto codardi che erano fuggiti dalla bellissima povertà del paese, mentre lui, il patriota autentico, era rimasto nella terra dei padri sopravvivendo alla tragedia di due guerre. Se protestavi dicendo che non avevi scelto il paese natale, insultava tuo padre o tuo nonno perché avevano cercato una vita migliore in un altro posto.

Cosicché, ancora una volta, Henry fa di tutto per dimostrare a se stesso l’impossibilità di partire e cambiare vita. Le scuse non mancano mai: i soldi, i figli, la moglie, il cane, i debiti, i problemi… E se non ci fossero, altre ancora ne inventerebbe ad libitum. «Ma il tuo viaggio a Roma!» esclama subito dopo Harriet, che evidentemente non vede l’ora di togliersi dai piedi il marito. Ed Henry: «Che cos’è Roma se poi si deve vivere con il tradimento del proprio figlio? Che cosa sono Parigi o New York o qualsiasi altro posto al mondo? Il mio dovere è scontato. Dio sa se ho le mie colpe, ma non mi si potrà mai accusare di slealtà verso i miei ragazzi». Harriet si dimostra dispiaciuta anzichenò: «Volevo che tu andassi. Volevo che finalmente ti levassi Roma dalla testa».

Viene in realtà il fondato sospetto che Henry preferisca sospirare Roma dagli USA, piuttosto che andarci davvero per poi sciupare e deludere quanto accarezzato con la mente e con il cuore: una specie di Eldorado in cui proiettare il meglio di una vita che, nel frattempo, declina irrimediabilmente verso il peggio.

Marco Onofrio

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