“L’ultimo sorriso di Beatrice”, di Sabino Caronia, letto da Tommaso Debenedetti

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Secondo alcuni maestri del Chassidismo, quando qualcuno sente il desiderio di viaggiare in un luogo, anche lontanissimo, vuol dire che una parte della sua anima si trova in quel punto del mondo. Il viaggio è dunque una sorta di tentativo di ricomporre almeno in parte il proprio io frammentato. La critica è, a suo modo, un viaggio. Un percorso a volte simpatetico, a volte difficile e contrastato, in quell’universo che è l’opera letteraria. Sabino Caronia è un esploratore di universi come solo i grandi saggisti sanno essere. Scruta gli autori, dialoga con loro, li pedina, ne coglie le risonanze più segrete, ne scopre i motivi originari e li costringe, per così dire, a confessarsi, porta le opere al loro punto di rivelazione. E, per questa via, compie ogni volta, felicemente, la missione più ardua e decisiva che sia affidata al critico: quella di portare i testi a raccontare al lettore qualcosa che lo coinvolge in prima persona, a dirgli insomma una verità che lo riguarda e che egli non si aspettava di trovare. Ciò avviene perché il critico, lungi dall’essere un erudito estensore di prolisse note a piè di pagina, o un forbito e adirato stroncatore, è uno scrittore che si avvicina agli altri autori, appunto come nella teoria chassidica del viaggio, perché avverte che in loro c’è una parte di lui stesso. Leggerli, indagarli, portarli nello spazio breve ed infinito del saggio, lo porta a capirsi, a ricomporre i dispersi nuclei del proprio mondo personale.

È questo il carattere che accomuna i saggi di Sabino Caronia riuniti nel bel volume dal titolo più che mai emblematico “L’ultimo sorriso di Beatrice. Percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei” (EdiLet pag.172 euro17). I saggi sono efficacemente divisi in due categorie: “Poesia: La ferita dell’essere” e “Prosa: Un atomo di verità”. Dodici saggi per ciascuna sezione: i poeti sono D’Annunzio, Belli, Luzi, Quasimodo, Bassani, Maffia, Cristini, Elio Fiore, Guidacci, Cristina Campo e Biagia Marniti, la straordinaria poetessa pugliese di cui ricorre il centenario della nascita e che davvero meriterebbe una riscoperta. Le dodici prose vanno da “L’affaire Moro e la letteratura” a “Borges e Dante”, passando per Stanislao Nievo, Corrado Alvaro, Tomasi di Lampedusa, Italo Calvino, Franz Kafka, Ignazio Silone, Marco Onofrio, Luigi Santucci, Giovanni Testori, Chesterton, Bulgakov. Di ognuno di loro, Caronia narra, in uno stile elegantemente affabulatorio, intessuto delle suggestioni di una cultura vastissima e proprio per questo mai esibita, mai pedante, un aspetto o un motivo che non conoscevamo. Gioca a sorprenderci, Caronia, e proprio quando la sua prosa melodica, quasi sottovoce, sembra accompagnarci tranquilli, l’intuizione folgorante, il nesso inatteso, la citazione rivelatrice, ci scuotono e ci trasportano di peso nel centro perfetto del mondo dell’autore analizzato, nell’attimo vorticoso, magmatico in cui il testo rivela la sua essenza. Come avviene, per esempio, nell’esemplare, splendido saggio su Borges che dà il titolo alla raccolta. In un corrispondersi di motivi che è davvero dialogo a distanza, Caronia (spiazzandoci) non affronta il Borges narratore, ma il saggista. Quando un narratore di quel livello si cimenta nel saggio, ci dà una lettura in filigrana del suo lavoro di romanziere. Caronia, ovviamente, lo sa benissimo, e viaggia nel testo dantesco di Borges per dare, di Borges, una lettura nuova. Veramente esistette per Borges, come per Dante, una Beatrice, Beatriz  Viterbo, anche lei amata e morta giovane e diventata musa d’ispirazione dei racconti di Aleph. Ma cos’è, per Borges, l’Aleph? È “il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”. La meta perfetta di un viaggiatore. La mèta, insomma, di ogni percorso critico. In un mirabolante gioco di specchi il saggista (Caronia), l’autore (Borges) e l’oggetto dell’indagine di quest’ultimo (Dante) dialogano e si corrispondono e si rivelano.

Resta, al termine del viaggio del critico, l’immancabile consapevolezza di essere arrivato a percepire l’essenza di un autore, di essere riuscito a cogliere qualcosa dell’imprendibile sostanza del suo universo, ma di dover poi tornare. Come Orfeo che guarda per l’ultima volta la sua Euridice (ricordiamo che una delle precedenti raccolte di saggi di Caronia si chiamava proprio L’usignolo di Orfeo); come Kafka che, nel recente romanzo di Sabino La consolazione della sera viene immaginato in un viaggio nella Gerusalemme di oggi; come tanti autori raccontati da Caronia in cui il motivo originario dell’opera è una riappropriazione del perduto “tempo fermo” del mondo prenatale, così anche Dante-Borges-Caronia , arrivati al punto più alto del  viaggio critico, sanno che, di tutto questo, si potrà raccontare soltanto qualcosa, che molto sarà il non-detto, “come colui che sognando vede…”. L’ultimo sorriso di Beatrice è proprio questo: il vertice del viaggio inebriante ma inenarrabile dentro l’universo del testo. Il critico lo ghermisce, lo raggiunge, ne svela l’essenza e vorrebbe trattenerlo, interrogarlo ancora, fargli dire l’indicibile. Ma deve poi, a un certo punto, non andare oltre. E di questa scoperta, di questa ebbrezza, di questa lacerante nostalgia, Caronia ci dà, in questa raccolta, la testimonianza più perfetta: costruisce, in qualche modo, lo struggente, bellissimo romanzo del lavoro critico.

 Tommaso Debenedetti

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