“L’alfabeto dell’alba”, di René Corona, letto da Dante Maffìa

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Ogni libro di René Corona è una sorpresa, sia perché mostra una costante crescita e sia perché di volta in volta scompiglia, offre una dizione sempre condita di inedite risonanze che lui riesce a rendere sostanza del suo fare. Questa volta addirittura è esplicito, ha voluto avvisare il lettore delle fonti a cui ha attinto la sua voce interiore, ma restando sé stesso fino in fondo, riportando tutto alla sua coscienza di poeta vigile e pronto a nutrirsi di letteratura cancellandola immediatamente, amalgamandola alla sua sensibilità, alla visione della vita e alle ragioni del suo essere. Doverosa annotazione per poter entrare nel processo complesso e ricco delle mille diramazioni che “L’alfabeto dell’alba” (Riva del Po, Book Editore, 2021, pp. 121) offre, dimostrando che la grande arte non nasce soltanto dal dono ricevuto dagli dei, ma anche dal lavoro assiduo, dall’impegno, dalla conoscenza vasta di che cosa è avvenuto nel passato attualizzandolo e innestandolo al divenire.

Non è casuale che il titolo faccia ricorso all’alfabeto, a un particolare alfabeto che è frutto della luce mattutina, del risveglio del mondo. Il lettore dovrebbe avere la pazienza di soffermarsi su ogni verso per godere il sentimento e il pensiero che Corona affida alla parola. Ha la capacità di saper fondere, in un impasto lirico esemplare, le idee e le emozioni, e quindi pagina dopo pagina si ha la sensazione di camminare per un sentiero ricco di accensioni, di sfumature, di indicazioni che sembrano svariare e che invece aprono squarci sugli aspetti dell’esistenza, sull’amore, sulla vita, sulla morte, su moltissimi valori anche sociali. Verissimo quel che afferma in conclusione del suo scritto Daniela Pericone: “Ogni verso contiene in sé un’esistenza, una qualità degna di rappresentare l’uomo: perfetta coincidenza di vita e poesia”. Ma non si creda che Corona sia rimasto fermo a un maledettismo ermetico, non scandalizzi la formula inventata, che è stato appannaggio di un certo Luzi e di un certo Bigongiari; Corona va oltre, scardina i luoghi comuni, ribalta le tensioni liriche, ne ricava allusioni e risonanze che scantonano per illuminazioni e ci fanno sentire proprio il momento magico dello schiudersi dell’alba col suo passo di bambina smarrita che però all’improvviso annota “i cani “ che “giocano a guardia e ladri / e la luna spezzettata” che “fa l’occhiolino / alla stella polare”. Piace, di questo libro, soprattutto il linguaggio che ha accenti che sembrano arrivare da lontananze abissali. Anche quando il poeta si serve del vocabolario consueto che fa ricorso alle immagini a cui ci ha abituato la poesia di Saba, non so, la campagna, il mare, il vento, insomma la quotidianità, sentiamo che Corona riesce a cesellare un fiato nuovo che dà rinnovata natura alle cose, alle forme, già, proprio “sul confine del dire e non dire”.

Da qui il senso dell’imponderabile che crea atmosfere spesso evanescenti, fughe e abbagli, e che mette il poeta nella condizione di non avere più voglia di misteri e di fare ritorno “per la solita strada / tra l’erba cresciuta e fiorellini gialli / verso la stanza dei libri / a ritrovare parole vere e / giusti sentimenti”. Mi sono domandato come la dovizia di citazioni è stata fatta, se per accensioni a ricorsi tematici oppure scelta con il progetto di rassettare una poetica personale che sia la summa di valenze estetiche capaci di rappresentare l’essenza del dettato di Corona. Non c’è una risposta facile, mi sembra comunque che egli abbia voluto dichiarare a chiare tinte la collina errante che ha nel cuore. Una collina scoscesa e scenografica, con svolte, andirivieni, calanchi, fossi, muretti a secco, cespugli nodosi… Perché la sostanza segreta di tutto il libro è l’inquietudine, anzi, come diceva Mario Sansone, l’inquietitudine, un’amarezza scomoda e perfino petulante che graffia le immagini e le pone fuori, lontano dall’iconografia usuale.

Nelle citazioni torna più volte Guido Gozzano, e ci sono Sbarbaro, Saba, Pascoli. Ma non sono adesioni, soltanto spunti, accensioni per entrare nei virgulti che l’alba svela. Una poesia di rara bellezza, di momenti in cui sembra avvenire la comunione con le cose, in cui è possibile trovare la bellezza senza dover ricorrere ad astruserie, ma semplicemente aprendo gli occhi per rendersi conto che la vita pulsa nonostante la nostra distrazione di uomini. Bisogna legittimare la semplicità, e afferrare a volo lo scavo che la luce propone per poter conoscere il senso del viaggio umano:


“il reiterare sempre gli stessi passi
ti costringerà prima o poi al silenzio
l’uomo con la falce taglierà di sicuro il sovrappiù
tu rimarrai con i rimpianti e le vite passate
comprese le parole evanescenti non scritte

l’alba accompagnerà ancora per un po’
i tuoi nuovi giorni chissà che alla fine
finalmente saprai recitare senza sbagliare
Il suo prezioso alfabeto”.

Come si può constatare, la poesia di René Corona è spazio di vita, sguardo che riesce a penetrare nel mistero del farsi e a trovare il recondito respiro dell’universo. Già, proprio come Umberto Saba, che riusciva a trovare l’infinito nell’umiltà, ma lasciamo che sia lui stesso a dirci come nasce la sua poesia e che cosa è:

“… I versi sbucano tra le nuvole dell’alba
come le damigelle dai nomi incantevoli
nei libri di Gérard de Nerval
tra realtà e sogno e fantasia
e attaccato al molo dei miei pensieri
s’intrufolano nelle mie tasche e nel mio cuore
avvinghiati ai miei radi capelli
si avviluppano alle mie nostalgie

qualcuno incespica maledettamente sognando
inciampa nelle lettere dell’alfabeto…”

Credo che non serva nessun commento. Leggendo e rileggendo “L’’alfabeto dell’alba” mi è parso di trovarmi al fianco di Jorge Louis Borges, nel suo infernale desiderio di fare intendere al mondo che poeti si nasce ma grandi e profondi si diventa. “…comporre un seguito / in fondo è lo scopo rumoroso dell’esistenza”.

Dante Maffìa

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