Dante Maffìa: “Difendere la lingua italiana per non diventare sudditi di Londra e di New York”

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Può sembrare una battuta di cattivo gusto e invece è un serio pericolo che l’Italia ha cominciato a correre. Sarà pure vero, come qualcuno afferma, che le lingue mutano e abbandonano la loro origine e diventano altro, ma credo che ciò sia riferito all’evoluzione di una lingua, alla sua trasformazione che però conserva l’assetto e il vocabolario, non alla sostituzione, come mette bene in rilievo il filosofo Giuseppe Limone. Comportarsi come servi nei riguardi di un’altra cultura, come se quella italiana fosse l’ultima e la più povera e mortificante, mi sembra atteggiamento da prostitute, da popolo che ormai non tiene più alle proprie radici per vergogna, convenienza o distrazione, e si affida a quelle di un altro. Se siamo arrivati al punto che le lezioni nelle università, i convegni e gli spettacoli si tengono in lingua inglese, credo che stiamo porgendo il fianco per essere feriti a morte.

Una cosa è imparare e usare le altre lingue, e un’altra sostituirle alla nostra. Ho notato, per esempio, che molto spesso, quando arrivano gli ambasciatori stranieri per visite ufficiali, di qualsiasi Paese siano, si esprimono in inglese e ovviamente “pretendono” che la risposta arrivi in inglese. Pessima abitudine, orribile maniera di distorcere tutto. L’ambasciatore dovrebbe esprimersi nella sua lingua originaria e ci dovrebbe essere un interprete che traduce e poi risponde nella sua lingua. Soltanto in questa maniera si conservano le identità, si rispettano le radici, si tiene in vita il patrimonio culturale, artistico e letterario che ci appartiene con la consapevolezza che la varietà è ricchezza suprema. Qualcuno dirà che gli antichi Romani avevano imposto il latino ovunque. E chi dice di no? È storia. Ma chi può negare che si trattava di Impero, cioè di costrizione, di sudditanza? Chi non parlava la lingua del dittatore era escluso dal consorzio umano, era considerato una cosa. Sta per avvenire di nuovo. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna fanno finta di nulla e però marciano sottilmente alla conquista del predominio, evitando di mettere in gioco qualche loro certezza. Non è più la guerra con le armi. Ma allora? Davvero l’Italia è così prona e indifferente? Già, lo fanno con le canzoni, con i film. Come se l’Italia non avesse avuto grandi cantanti o grandi registi o grandi attori.

C’è qualcosa che non mi quadra in questa situazione, qualcosa che sa troppo di mercato rionale, dove a dettare la gestione generale è sempre un boss con le sue regole che TUTTI I SUDDITI devono rispettare, pena… la rinnegazione, l’esilio perpetuo. L’uniformità non giova, non ha giovato mai alla democrazia e alla libertà. Se l’Italia ha deciso di diventare la colonia povera della Gran Bretagna almeno lo si dica con chiarezza, in modo che se qualcuno non è d’accordo può scegliere l’Ungheria o il Giappone. Ma possibile che il Paese più ricco del mondo di opere d’arte e di poeti debba diventare servo dei birrai e dei mangiatori di hot dog? Amico sì, collaboratore, e metteteci tutte le belle parole che appartengono a questo ambito semantico, ma poi ognuno a casa sua, ognuno dentro la propria ragione di vita. In Italia, voglio appena accennarlo, è il sole a dettare legge; altrove è la nebbia. Chi vuole intendere intenda la metafora in modo che la distinzione faccia pensare e faccia prendere delle decisioni forti e chiare sulla lingua italiana, anche perché sono settecento anni dalla morte dell’Alighieri, di quel genio che seppe capire e concepire che cos’era l’Italia nella sua interezza, nella sua essenza, nella sua magnificenza. Un giornalista, intervistando Umberto Saba, fece un’ultima domanda chiedendo al poeta quale fosse il verso più bello di tutti i tempi. E lui rispose: “La bocca mi baciò tutto tremante”, dall’episodio che Dante narra nel Canto V dell’Inferno. Già, io posseggo almeno un centinaio di traduzioni della “Commedia”, alcune anche nei dialetti delle regioni italiane, ma nessuna traduzione è riuscita mai ad esprimere la dolcezza, il volo, la tenerezza che c’è in quel verso. Una lingua è anche vita viva e palpitante, sentimento, angelicità e fatalità accumulate dalla Storia. Altri poeti, alla medesima domanda, hanno sempre risposto citando Dante. Personalmente ho risposto citando l’episodio di Brunetto Latini, “E m’insegnava ad ora ad ora come l’uom s’eterna”.

Certo che ho fatto il paragone con altre lingue! Dante possedeva la BELLEZZA del dettato, quel timbro che la lingua italiana ha nelle sue radici e nell’accumulo delle esperienze. La lingua italiana riesce addirittura a mettere nelle vocali e nelle consonanti i profumi dei fiori, i sussurri del vento, il passo della primavera. Non è poesia, ma realtà. Provare per credere. Vogliamo consegnare tutto all’oblio in cambio della sciatteria e sguaiatezza espressiva ormai galoppante? Signori della politica, non la prendete alla leggera, altrimenti anche voi diventerete sudditi, cioè servi di una dittatura vestita da democrazia, almeno nella pratica degli scambi quotidiani. Io non amo la lingua inglese, ma se l’amassi non la sostituirei alla mia lingua; la adopererei per leggere Shakespeare o Milton, non per diventare un inglese. Se amassi una bella bionda non l’amerei per sostituirla alla bruna. E vogliamo parlare di cibo? Se per disgrazia dovesse sopraffarci la lingua inglese io sarò già morto, ma anche di là (se c’è un “di là”) continuerò a dire che Amore non può essere chiamato love, è offensivo. Snatura e toglie perfino il desiderio.

Dante Maffìa

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