“La mia cantoria (a solo barocco)”, di Giuseppe Iuliano, letto da Carmen Moscariello  

Leggere non è solo capire. Certi libri che raccontano la vita sono capaci di muovere nel lettore scandagli, fare affiorare cose seppellite dal tempo alle quali allora, quando accaddero, nemmeno si diede troppa importanza. Giuseppe Iuliano mi ha inviato la sua ultima raccolta poetica “La mia cantoria – a solo barocco” (Grottaminarda, Delta3 Edizioni, 2021), un titolo che sorprende e fa pensare. Prima di approfondire la lettura ho creduto che fosse una preghiera per quei luoghi irpini massacrati dai terremoti, o semplicemente che fosse un canto barocco utile a comprendere a fondo questa amara realtà. Tutt’altro. Anche se l’autore rispecchia nella sua scansione dei versi certa struttura di musica barocca (preludio, fuga, sermone, concerto grosso, cantata, opera seria, oratorio, melodramma, seconda e ultima cantata), solo formalmente si rifà a un “a solo barocco”.

Poi la lettura quando ha iniziato a toccare il mio cuore – le comuni radici non mentono e non sono acqua – mi ha fatto ricordare della cantoria di Santa Maria di Conza, più esattamente di Sant’Andrea di Conza. Ce ne parlò tanto tempo fa nell’Istituto Francesco De Sanctis di Lacedonia il nostro Professore di Religione Don Domenico Spatuzzi, per spiegarci il motivo per il quale il popolo lacedoniese adorasse San Gerardo. Qui le cantate del popolo in onore del Santo risanano le ferite e profumano della neve di quei monti. Ci raccontò che il vescovo di Lacedonia Claudio Albini (1736-1744), due giorni dopo la visita di San Lorenzo dei Liguori si recò a Conza, con il suo fidato collaboratore Gerardino da Maiella, nato a Muro Lucano (il Santo che rimase accanto al Vescovo a Lacedonia fino alla sua morte e al quale si deve il miracolo della chiave nel Pozzo). Il viaggio aveva come finalità di fermarsi al monastero dei frati riformati di Conza per rendere omaggio a San Lorenzo dei Liguori. Al convento dei frati era legata un’umile chiesa frequentata dal popolo cristiano dove i canti che si elevavano in preghiera al Signore e alla Madonna erano di straordinaria magnificenza. Il Professore ci raccontava anche di una Schola cantorum, unica nell’Irpinia a quei tempi; a questa Cantoria (1610) si accedeva con una scala di legno ed era situata sopra il pronao. Con dolore chiudeva la sua lezione dicendoci che dopo la venuta dei piemontesi il convento e la chiesa erano stati sottratti ai monaci e venduti a dei privati, e che ormai tutto era andato perduto. Io in quell’occasione appresi per la prima volta che cosa era una Cantoria. Non so se nella cattedrale di Nusco, il luogo in cui vive il poeta, ce ne sia una. Mi sembra di ricordare che ci sia nel convento di Folloni a Montella, distante solo pochi chilometri e a tutt’oggi abitato dai francescani. Qui si elevano alla Madonna, come pure a Gesù bambino, canti meravigliosi, tuttora vividi nel mio cuore, con il ricordo della visita all’immenso presepio che i frati preparavano per i devoti a Natale e che durava anche oltre la festa (in questo luogo era passato San Francesco e a lui si deve la fondazione del convento, nel 1222).

Vi racconto tutto questo perché Il libro di Peppino Iuliano è costruito tra i pilastri lignei di una Cantoria che non è certo quella di Donatello a Santa Maria del Fiore, a Firenze. È traballante, ha scalinate di legno, con perni che non reggono il dolore di quelle terre. I versi di Iuliano sono una preghiera cristiana per gli umili della terra che non sanno come sottrarsi a quelle radici velenose e alle innervature ghiacciate di quei boschi selvatici (Folloni) un tempo devastati dai lupi e dai briganti, ora dalla fame dei più poveri:

È di legno questa piccola croce
che riempie il vuoto di porta
come estrema frontiera.
Nessuna fede o pietà
vale la morte nel cuore
Ultima partenza dalla casa/paese
matria/patria, culla malvagia.
Ha chiodi di rabbia e ruggine
il sepolcro di memorie
giuramento e bestemmia
alla malasorte che dura e insegue
la vita come anima dannata.
Morte al Sud, genie fisse o migranti,
ventri mai sazi, scosse di vera miseria
fuga cosciente, rifiuto di quest’inferno.

Né la poesia attutisce il dolore, né si attenua la ribellione alla povertà. Alle sofferenze risponde con parole dure che sembrano pietre. È l’ennesima denunzia del poeta contro chi è stato troppo distratto, troppo preso dal suo tornaconto. Non è nuovo Peppino a questa fiera presa di coscienza, che negli ultimi anni è divenuta sempre più caustica, più insofferente, più ribelle. L’interessante prefazione di Paolo Ruffilli mette fortemente l’accento sull’impegno civile del poeta, sempre presente nei suoi versi.

Io amo questo tipo di poesia che dalla storia della vita di un singolo diviene storia sociale, dolore universale, ribellione di popoli. Questa è poesia. È il pane quotidiano per gli affamati di giustizia.

Carmen Moscariello

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