In memoria di Massimo Pacetti, a quattro anni dalla sua morte (26 novembre 2016): “Un giorno lungo il mare”, da “Racconti impertinenti” (2016)

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Ci sono momenti o giorni nei quali si è avvolti da una pesante, profonda, insuperabile malinconia. Quel giorno era uno di quei giorni. Guardavo il mare, dal finestrino del treno, senza distogliere lo sguardo dal movimento ondulante dell’acqua salata e grigia, priva di ogni sussurro ed emozione.
Una volta ci ricamavo sopra pensieri, ci costruivo immagini, viaggi, leggende.
Per anni, sul mare ho fatto correre la fantasia e le speranze, le ambizioni e le aspirazioni. Senza nessun limite: non c’erano rive, né terre, né porti.
Ora la fantasia si ferma alla battigia si infrange sugli scogli, si arena sulla spiaggia ingombra di rottami e frammenti, dopo l’ultima tempesta.
Fra le onde non vedo più nulla di fantastico.
Non vedo più la vita oltre il mare.
Non c’è più nulla: il vuoto, niente per cui valga la pena di partire, andarsene, attraversare il mare, rischiare una tempesta, un affondamento, un naufragio.
Il bisogno di fuggire, l’urlo della sirena alla partenza, l’euforia della fuga e dell’ignoto passano, oggi, per la terra.
È sulla terra che i segni della fuga, dell’addio, dell’abbandono, si fanno sentire con ansia, ogni sera, e che la gioia dei sogni si è infranta.
Ci siamo perduti. Abbiamo poco pensato e ancora meno riflettuto. Non ci siamo guardati intorno. Ci siamo fatti trascinare, prendere prigionieri da cose, avvenimenti, recinti, steccati, reticolati.
Non si può più fermare il percorso che si è messo in moto. Ma io sento egualmente il bisogno, la necessità, di ritornare indietro.
Ho bisogno di respirare e riprendere il cammino: un cammino meno banale. Non può essere già tutto deciso! Bisogno di riprendere in mano un destino che ancora una volta, dolorosamente, ho cambiato. O che forse si è rivoltato. Com’è già accaduto altre volte. La musica degli ideali, finita, ora è in silenzio. Tutto tace. Non si è scritta, né si sente, nessun’altra musica di valore.
E allora, io vorrei riascoltare, anche solo per un attimo, quella musica avvincente, ammaliante, commovente, a volte un po’ naif e un po’ popolare, di pregio e di valore, che avevo ascoltato in anni che mi sembrano lontani e che ricordo a volte solo vagamente, quella musica che si mescola con tante note che sento nella mente e che abbiamo ascoltato per anni.
Vorrei ascoltare solo la musica.
Gli uomini che la suonano, i musicisti, le loro “band”, no, quelli no: non mi interessa vederli né osservarli. Quelli mi danno l’ansia.
Solo la musica: bella, astratta, irreale, avvincente, trascinante.
Solo il suono.
La musica di una macchina senza uomini.
Solo arte, pura, semplice. Senza materia.
Solo l’anima. Senza il corpo.
Gli uomini sono senz’anima. L’anima non è spirito, e meno ancora religione.
L’anima è l’essenza, l’etica della vita.
L’anima è il contenuto delle azioni più belle che donano serenità e felicità, anche se per un tempo breve e fragile.
Ma che importa? L’importante è che ciò avvenga.
L’anima è un modo di vivere. Ma questa moltitudine di uomini e di donne, in questo fine maggio se ne sta al mare come d’estate.
Chissà quanti di loro, seduti al sole, pensano che l’anima sia il centro del modo di vivere!
Rembrandt, quando dipingeva modellava la forma e gli dava colore, mettendovi dentro l’anima. Per questo la sua pittura è così straordinariamente bella che si sente prepotente il bisogno di toccarla, tanto la senti vicina, tanto la senti dentro di te, prepotentemente viva.
Di fronte a me quello che appare sono le spiagge, le scogliere, il mare che qui, in questo luogo uguale, hanno segmentato, misurato, incorporato, separato, modellato, incanalato, orientato, esasperato, modificato, nella forma e nelle linee.
È un mare che ha la forma di chi lo vuole tutto per sé.
È il mare dell’egoismo. È il mare degli egoisti.
Non ha l’anima, non è libero.
È costretto a essere prigioniero. Non è il mare. È qualcos’altro.
E, io, non lo voglio questo mare.
Non è più mio, non è più di nessuno. Non c’è la vita.
C’è solo la forma, informe di forme ricavate da altre forme, che non sono le forme del mare. Sarà strano, ma a me non sembra il mare quello che vedo. Fa lo stesso effetto di un triste lago. Perché il lago è triste? Il lago è nato prigioniero, e non può liberarsi. Ci sono laghi che sono inquietanti, oscuri. Una buca fra i boschi, le alte sponde, umidi, silenziosi. Non ci sono le onde, né le maree. Né le tempeste. Niente. Il lago aspetta. Aspetta che cosa? Che la superficie si sollevi e che uno sconvolgente, terribile cataclisma ne apra le sponde e liberi le acque. Il lago è il fermarsi del tempo sulle sue sponde. È il fermarsi della terra.
Sul lago la terra non gira intorno al sole.
Sulla riva del mare giungono sempre delle novità. Il mare trasporta, non è mai lo stesso e fa giungere echi, colori, odori, segni di altri mondi.
Sul lago, niente. E quello che è da millenni.
Lungo la spiaggia del mare, a primavera, si trova tutto ciò che l’universo ha travolto e trasportato. Sul lago che cosa si può trovare? Niente. Erbe, arbusti, rovi, pruni. Ma ci sono sempre stati, si trovano uguali anche in altri luoghi, e sempre ci saranno.
È triste il lago. È per questo che è il rifugio dei mostri. È il loro rifugio. Nel mare non potrebbero vivere immobili per millenni, in attesa della preda. Il lago non riceve la vita che cambia come le sponde del mare. Riceve acqua dai fiumi… fonte di vita in cammino, che lì termina in uno statico, sonnolente riposo. Il lago è immutato da quando la terra lo ha creato e ne ha costretto le acque fra le sue braccia possenti. Forse fu proprio la terra, nella sua grandiosa intelligenza, che a suo tempo volle punire quelle acque – e a noi è impedito sapere il perché – e le costrinse ad essere prigioniere.
Il lago non riceve niente, e niente dà. È il termine. Al lago ci si giunge e ci si siede per la fine, e si attende che l’universo decida qual è il destino che ci è riservato.
Questo mare mi dà, oggi, la stessa ansiosa sensazione di fine e di tristezza, di inquietudine e di gelo, di immobile tragica oscurità, e di pianto.
Sta scomparendo il mare della libertà, della felicità e della vita. Il mare dei segreti e dell’avventura, il mare che annuncia rinascita e chiama verso mondi e luoghi sconosciuti, verso nuove vite e nuove speranze, che ricorda che ogni giorno tutto ricomincia.
Dobbiamo catturarlo il mare, liberarlo da chi lotta rinchiuso in questo castello di egoismo e di menzogna, inseguirlo, ridargli la luce della sua sconfinata immortale presenza e illimitata bellezza; riportarlo da noi, e noi allontanarci e attendere che ci chiami, per i giorni che verranno e che non avranno fine.

Massimo Pacetti


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