“Duilio Cambellotti. Impegno e attività artistica nell’Agro Romano”, di Barbara Greco

cambellotti

Sebbene gli si riconosca un posto di rilievo nella cultura figurativa dei primi decenni del Novecento, Duilio Cambellotti (Roma, 1876-1960) è un artista che sfugge ad una definizione precisa, che peraltro sarebbe limitativa, tanto vasta e multiforme è la sua produzione: orafo, cesellatore, illustratore, scenografo, scultore, grafico e molto altro ancora.  Lo potremmo giudicare un eclettico, magari dispersivo se non cogliessimo un “filo rosso” nella sua attività: da una parte, la rielaborazione personale del gusto Liberty e Decò; dall’altra, la costante volontà di sperimentarsi sulla materia – ceramica, metallo, legno, marmo, ecc. – e quel suo essere sempre un “artigiano” (si racconta che la sera prima di morire, a 84 anni, dopo cena modellò un piccolo presepe con la mollica del pane). Giacomo Balla, in un bellissimo ritratto intitolato Il cesellatore, coglie questa attitudine dell’amico: di Cambellotti, assorto nel lavoro, si evidenziano le mani, quelle dell’artigiano, appunto, colorate di biacca in contrasto con il nero del carboncino. Un altro elemento lega le diverse espressioni della produzione dell’artista, intonandole ad un contesto internazionale: l’adesione alle idee di William Morris e di Henry van de Velde, per i quali l’arte industriale poteva adeguarsi a canoni estetici e l’utile, insieme al bello, contribuire a migliorare la qualità della vita. Ne conseguiva l’attenzione verso tematiche ispirate al socialismo umanitario le quali, nel nostro Paese, avevano orientato intellettuali e artisti verso un’arte per tutti, a cominciare dai soggetti. Nel 1901 Pellizza da Volpedo, che qualche anno prima aveva scritto a Morbelli «sento che ora non è più l’epoca di fare dell’arte per l’arte, ma dell’arte per l’umanità» dipinge Il Quarto Stato. Nel 1904 Balla dipinge Lavorano, mangiano, ritornano che allude alla giornata degli operai in un cantiere edile. L’anno seguente l’esule Gorkij ammira, nello studio di Cambellotti, il polittico con gli strumenti del lavoro fabrile che ha per titolo L’altare. Titolo significativo che, come La Pace, attribuito ad una scultura di ruvida asciuttezza gotica che rappresenta una figura femminile nell’atto di porgere un rudimentale attrezzo agricolo, può introdurci alla concezione quasi “sacrale” del lavoro, alla base dell’impegno sociale e artistico di Cambellotti nell’Agro Romano.

L’idea di portare la scuola dove regnava il degrado a causa della malaria, l’analfabetismo e l’arretratezza culturale, viene promossa nel 1904 dalla sezione dell’Unione Femminile Romana di Trastevere per opera di Anna Fraetzel, giovane aristocratica berlinese, che riunisce intorno a sé il marito Angelo Celli, la scrittrice Sibilla Aleramo con il compagno e letterato Giovanni Cena, il pedagogo Alessandro Marcucci e Duilio Cambellotti. La loro finalità è promuovere, attraverso l’assistenza sanitaria e l’istruzione, il riscatto sociale delle popolazioni dell’Agro, sfruttate e lontane dalla civiltà urbana. Il Comitato per le Scuole dei contadini deve subito affrontare sia la resistenza dei proprietari terrieri, preoccupati per il diffondersi del socialismo, sia il boicottaggio della Chiesa: il frate che celebrava la messa nel borgo del Castello di Lunghezza, dove i duchi Grazioli avevano concesso un locale per la scuola domenicale e serale, incitava dal pulpito ad abbandonarla, perché laica e opera del demonio. Ad altre oggettive difficoltà trova rimedio lo slancio umanitario dei promotori: alcuni maestri si offrono volontari e, dopo il loro normale orario di lavoro, tengono lezione ai “guitti” nei più disparati luoghi di fortuna (stalle, capanne, chiesette abbandonate, vagoni ferroviari). L’incarico di individuare zone per istituire nuove scuole viene dato a Marcucci e Cambellotti, che frequentavano l’Agro per curiosità ed interessi artistici. Così quest’ultimo descrive la sua esperienza: «Ho praticato la campagna romana come artista e come gregario di una nobile opera di redenzione, capitanata da gente illustre per valore e pietà. Per questo ho potuto valutare la realtà nel bello, nel bene, ma anche nel male, che era molto». Dopo Lunghezza si aprono altre capanne-scuola nel territorio suburbano: a Pantano Borghese, con l’aiuto degli stessi principi e della famiglia di affittuari; a Granaccio, sulla via Polense; a Colle di Fuori; alla Marcigliana, sulla via Salaria; a Corcolle. La “scoletta” di Colle di Fuori realizza esemplarmente lo spirito di collaborazione che anima il progetto educativo (tanto da essere ribattezzata da Giovanni Cena con il nome di Concordia): costruita in muratura tra le capanne dei contadini che hanno offerto la manodopera, e destinata ad ampliarsi nel tempo, comprende inizialmente, oltre all’aula, un piccolo locale per il pernottamento del maestro che viene da Roma, scende a Zagarolo per fare lezione a bambini e adulti, e ritorna in città la domenica sera; è decorata all’interno e all’esterno da Cambellotti, mentre Marcucci fa realizzare in economia banchi, armadi, scaffali e mensole per i vasi di fiori. La mattina una campana, donata dai maestri dell’Agro Romano e fusa gratuitamente dai fratelli Lucenti di Roma, invita gli scolari. Vi è inciso l’emblema del libro e della vanga, con la scritta: “Venite, chiamo alla Verità, alla Libertà e alla Giustizia”.

L’opera di Cambellotti nasce e si concretizza su una profonda convinzione, in sintonia con Cena e Marcucci: l’arte è un elemento fondamentale nell’educazione perché l’individuo può elevarsi spiritualmente solo acquisendo il senso estetico e solo affinando la sensibilità alla bellezza, anche attraverso l’osservazione della natura. Cambellotti si dedica quindi con passione alla illustrazione di sillabari e fogli di lettura; insegna ad usare i pastelli – vero lusso per i contadini – per far loro distinguere ed armonizzare i colori; aiuta i piccoli mutilati a costruire oggetti e giocattoli di legno affinché imparino a riprodurre le forme. Alla finalità “estetica” dell’attività didattica si unisce il timore che gli alunni avvertano la scuola come un luogo opprimente rispetto all’aria aperta a cui sono abituati; l’esperienza della lezione deve quindi porsi in armoniosa continuità con l’esperienza del lavoro nei campi. Era quindi necessario annullare il limite tra l’angustia dell’aula e «l’ampia vista dell’orizzonte romano». A questo scopo Cambellotti realizza, a Torre Spaccata, un trittico parietale che raffigura un gregge che si abbevera ad un fontanile sullo sfondo del paesaggio, dal Gianicolo fino a Porta Maggiore; e a Colle di Fuori riproduce in una composizione di maioliche la visione notturna delle capanne del villaggio, che lasciano vedere, al loro interno, i focolari accesi. Anche nelle scuole che si aprono in seguito, a Casale delle Palme e a Scauri, l’ambiente domestico, le forme note della campagna e i simboli rurali “entrano”, per così dire, nell’aula, come ad esempio l’ulivo secolare che si poteva ammirare dalla Torre dei Frangipane. Del resto, gran parte della produzione dell’artista romano è ispirata a temi e a suggestioni della sua esperienza nell’Agro, come ha documentato di recente una bella mostra nei Musei di Villa Torlonia: nel suo repertorio iconografico cavalli al galoppo o che si abbeverano, bufali, uccelli di palude, mandrie controllate da butteri avvolti nel mantello, sono presenti accanto ad espressioni di segno opposto, come le raffinatezze floreali delle vetrate della Casina delle Civette o le eleganti decorazioni liberty di tanti villini romani.

Nel 1911, in occasione della grande mostra per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, inaugurata dai Sovrani e dal sindaco Luzzatti, viene allestita a Piazzale Flaminio, su disegno di Cambellotti, una grande Capanna, icona dell’Agro : essa ospita la mostra etnografica e quella didattica che, in contrappunto con gli imponenti padiglioni regionali, illustra l’impegno che il Comitato ha profuso per la promozione sociale dei “guitti” e documenta l’attività delle scuole (oggetti di legno finemente intagliati dai contadini, i saggi degli alunni, lavori di cucito fatti dalle donne). Tra i quadri e le sculture di Pierina Levi, di Annie Nathan e Greta Cahn Speyer, risalta il grande Ritratto di Tolstoj eseguito da Balla, a suggerire un legame ideale con la Jasnaja Poljana, la scuola per i contadini voluta dal grande scrittore russo. Ad opere di più ampio respiro Cambellotti si dedica nel periodo fascista: a Bari, nel Palazzo dell’Acquedotto Pugliese, a Ragusa e a Littoria, l’attuale Latina, fondata dopo la bonifica delle paludi pontine (dal 2005 la città è sede di un Museo dedicato all’artista, dove sono raccolti, fra l’altro, i bozzetti preparatori per il grande ciclo pittorico nel Palazzo del Governo a Piazza del Popolo). Nel 1934 l’architetto Oriolo Frezzotti lo chiama a realizzare gli apparati decorativi della Sala della Consulta che avevano per tema La redenzione dell’Agro Pontino (recentemente lo scrittore Antonio Pennacchi ha proposto come titolo La conquista della terra). Il trittico, tutt’intorno alle pareti, dipinto a tempera su pannelli di grandi dimensioni, è conforme al Manifesto di Sironi sul significato etico e sociale della pittura murale, e si sviluppa narrativamente su tre momenti principali: al centro i “militi grigi” con l’elmetto (gli ex combattenti della guerra ’15-’18) e i contadini armati di vanga, impegnati nel loro duro lavoro; in un lato, la situazione precedente con il “pantano secolare” tra un groviglio di erbe ed arbusti; nell’altro il futuro, con il buttero che sprona tori, cavalli e bufali in fuga scomposta verso i monti Lepini. L’immagine di Littoria in costruzione ed il fascio piantato nel terreno suggellano l’intento celebrativo. Un incessante impulso vitale si trasmette ed anima le figure; gli effetti prospettici dilatano l’orizzonte in profondità; il trascolorare cromatico dai bruni all’ocra al rossiccio alle varie tonalità di azzurro del cielo, accompagnano e scandiscono i tempi del racconto. Siamo di fronte ad un’opera di grande valore, ma l’artista che abbiamo visto dedicarsi, nella solitudine e nell’abbandono dell’Agro, a «bonificare le intelligenze» è diventato qui l’epico cantore della Grande Bonifica, in ossequio alla retorica di regime.

Barbara Greco

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