“Un viaggio a Gerusalemme e altri racconti”, di Diana Cavorso, letto da Dante Maffìa

gerusalemme

Ho sempre ammirato la maniera discreta, ma costante e attenta, che Diana Cavorso ha di seguire la letteratura e la vita dei letterati amici del marito Sabino Caronia, da decenni attivo in una Roma ormai però disgregata e sempre più periferica. La Cavorso, che per quarant’anni ha insegnato letteratura italiana e latina nei licei, ha all’attivo un volume di racconti che uscì nel 2008 a Cosenza con le Edizioni di Periferia, fondate dal compianto Pasquale Falco, e un libro di versi, “Se provo a parlare”, del 2019, con cui ha già dato prova di saper narrare e comporre poesia. La sua scrittura ha un equilibrio di rara efficacia e una maniera che mi piace definire “luminosa” e “misurata” grazie a cui esprime sentimenti e situazioni mai eccedendo, sempre tesa a dare l’essenziale, il lampo del vissuto, la bellezza che fugge in fretta.

Anche in questo Viaggio a Gerusalemme (Pagine, 2020, pp. 107, Euro 15) riesce a scrivere con il garbo e la spigliatezza di chi conosce il peso d’ogni sillaba e sa che la parsimonia è una grazia divina, quando la si sa applicare alla scrittura per ricavarne l’essenza del dire, il nucleo della verità, la realtà nella sua identità specifica e nel suo essere sempre in divenire. Plinio Perilli, nella sua imponente e affascinante “Introduzione” (sempre precisa in ogni dettaglio e puntuale nei giudizi) non ha lasciato molto da dire ad altri lettori dopo di lui. Infatti ha sottolineato la leggerezza espressiva del libro, la sua eleganza che non cerca mai effetti e non s’impantana in ghirigori espressivi o in macerazioni sociologiche e psicologiche. Non gli sfugge neppure la dote naturale della scrittrice, l’uso della “parola giusta”, cioè la dosatezza e l’adesione alle cose raccontate, in modo che non vi siano improprietà o ricorsi ad appigli di dubbia filologia. Ma si fa riferimento anche a Manzoni e credo a ragione, perché si sentono le vibrazioni di un processo linguistico che non abbandona mai la concretezza e non prende voli di astrazioni. Il tutto con quella grazia umile nella quale Umberto Saba vedeva l’infinito.

Ecco, le storie di Diana Cavorso possiedono questa qualità, nella loro brevità, nelle sintesi impeccabili, nelle caratterizzazioni sempre perfette e ben dosate, e riescono a mostrare molta umanità, anche di carattere personale, che però non travalica mai l’universale. Anche quando affronta temi intimi, riesce a portare il lettore nell’aura che appartiene a tutti, in modo che quel che narra sia esempio valido e non sfogo, non soltanto piacere di scrivere. Sempre, in questi racconti, c’è un pizzico di eticità, dico un pizzico perché non si impone, ma diventa una folata leggera di vento, una indicazione che non imbriglia e anzi risulta comunque esemplare.

Non saprei dare una indicazione precisa e perentoria di appartenenza della Cavorso a scuole o a scrittori precedenti; dico soltanto che ha saputo vivere e far rivivere con pienezza atti di vita reale regalandoci, già, forse in maniera vagamente deleddiana, momenti di pienezza che non disdegnano il sentimento, a cominciare dalla meravigliosa “Appendice” con il “Piccolo diario di guerra”. Insomma, Diana Cavorso è narratrice che sa entrare nell’anima del lettore senza violentarlo, ma con grazia, con dolcezza, anche quando gli episodi sono tristi o amari. Un dono, certamente, ma anche la consapevolezza che la famosa “misura” dei greci e dei latini vale sempre, è un’arma precisa che possiamo ancora apprezzare e utilizzare.

Dante Maffìa

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