Aristide Staderini, legatore-tipografo e inventore del Catalogo a schede mobili, di Orietta De Filippis

Aristide Staderini

Aristide Staderini nacque a Roma il 24 settembre 1845. Il padre, agronomo di Subiaco, fervente patriota (partecipò alla prima guerra d’indipendenza e rimase ferito a Marghera), fu costretto dal governo pontificio ad abbandonare la propria professione, si trasferì così a Roma, ove aprì nella centralissima via di S. Ignazio (ove insistevano, allora, librerie, legatorie e spacci di cartapecora) un piccolo negozio di libri usati con annessa legatoria. Ed è in questa modesta bottega che Aristide Staderini iniziò ad apprendere il mestiere, ma dovette ben presto prendere in mano le redini dell’attività paterna quando (appena diciottenne) il genitore morì. Avendo acquisito esperienza nella rilegatura e buona conoscenza dei libri antichi, riuscì a conseguire il diploma di legatore dall’Università della Confraternita dei librai di S. Barbara e ad ottenere la licenza di venditore di libri, compresi quelli proibiti.

La sua attività crebbe rapidamente, la estese infatti inizialmente al locale attiguo di via S. Ignazio, aprì poi un altro laboratorio in Via dell’Archetto, poi un deposito di tele e articoli per legatori a piazza Grazioli. Dopo aver ottenuto nel 1894, dalla Regia manifattura dei tabacchi, l’appalto per la fornitura di un milione di scatole di cartone, aprì un laboratorio di cartonaggio a via della Gatta, dotato delle più moderne attrezzature. Imprenditore abile, dinamico, creativo, pieno di interesse per le innovazioni tecnologiche, Aristide Staderini capì subito che la pubblicità è l’anima del commercio: promosse pertanto la propria attività con ampi spazi reclamistici su tutte le pubblicazioni del tempo (“Guida Monaci”, “Annuario d’Italia”, “Almanacco Italiano”, “Strenna Dantesca”, “Archivio storico dell’arte”) e non mancò di servirsi di volantini propagandistici.

L’attività e la fama di Aristide Staderini crebbero non solo grazie alla produzione di legature di pregio, ma anche per l’invenzione del catalogo a schede mobili, maneggevole, facilmente consultabile e aggiornabile. Nate per l’archiviazione dei libri delle biblioteche, le schede mobili sostituirono in tutto il mondo i registri con i quali, fino ad allora, si catalogava ogni genere di merce. Quelle schede le ideò nel 1882, quando la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma gli affidò l’incarico per la fornitura di nuovi schedari e i suoi moduli rivoluzionarono il sistema biblioteconomico che fino ad allora si serviva di cataloghi a volume. Staderini inventò due modelli di schedario: il primo brevettato è a cassetta di legno, l’altro (che brevettò con la denominazione “Modello biblioteca Vittorio Emanuele”), detto a volume, è consultabile come le pagine di un libro. Questo tipo di schedario venne adottato dalla Biblioteca Nazionale di Roma, dalla Biblioteca della Camera dei Deputati, dalla Casanatense, dalla Marucelliana, dalla Nazionale di Firenze, dalla Palatina di Parma, dalla Teresiana di Mantova, ecc. Anche i Ministeri delle Finanze, della Pubblica istruzione, della Marina, dell’Agricoltura, dell’Industria, per catalogare i loro atti utilizzarono il “sistema brevettato Staderini” (quello delle schede mobili in volume). Di tale sistema di catalogazione si servì anche Gabriele D’Annunzio che, per la biblioteca del Vittoriale, fece rilegare in marocchino rosso e blu gli schedari mobili, con i colori cioè dei Montenevoso, blasone al quale il Vate apparteneva. Dino Puncuh ha scritto che il bibliotecario della civica Berio di Genova riuscì a far comprare uno schedario a volume con fogli mobili della ditta Staderini (che consentiva la descrizione catalografica di oltre 200 opere per ciascun volumetto) e che “la somma sborsata per l’acquisto del detto schedario, impreziosito da un fregio in oro sul recto di ciascun volume cartonato e con gli angoli protetti da un rivestimento in ottone equivaleva  a poco più di quanto fu pagato ai facchini per effettuare l’intero trasloco”. Gli schedari fissi e mobili, come ha scritto lo stesso Staderini in uno dei suoi tanti spazi pubblicitari, “offrono la sicurezza e la continuità di un libro legato, ma permettono di spostare, sostituire, aggiungere o togliere ogni singola scheda facilmente, evitano inoltre le dispersioni, le interpolazioni, le sottrazioni e sono di grande utilità nelle ricerche”. Questi schedari vennero largamente adottati in Italia ed all’estero oltre che da Biblioteche, anche da Banche, Musei, Archivi, Società di assicurazione, Casse di risparmio, Circoli, Giornali, per catalogare libri e raccolte scientifiche, per classificare documenti, elenchi di soci o di abbonati, rubriche di referenze, ecc. Dopo l’ultimo Censimento generale del Regno questi schedari furono raccomandati dal Ministero dell’Agricoltura agli Uffici di Anagrafe Municipali, presso i quali vennero introdotti con grande utilità per i registri di popolazione, stato civile, liste elettorali, ecc.

Sugli “Annali di Statistica” del 1903, c’è scritto che il laboratorio della “ditta Staderini Aristide” era il più importante del tempo e venne così descritto: “comprende una legatoria di libri con annessa tipografia, una fabbrica di registri e una fabbrica di cartonaggi. Nella legatoria lavorano 50 operai di cui 35 maschi e 15 femmine, tutti adulti, col sussidio di 2 motori elettrici della forza complessiva di 6 cavalli. Questo laboratorio è fornito di 5 macchine a stampare, di 6 macchine cucitrici, di cui 2 a filo di refe e 4 a filo metallico, 4 tagliacarte, 4 trancie a dorare e 2 macchine speciali per dorare e per tirature policrome. Anche la fabbrica di cartonaggi, nella quale lavorano 60 operai maschi adulti, è fornita di un motore a gas della forza di 2 cavalli”. Ingrandita ormai l’attività commerciale ed ottenuto enorme successo con la produzione degli schedari, Aristide Staderini aprì, in via Baccina 45, “un grande fabbricato espressamente costruito, dove, oltre l’industria della legatoria e fabbricazione dei cartonaggi, funziona anche un’importante officina carte-valori, una tipografia e uno stabilimento per galvano-plastica”. Willy Pocino ha scritto che Staderini vi si trasferì nel 1915 grazie all’amicizia che lo legava a Pietro Miliani, il quale gli fornì l’opportunità di occupare gli 8.000 mq. dell’antico edificio di proprietà delle Cartiere di Fabriano. 

Via Baccina, ove Staderini trasferì lo stabilimento, era una strada seicentesca sorta a confine con il Foro di Augusto, delimitata da vecchie case collegate da fili con panni stesi, costellata di “madonnelle stradaiole” (edicole sacre delle quali oggi rimane una sola, all’angolo con via dei Conti, intitolata alla Madonna del Buon cuore), ove c’erano bancarelle colorate, il mercato all’aperto (coperto in epoca fascista), venditori che sciorinavano per terra le loro merci, il giardino degli agostiniani, la scuola elementare femminile, gli ebrei e gli altri non cristiani convertiti nel vicino oratorio dei neofiti, i ragazzini che giocavano con un pallone fatto di stracci e carta legati con lo spago… In questa via dove nacque Ettore Petrolini (chiamato dagli amici “er roscetto de li Monti”) e che vide la protesta e lo sciopero delle operaie durante il fascismo, la vita era scandita dalla sirena dello Stabilimento Staderini. Quella sirena suonava ad un quarto alle otto, alle otto (quando gli operai iniziavano a lavorare), a mezzogiorno (quando gli operai “staccavano”), a mezzogiorno e mezzo (quando gli operai “riattaccavano”), a un quarto alle cinque e ancora alle cinque (quando gli operai uscivano). Quella sirena era l’orologio del quartiere. Oggi c’è solo il silenzio. Al posto dello stabilimento è sorto un tranquillo residence e a tal riguardo Fernando Cordova, in un sonetto, ha scritto: “Ha chiuso li battenti Staderini.  Pe’ tutta via Baccina e intorno intorno se smorzeno d’incanto li rumori der giorno e la cagnara de li regazzini che rompono le palle a Petrolini”. Via Baccina è stata anche set cinematografico. Qui sono state girate alcune sequenze del film “Accattone” di Pier Paolo Pasolini e “Film d’amore e d’anarchia” di Lina Wertmüller (con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato).

Aristide Staderini è considerato un “genio italico”, uno dei maestri dell’arte italiana della legatoria di fine ottocento e inizio novecento. Fu patriota, antipapalino, imprenditore filantropo. Fu tra i primi ad introdurre la Cassa Malattia (una Cassa di previdenza da lui fortemente voluta e sostenuta) per permettere ai suoi operai di avere sussidi, prestiti e medicine. Fu nominato Commendatore della Corona d’Italia e Cavaliere del lavoro. Fu più volte premiato per i suoi prodotti alla Esposizione di Torino. Partecipò all’Esposizione Universale del 1900 e fu premiato con medaglia d’oro. Fu eletto consigliere al Comune di Roma e con tale carica, per oltre 15 anni, continuò le sue battaglie a favore dei più poveri; si interessò anche dei problemi tranviari di Roma (per merito suo vennero istituite le corse popolari mattutine dei tram). Il 28 aprile 1900, in qualità di delegato del sindaco di Roma, sposò Gianna Terribili, stella romana del cinema muto.  Nel 1911 fu presidente, per il rione Monti, del Comitato che aveva il compito di selezionare le concorrenti all’elezione della “Regina di Roma” e delle “Principesse” dei 18 rioni della città. Il Concorso di bellezza (il primo organizzato a Roma), annunciato a colpi di grancassa dai giornali, fu indetto dal Sindacato dei cronisti romani e fu approvato dalla Giunta comunale (quella fortemente laica del Sindaco Ernesto Nathan). La gara si svolse tra difficoltà, polemiche, ostacoli, timori di perdizione… Insorse l’Unione delle donne cattoliche d’Italia, che in un comunicato scrisse: “alcuni cittadini si son costituiti in comitati rionali per offrire al pubblico spettacoli di popolari concorsi di bellezza in cui le figlie del nostro popolo, sedotte dalla vanità e dal bisogno, perdono in una esaltazione ridicola, il decoro, l’onestà, per cui soli si ha diritto al rispetto”. Insorsero anche i socialisti e le donne socialiste. Ci fu un’azione disfattista della stampa clericale, a cominciare dall’Osservatore Romano, ma il concorso si fece lo stesso. La concorrente Ida Bastianelli, “del rione Monti, di anni 18, atta a casa”, si classificò terza. La manifestazione suscitò l’entusiasmo dei romani, ma non fu più ripetuta.     

Aristide Staderini morì a Roma il 3 novembre 1921.  A lui succedettero, nella direzione dell’azienda, i figli Pericle e Alessandro, che il padre aveva mandato a specializzarsi all’estero. Questi portarono avanti l’attività dello Stabilimento e aprirono al capitale azionario la ditta di famiglia. A loro subentrarono i nipoti Fausto e il cugino Aldo, che trasformarono l’azienda in un gruppo industriale leader del settore, e riuscirono ad assicurarsi un’ampia quota del mercato nazionale ed internazionale. Fra l’altro introdussero l’inserimento di filetti metallici nelle carte-monete, come deterrente contro la falsificazione. Aldo, in particolare, avviò una serie di moderne lavorazioni nel settore della legatoria industriale dei libri e riuscì ad inserirsi anche nel settore della produzione di banconote. Lo stabilimento Staderini stampò carte valori per la Banca d’Italia e per Stati esteri, titoli di Società per Azioni, Obbligazioni, Assegni, Vaglia cambiari, Biglietti per Lotterie, Marche, Francobolli, ecc. Divenne negli anni trenta casa editrice e pubblicò, fino agli anni ‘70, numerosi volumi. Successivamente lo stabilimento fu trasferito a Pomezia e poco dopo cessò l’attività. Allorché lo stabilimento Staderini divenne anche casa editrice A. F. Formiggini, nel “Dizionaretto rompi tascabile”, scrisse: “Essendoci a Roma penuria di editori, si suole, per rinforzare la magra fila, citare fra le case editrici lo Stabilimento Staderini. Ma in realtà gli editori diventano matti a fare dei libri e gli Staderini li legano. I libri, non gli editori”. Come editore pubblicò volumi di arte e architettura, numismatica, antologie, bibliografie. Nel 1907  stampò la prima edizione (limitata a 99 esemplari numerati) de “La Resurrezione del Centauro” di Gabriele D’Annunzio; pubblicò opere di autori romaneschi, tra i quali Giggi Zanazzo e Giulio Cesare Santini, la “Bibliografia romana” di “Ceccarius” (Giuseppe Ceccarelli), i “Cento anni di poesia romanesca” di Francesco Possenti, e dal 1940 la “Strenna dei Romanisti”; curò la composizione e la stampa del testo de “Le Piante di Roma” di Amato Pietro Frutaz; nel 1944 stampò due opere di Alberto Moravia: in una bellissima veste grafica “L’Epidemia”, poi il volume “Agostino” (romanzo a tiratura limitata a 500 esemplari numerati, con 2 incisioni su pietra di Renato Guttuso); sempre nel 1944 pubblicò i “XXII Sonetti di Shakespeare, scelti e tradotti da Giuseppe Ungaretti” (in 498 esemplari); nel 1951 stampò gli “Albi del Vittorioso, serie super tascabile, in bianco e nero”. Stampò anche la “Bibliografia della musica italiana vocale profana pubblicata dal 1500 al 1700”. Nell’estate del 1944, in una Roma da poco liberata dall’occupazione nazista, la sezione “Morale Operations Rome”, il cui scopo era quello di produrre materiale antinazista e antifascista per la 5^ Armata americana e collaborare con l’8^ britannica, stampò, proprio nella tipografia Staderini, gran parte del materiale propagandistico dell’OSS (l’antenato militare di quello che diventerà l’agenzia civile dell’intelligence americana, cioè la CIA). L’attività dell’OSS andava dalla produzione di giornali per la Resistenza antifascista (come “La Riscossa italiana”) a pubblicazioni alleate per i tedeschi (per esempio il foglio “Das Neue Deutschland”) destinate ad essere diffuse oltre le linee nemiche per via aerea, oltre a qualsiasi altra forma di propaganda stampata. Stampò anche francobolli per la Repubblica di San Marino, il Vaticano e il Sovrano Militare Ordine di Malta. Franco Filanci e Giovanni Fulcheris hanno scritto che nel 1944, quando i tedeschi stavano per lasciare la capitale, per evitare che i macchinari dello Stabilimento venissero requisiti dalle forze armate tedesche e trasferiti in Germania, allo Staderini fu pretestuosamente affidata l’emissione di una serie commemorativa di francobolli per celebrare il quarto centenario della “Pontificia insigne Accademia dei virtuosi al Pantheon”. Lo Stabilimento stampò anche carte valori, titoli e carta moneta per la Banca d’Italia. Il 24 gennaio 1944 un accordo fra il Governo italiano e il Governo Alleato riconobbe alla Banca d’Italia la facoltà di emettere le Am-lire, cioè la moneta di occupazione americana. La Banca d’Italia, a causa della insufficiente capacità produttiva delle proprie officine di stampa, affidò l’incarico ad alcuni stabilimenti privati tra cui lo stabilimento Staderini.  A lavoro quasi ultimato, si scoprì che due operai dello stabilimento stesso avevano riprodotto illecitamente le pellicole dei biglietti del taglio da lire 1.000 e da lire 500, con le quali si potevano ottenere banconote perfette in ogni dettaglio, e avevano anche sottratto pellicole e altri materiali necessari per la stampa delle nuove tipologie di cartamoneta prevista in emissione di lì a poco. A causa di ciò i funzionari della Banca d’Italia ordinarono la sospensione del lavoro allo stabilimento Staderini e la distruzione di tutti i biglietti stampati, ammontanti a 28.200.000 pezzi. Gaetano Russo e Giovanni Ardimento raccontano che uno degli operai che avrebbe dovuto eseguire la “abbruciatura” (cioè la distruzione delle dette banconote), riuscì ad occultarne una piccola quantità nascondendola nei calzini, che poi, negli anni Settanta, offrì ad un numismatico, facendo così nascere uno dei miti dei collezionisti di tutto il mondo: possedere uno di quei biglietti dei quali, si dice, esistano non più di otto esemplari da lire 500 e non più di quattordici da lire 1.000. Il film “La banda degli onesti”, di Camillo Mastrocinque, con Totò e Peppino De Filippo, si ispira, o quantomeno ricorda molto la vicenda: un uomo, venuto casualmente in possesso di un cliché per la stampa di cartamoneta, decide con l’aiuto di due amici di mettersi a produrre banconote false. Quel film è stato girato proprio nel rione Monti, in una tipografia di via degli Zingari.

Oggi, a ricordare Aristide Staderini resta una strada, a lui intitolata, nella periferia di Roma, a Tor Tre Teste, sulla via Prenestina, ove è sorto uno dei più grandi centri di accoglienza per rifugiati, recentemente venuto alla ribalta della cronaca per una maxi rissa scoppiata tra libici e arabi. Fausto Staderini (nipote di Aristide) e la moglie sono invece ricordati perché riuscirono a salvare due bambini ebrei dai campi di concentramento facendoli passare per propri figli. Per questo coraggioso atto vennero insigniti della onorificenza di “Giusti tra le Nazioni”.

                                                                                             Orietta De Filippis

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.