L’Isola Tiberina e l’Ospedale “Fatebenefratelli” a Roma, di Cristina Delvecchio

Leggende e realtà storiche si intrecciano attorno alla storia dell’isola Tiberina nel rione Ripa, detta anche Insula Aesculapi o Licaonia, posta in zona strategica in quel tratto del Tevere nel cuore di Roma e visivamente godibile da Ponte Garibaldi, che è sempre stato un importante punto di attraversamento del fiume. Le fonti storiche riferiscono dell’importanza di questo isolotto dalla forma allungata simile a quella di una barca e dell’utilità del fiume già dal VIII-VII sec. a. C. che facilitò i contatti commerciali, e non solo, fra le popolazioni Etrusche e quelle delle aree dell’Italia meridionale.

Le fonti come la Forma Urbis di età severiana riportano la definizione “inter duos pontes” in riferimento ai ponti Cestio e Fabricio. La tradizione invece riferisce, come primissimo mezzo di raccordo con la terraferma, di un ponte di legno nel VII sec. a. C., il Sublicio. Tuttavia solo con un‘epidemia di peste nel 293 a. C. le autorità romane presero in seria considerazione l’utilizzo e la destinazione dell’isolotto allorché, consultato l’oracolo di Epidauro mediante l’invio di una delegazione, venne portato a Roma un serpente, animale dalle proprietà rigeneratrici e sacro ad Asclepio, utile a sanare il morbo. Si dice che il rettile, giunto su una nave, si rifugiò proprio nell’isola e, in concomitanza, anche la peste cessò. L’accaduto venne interpretato come un evento di natura divina e sull’isola venne costruito un Tempio consacrato ad Esculapio il 1 gennaio 289 a. C., là dove sorse la chiesa di San Bartolomeo. Confermano la sacralità del luogo dei materiali votivi in terracotta (II sec. a. C.), ora al Museo Nazionale Romano, trovati durante i lavori per la costruzione degli argini del Tevere alla fine dell’800. Per il collegamento alla terraferma, dopo il ponte di legno, venne realizzato quel Ponte Fabricio (62 a. C.), a due arcate di pietra e tufo, che cambiò nome nel tempo: nel Medioevo fu Ponte dei Giudei, per la vicinanza con il quartiere ebraico; nel ’400 divenne Ponte ai Quattro Capi, per dei pilastrini con erme quadricipiti inseriti nelle spallette. Sul suo parapetto, quasi in angolo con il campanile di S. Giovanni Calibita, è una lapide con lo stemma araldico di Innocenzo XI (1676-1689) che ricorda i lavori di restauro per entrambi i ponti dell’isola, voluti dal papa nel 1679. La fondazione del secondo ponte, il Cestio, realizzato in peperino e travertino, risale invece al 46 o 44 a. C.

I due ponti crearono così un asse viario di grande utilità perché mettevano in comunicazione Trastevere con il Foro Boario, sede del mercato del bestiame. Data la loro importanza subirono vari restauri e ricostruzioni, ricordati anche in alcune lapidi sul parapetto settentrionale del ponte. Una fa riferimento ad un intervento promosso nel 370 d. C. dall’imperatore Valente insieme a Valentiniano col figlio Graziano; una seconda iscrizione riporta del restauro voluto dal senatore Benedetto Carushomo nel 1193 ca. In epoca moderna invece l’intervento più noto fu quello del 1888-92, in occasione della costruzione dei muraglioni anti-alluvionali che portarono ad un completo rimaneggiamento del ponte Cestio. Va ricordato che gli accessi ai due ponti nel corso del XI sec. vennero muniti di torri di guardia, una delle quali, all’imbocco del Fabricio o ai Quattro Capi, visibile ancora nella sua monumentalità, passata per illustri proprietari come i Pierleoni e i Caetani, è nota come “dei Caetani” o “Torre della Pulzella” per una testina marmorea di riuso murata in una parete.

La funzione dell’isola come luogo sacro e di guarigione della latinità indusse la Chiesa, fin dal Medioevo, ad attuare un programma di riconversione e trasformazione per il culto della religione cristiana. Se ne ha conferma pensando alle due importanti chiese dedicate rispettivamente a San Bartolomeo e a San Giovanni Calibita, ma anche solo osservando la Guglia di San Bartolomeo realizzata dallo scultore Ignazio Jacometti (1819-1883), posta al centro dell’omonima piazzetta. Si tratta di una struttura piramidale di marmo, culminante in un pinnacolo decorato con protomi leonine angolari su cui è posta una croce latina su globo, e che ebbe come committente Pio IX nel 1869. Sull’alto basamento, occupato da un’iscrizione relativa al Concilio Vaticano I, l’artista realizzò quattro statue entro nicchie raffiguranti i santi protettori dell’isola: Giovanni di Dio nell’atto di soccorrere un infermo; Francesco d’Assisi in contemplazione; Bartolomeo apostolo con in mano il coltello del proprio martirio; Paolino di Nola con le catene ai polsi, simbolo della prigionia voluta in riscatto di altri. La devozione popolare è invece rappresentata in loco da alcune edicole sacre come quella con la “Madonna della Lampada” posta sul muro della torre campanaria della Chiesa di San Giovanni Calibita, un’immagine mariana recente (1996) che riproduce l’iconografia di un affresco di scuola romana del XIII secolo raffigurante la Vergine in Trono col Bambino fra due angeli, il cui originale si trova dal 1741 in una cappella di detta Chiesa.

Intorno all’anno Mille fu istituito sull’Isola uno xenodochio, ricovero per gli infermi e pellegrini, dedicato a san Bartolomeo e diretto da suore Benedettine che, seguendo la tendenza degli ordini religiosi del periodo, prestavano soccorso alla moltitudine di poveri e infermi che affollavano la città. Questa situazione perdurò fino a circa la metà del Cinquecento, quando venne vietato l’accattonaggio e i mendicanti furono mandati in istituti di recupero. Risale al 1584, per volere di Gregorio XIII Boncompagni, l’istituzione nell’isola di una confraternita religiosa dedita ad assistere per carità i malati, già fondata nel 1539 da Juan Ciudad (1495-1550), Giovanni di Dio, approvata come Istituto Religioso da Pio V Ghisleri nel 1572 con la Bolla “Licet ex debito” e chiamata in Italia con il soprannome di “Fatebenefratelli”, dalla frase con cui il santo invitava i passanti a fare la carità: «fate bene, fratelli, per amore di Dio». Papa Sisto V con il Breve “Etsi pro debito” elevò la congregazione ad Ordine Regolare nel 1586, riunendo le comunità delle varie nazioni sotto un unico superiore residente a Roma nell’Isola Tiberina. Occorre ricordare che S. Giovanni di Dio non venne mai a Roma, ma i Fatebenefratelli vi giunsero, per la prima volta nel 1572, e qui fondarono nel 1581 il primo nucleo ospedaliero nella ex “casa degli Orfanelli” in Piazza di Pietra. Nel giugno 1585 si trasferirono stabilmente nell’Isola Tiberina dove avevano ottenuto il monastero, già delle Benedettine, e la contigua chiesa di S. Giovanni Calibita.

Dal ’500 l’ospedale si ingrandì gradatamente acquistando e affittando alcune casette locali abitate da conciatori e pescatori. Allo scopo di acquisire spazio, la stessa chiesa di S. Giovanni fu ridotta da tre navate all’attuale unica navata: in particolare la navata sinistra divenne il corridoio di accesso al complesso. Nel 1656-57, durante la gravissima epidemia che colpì Roma, fu stabilito di destinare l’ospedale agli ammalati di peste sfruttando il naturale isolamento del sito: il 18 giugno l’intera isola fu sgomberata e adibita a lazzaretto. I Fatebenefratelli non addetti ad assistere i malati vennero trasferiti, i Francescani di S. Bartolomeo mandati al convento dell’Aracoeli e gli altri abitanti dell’isola allontanati. Sui due ponti di accesso all’isola furono installati cancelli. L’ospedale fu destinato al ricovero degli uomini, la torre dei Caetani e le case vicine alle donne. Fra le importanti ristrutturazioni del complesso architettonico va menzionato quello del 1700 eseguito dall’arch. R. Fortunato Carapecchia che prevedeva la realizzazione di ulteriori corsie, la divisione in reparti a seconda delle patologie e la sistemazione della scenografica Sala Assunta, un salone interno, oggi Aula Magna destinata a convegni, sulla cui volta sono affrescate Scene della Vita di S. Giovanni di Dio, mentre sul fondo è un altare incorniciato da un grande arco decorato di stucco dipinto con cortine tenute aperte da angeli, e sormontato al centro dalle stemma di Clemente XI.   

Nel 1832 Roma venne colpita da una nuova calamità, il colera, e i Fatebenefratelli furono in prima linea per le cure della popolazione, al punto che venne riconosciuto ufficialmente il loro impegno dalla Commissione speciale di Sanità. Dopo la breccia di Porta Pia, il 20 settembre 1870, lo Stato iniziò a sottrarre gli ospedali agli ordini religiosi. Simile sorte toccò anche a tale Ordine, che nel 1878 perse la gestione della struttura sull’Isola Tiberina, pur continuando a rimanervi sotto forma di meri esecutori. Non tutto era perduto; infatti nel 1887, la farmacia fu affittata all’associazione civile dei Fatebenefratelli e finalmente nel 1892, grazie alle “conoscenze” del dentista dell’ospedale celebre in tutta Roma, Fra’ Orsenigo, i Fatebenefratelli riuscirono a riscattare definitivamente farmacia ed ospedale, versando una somma di denaro. Nel 1930 vennero acquistati tutti i fabbricati sull’estremità ovest dell’isola, che furono demoliti insieme ai locali annessi all’ospedale; nel 1934 fu completata la ricostruzione dell’ospedale sul progetto di Cesare Bazzani, che mantenne però la facciata verso la piazza S. Bartolomeo. Nel 1972 l’ospedale assunse ufficialmente il nome di “S. Giovanni Calibita Fatebenefratelli”, dal nome della chiesa che ne costituì il nucleo originario ed è tuttora inglobata, e fu classificato come Ospedale Generale di Zona.

L’ospedale è sempre stato presente nelle vicende di Roma, ad esempio come punto principale di ricovero in occasione degli scontri del 1849, durante la sfortunata Repubblica Romana (è documentata, fra le altre, la degenza del pittore Girolamo Induno ferito nei combattimenti). Nel 1870 il nosocomio fu sempre d’aiuto durante la presa di Roma da parte dei Piemontesi, così come durante l’occupazione nazista nel 1944 quando anche molti ebrei vi furono ricoverati e nascosti. Da ultimo, nel 1982 vi furono assistiti i feriti dell’attentato alla vicinissima Sinagoga.

Cristina Delvecchio

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