Dante Maffìa: “Sono costretto ad amarti”. Commento di Paolo Corradini

sunset

SONO COSTRETTO AD AMARTI


Sono costretto ad amarti.
Non appena penso un “ma” nei tuoi confronti
franano gli orizzonti,
si stende un velo d’acciaio
tra me e il mondo,
vengo chiamato coi nomi più offensivi,
tacciato d’essere vile,
stupido, un niente
che ha avuto la fortuna d’incontrarti
chissà perché,
per un qualche errore del firmamento.


Sono costretto ad amarti
perché senza di te mi manca l’aria,
entro nella cupezza del niente,
il mondo si cancella;
diventa prepotente e sgarbato
perfino l’odore del caffè,
e trionfa lo zero in ogni direzione,
franano le strade,
gli alberi dei viali si vestono a lutto,
Matera sprofonda.


Sono costretto ad amarti
perché quando solo per gioco ho pensato
di chiudere il nostro dialogo fiorito,
mi sono mancate le braccia,
non avevo più piedi,
la bocca s’era storta, la lingua appassita,
il cervello una poltiglia,
i libri diventati serpenti a sonagli,
i quadri alle pareti dei lamenti scurrili,
l’arcobaleno un porcile,
la casa di Roseto un nonsenso.


Sono costretto ad amarti perché i miei occhi
vedono solo te,
la bellezza incarnata nei tuoi occhi,
anche perché altrimenti il deserto
accampa troppi diritti,
diventa padrone della Conoscenza.
E poi… non vedo altre donne in giro,
non sento altro profumo che il tuo.


Sono costretto ad amarti
perché sei tu la donna,
tu la poesia,
tu il respiro,
tu la direzione e l’incanto,
tu l’orizzonte e il firmamento,
tu la mia eloquenza e la mia semplicità,
la mia precettistica,
le mie esaltazioni,
le cadute, le resurrezioni,
la festa del senso,
l’alba sul mare di Roseto,
il Viaggio…
il Traguardo.


Dante Maffìa

Commento

Mi riportano le liriche di Dante Maffia, en arché, all’origine, quando il mito era misteriosamente “parola“, e l’arte poetica una segreta teologia, insegnamento di divine cose. E la testimonianza del vedere, dell’udire, del sentire era il fondamento di qualsiasi annuncio. Quando il senso umano, nella grazia, percepiva il prendere senso dell’ineffabile, come epifania della divinità. In questa chiave di lettura Martin Opitz sosteneva che la poesia è la lingua madre del genere umano, l’incantesimo non inquinato dal borioso gusto della ragione. Non che l’intelligere sia impurità. Al contrario è una guida; ci deve condurre fra le asperità, a preservare le nostre ali fin lassù in alto sulle cime, dove poi il vento passerà. E non costituiscono una deriva sensualista quei sensi che attraverso la carne possono intravedere Dio. Questa è l’estasi dell’arte, hieròs gàmos, il matrimonio sacro fra la forma e l’essenza, fra l’uomo e il divino. Sarà così più facile, non dico comprendere, ma ricevere l’assunto di Maffia quando nella lirica “Sono costretto ad amarti” afferma: “I miei occhi vedono la bellezza incarnata nei tuoi occhi”. È questa una poesia estrema, perché si svolge all’estremo confine dove l’anelito all’immortalità dell’amore s’infrange sul muro della finitezza. Ma è un muro nobile, anzi una profumata siepe di aromi assunti a sinfonia quasi visiva, una roccia odorosa, tenace nel suo abbraccio, ma anche nella sua impenetrabilità. L’amante raggiunge l’amata in un cielo talmente alto dove la luce e le tenebre si abbracciano in una coltre armonica di felicità e timore. Vorrebbe condurla al di là oltre la finitezza, a un approdo dove l’umana bellezza s’eterna in ciò che non è mai veduto, ma sosta sulle sue labbra, sul suo perimetro di capelli e di sguardi, sul suo profumo. Il suo amore al contempo la possiede e la cancella. Poesia tragica questa, fra figurazione e trasfigurazione dove la fiaccola dell’amore arde fra il vento che dissolve e l’algida fissità delle stelle. Il vento del divenire che preme nella consumazione di tutto, anche dell’amata, la fissità dell’immoto, che salva nell’incorrotto dell’eterno, ma ci spoglia di tutto ciò che, nella forma, brilla d’amore umano. Si batte Maffia come un eroe greco, sa che non può più retrocedere al “non amore” dove ogni cosa perderebbe splendore, dall’arcobaleno al firmamento, fino alla conoscenza stessa. Si batte con l’ardore della poesia fusione di speranza e disperazione. In palio è la “forma“ dell’amata. Sa che di qua sarà perduta, di là nascosta. Vorrebbe, ma non osa ancora la resa di Paolo nei Colossesi:  voi siete come morti e la vostra vita è nascosta in Dio

Paolo Corradini

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