Dante Maffìa: “Modigliani”

Modigliani

Il maledetto. Il pittore che attraverso i fumi dell’assenzio voleva arrivare al centro dell’anima delle donne, della pittura, dell’assoluto? O che altro? Il suo continuo essere fuori dalle righe, le sue trasfusioni di entusiasmo a se stesso, mai dimostrato,  per realizzare l’essenza d’una icona che offrisse a chiunque la possibilità di sentirsi compreso. Voleva salvare il patrimonio dei grandi pittori, ma rendendoli spiriti lontani, piume vaganti di una operazione massiccia che è diventata, deve diventare per ogni nuovo artista, lievito a cui attingere, mai modello a cui sottostare. Ipotesi su un pittore che al posto della carne del suo corpo aveva il sogno, un sogno debordante, immenso, impossibile da gestire, da decifrare. A ripercorrere le sue esperienze, parlo di quelle artistiche, colpisce subito il fatto che egli non vuole restare chiuso nel cerchio delle abitudini, del risaputo; vuole raggiungere ciò che ha intravisto tra veglia e sonno, cioè l’elemento che scardinerà il futuro dal passato, ma senza rinnegare neppure una virgola, a cominciare da Botticelli e finire a Fattori. La sua ansia fermentante non è inquietudine superficiale, non è scomodità dinanzi alla grandezza dei maestri antichi, è spinta ad amarli per andare oltre, per secernere il lascito che questi hanno abbozzato prima di morire, prima di poter andare oltre se stessi.

C’è, in ognuno dei suoi quadri, qualcosa di ossessivo che non è legato al segno o al colore, ma all’indefinibile. Il suo disegno è invenzione pura, essenza di una ricerca che si coagula in fermezza immediata. I nudi, i volti, le forme che si cristallizzano in maniera che nega la maniera, danno l’idea di un artista che vorrebbe arrivare alla perfezione e sceglie la strada più impervia, la vivisezione dei corpi, effettuata con il colore e con schemi che sembrano stampigliati e ripresi da antiche immagini addirittura egiziane, comunque africane, con la differenza che le immagini delle sculture africane sono un punto d’arrivo e invece per lui si determinano come appiglio, punto di partenza, soffio del cominciamento. Ma tutto è compostamente scomposto e nascosto e perciò diventa difficile decifrare il linguaggio segreto di Modigliani che si serviva del sogno e dell’hascisc prima, e poi anche dell’ubriachezza, per rincorrere i fantasmi – inesplicabili anatomicamente –della sua mente e della sua anima. Non sono riuscito a capire in che cosa consista veramente il fascino della pittura di Modigliani. All’inizio ho pensato che ci fosse un grande influsso dovuto alla sua biografia romanzesca, diciamo pure alla sua leggenda, ma via via che il tempo è passato, mi sono reso conto che nella pittura del maestro livornese c’è un enigma che non è comunque programmato, non è un progetto organizzato, quanto piuttosto il frutto di discese all’inferno, di camminamenti scomposti nella psiche e nel delirio, nelle spire della dissolvenza.

Modigliani non saprei come classificarlo se dovessi, come si fa a scuola, assegnargli un posto che stia prima o dopo una scuola o un movimento. Egli è libero. Libero in maniera assoluta, e ciò che dipinge è il frutto di un sogno incandescente che si sbriciola senza avere mai una pausa. È come se il pittore inseguisse una parte profonda di sé e volesse renderla visibile ma senza contaminarla della sua follia. Invece tutte le sue opere hanno il “lume” di quel senso di imprendibile che rende sfuggente ciò che realizza. I ritratti sono spesso la quintessenza di un particolare attorno a cui ruota l’insieme; i nudi un ripescaggio erotico, e non sempre, del momento culmine del desiderio. Ha mai sognato, qualcuno dei visitatori delle mostre di Modigliani, di fare l’amore con le donne da lui dipinte? Quelle donne hanno mai suscitato desideri o sono rimaste testimoni di una tensione che non si riesce a collocare e che comunque vibra in un dissenso cromatico e formale? Sono statue, farfalle, sculture fallite, donne, animali pronti alle metamorfosi?

Non è facile cercare di fermare le scaturigini del tempo e le forme fantastiche che il tempo suggerisce. Modigliani ci ha provato e quel che però è riuscito a darci è la scomodità della sua ricerca, la precarietà di un qualcosa che appena suggerisce, senza arrivare a conclusioni che lo avrebbero chiuso nel dominio del figurativo. Le sue donne sono frantumi della sua anima, della sua inquietudine densa di fuochi e di cadute a picco nella nebbia di un viaggio chissà quando e chissà come cominciato nella poesia, con maggiore forza magari dopo l’incontro con la grande poetessa russa Anna Achmatova. È probabile che avesse trovato l’Assoluto e cercasse di farlo diventare un’immagine concreta da poter guardare senza sentirsi menomati. Certo è che, come ha scritto qualcuno per Matisse, anche Modigliani sembra essere nato da un atto d’amore mai compiuto e sembra essersi subito messo mutande d’acciaio per non permettere ad altri, dopo di lui, di attingere al suo segreto. Egoista fino all’inverosimile, interprete d’un sentimento  anarchico senza dispersioni, il cui incanto è sparpagliato dietro incompiute distese di possibilità. Pittura come amore, cioè pittura indefinibile se non con mille e mille definizioni.

Dante Maffìa (1984)

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