Carmine Mastroianni: Leonardo da Vinci e la sessualità  

TAVOLA-LUCANA-PRESUNTO-AUTORITRATTO-DI-LEONARDO

Parlare dei gusti sessuali di Leonardo sarebbe, forse, puro gossip, così come ricordare l’ambiguo rapporto dell’artista con il Melzi e il Salai o il rivangare l’accusa di sodomia in cui era incappato da giovane a Firenze. Diceva il Pedretti: “Caviamocela col dire che Leonardo era il genio completo, curioso di conoscere e di sperimentare tutto”. È pur vero che non si ha notizia di alcuna relazione di Leonardo con una donna e in qualche occasione egli aveva biasimato i rapporti eterosessuali: “L’atto del coito e li membri a quello adoperati son di tanta bruttura che, se non fussi le bellezze de’ volti e li ornamenti delli operanti, e la sfrenata disposizione, la natura perderebbe la spezie umana”. Ancor più divertente ed esplicito era stato in un testo intitolato Della verga in cui spiegava come a volte il pene avesse una propria “autonomia di pensiero” agendo quasi indipendentemente dalla volontà della mente:

“Questo conferisce collo intelletto umano, e alcuna volta ha intelletto per sé e, ancora che la volontà dell’omo lo voglia provocare, esso sta ostinato, e fa a suo modo, alcuna volta movendosi da sé, senza licenza o pensieri d’omo, così dormiente come desto, fa quello che desidera; e spesso l’omo dorme e lui veglia, e molte volte l’omo veglia e lui dorme; molte volte l’omo lo vole esercitare, e lui non vole; molte volte lui vole, l’omo gliel vieta. Adunque e’ pare che questo animale abbia spesso anima e intelletto separato dall’omo”.

E conclude:

“E pare che a torto l’omo si vergogni di nominarlo, nonché di mostrarlo, anzi, sempre lo copre e lo nasconde, il qual si dovrebbe ornare e mostrare con solennità”.

Ciò detto, Leonardo frequentava anche molte donne, per lo più cortigiane che posavano per i suoi ritratti o disegni: una di esse era una tal Cremona, così come riferisce in una noticina Giuseppe Bossi, segretario dell’Accademia di Brera, un testo scovato e studiato da Carlo Pedretti in un articolo dal titolo assai eloquente e ambiguo, Quella puttana di Leonardo. Scriveva il Bossi: “Che Leonardo amasse i piaceri lo prova una sua nota riguardante una cortigiana chiamata Cremona, nota comunicatami da persona autorevole”. Imbarazzato proseguiva: “Né sarebbe stato possibile, ch’egli sì a fondo avesse conosciuto gl’uomini, e l’umana natura per rappresentarla senza, col lungo praticarla, tingersi alquanto delle umane debolezze. Ciò è avvenuto a tutti i più grandi e profondi conoscitori degli uomini: né credo possibile senza ciò nominarli, o imitarli sia scrivendo che dipingendo”.

In realtà non c’era molto da scandalizzarsi se in una Roma mondana e libertina, come quella rinascimentale, gli artisti frequentassero donne e uomini non proprio dediti alla castità; i loro atelier pullulavano di prosperose fanciulle e scultorei ragazzi che posavano nudi per una statua o un dipinto e che per qualche soldo in più concedevano volentieri lussuriosi servigi. L’omosessualità, poi, era comunissima e specialmente nella comunità artistica fiorentina: Botticelli era stato accusato di sodomia, Michelangelo e Cellini erano artisti notoriamente gay, tanto che l’amore masculino, come Leonardo lo definiva, era così comune sull’Arno che in Germania la parola Florenzer era diventata l’equivalente gergale di omosessuale. Bisogna considerare che nella città medicea, e non solamente in essa, si era diffuso il culto di Platone che contemplava in molti suoi dialoghi una concezione idealizzata o meno dell’amore omoerotico che gli scrittori e gli artisti interpretavano nelle loro opere in modo edificante oppure osceno: non sarà Giulio Romano, allievo prediletto di Raffaello, a dipingere una sorta di kamasutra in salsa greco-romana che ispirerà e illustrerà i Sonetti lussuriosi di Pietro Aretino?  

Carmine Mastroianni
(L. da Vinci, da Roma ad Amboise. Gli ultimi anni di un genio del Rinascimento in fuga dall’Italia, Efesto, 2019, pp. 82-84)

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