«Auto da fe’» (1935), di Elias Canetti, letto da Dante Maffìa

canetti

È una delle rare volte che leggendo un romanzo sento le parole diventare uomini, sentimenti, sospiri, ansie, ferite, preoccupazioni, paure… Il suono corrisponde alla sostanza. Siamo ai livelli di Dante Alighieri, di Leone Tolstoj, siamo al cospetto di uno scrittore che sa incarnare nella parola la vita nel suo svolgersi, nel suo veicolarsi e nel suo farsi. Per ottenere ciò Elias Canetti adopera la chiarezza, non adombra, non ricopre, non abbellisce e non nasconde quel che vuole rappresentare, ciò che vuole farci incontrare e comprendere. Pane al pane e vino al vino, cioè pensieri coordinati sui fatti, su ciò che si vede e si sente e non sulle probabilità di un senso ambiguo, di una vaghezza che veleggia e non ferma la realtà. Realtà che ovviamente assume forma e tono diversi, che si spalanca in indicazioni sfuggenti o ferme in una loro necessità, che si pone fuori da qualsiasi schema proprio perché priva di ornamenti, di interpretazioni imposte, veicolate nella prassi.

Da dove cominciare? Dalla figura di Kien o da quella di Therese?. Da quella del bambino Metzger, dal nano, dal banco dei pegni? da “una testa senza mondo” o piuttosto da un mondo privo di testa e che tuttavia prosegue il suo viaggio con la consapevolezza che “le spinte occasionali e inattese danno agli uomini un indirizzo per la vita”? È il filosofo Mong  a dirlo e Canetti lo cita e con lui cita Kraus, Kafka, direi anche Sterne, Tasso… Eppure sembra che tutto scaturisca dallo sguardo e non dai pensieri, dalle rivelazioni che si aprono con naturalezza e dettano  le azioni, le meditazioni, i dialoghi. La vita è in agguato, proprio come la morte, come le abitudini, le ossessioni, la paranoia, il solco tracciato dallo scavo che tende a scoprire che cosa c’è dietro ogni cosa, dietro ogni  parola, dietro ogni parvenza.

Difficile, ma probabilmente anche inutile, fare una sorta di riassunto del libro, una sinossi che possa recitare la sequenza e lo sviluppo della trama. Canetti si serve di fuochi d’artificio per porre in essere la valanga di quel che ha in mente di svolgere e così si ha l’impressione di essere sballottati, messi sotto accusa, analizzati e setacciati nel profondo. Mister Kien in fondo è la lente d’ingrandimento di una situazione che ha invaso il mondo come le tenebre di notte, ed è dentro queste tenebre che bisogna trovare il senso del suo dettato pacato, ma feroce, illuminato ma senza veli, nel turbinare di un concerto che specchia la vita da ogni parte, da ogni anche lontano granello per coglierne l’essenza e la ragione,  il fine o la combustione. Anche il registro linguistico è in continuo divenire, surreale, satirico, solenne, filosofico, comico… e tuttavia nessuno nega l’altro e avviene una naturale incarnazione, l’uno porge la mano all’altro per ottenere che la diversità diventi trionfo del moto, dell’essere.

Kien è un sinologo famoso, egli vive immerso da mattina a sera nei libri, mangia, potremmo dire, attraverso le pagine che lo tengono in vita e lo fanno sentire essenziale. Ma essenziale a chi, se il mondo per lui non esiste? La vita è fuggita dalle sue carte, è lontana da lui che ha stabilito la sua dimora in una astrazione che gli sembra essenza umana, teologica e ontologica. Niente fiorisce nel suo cuore. È assente al divenire, assente all’amore, assente al mutamento, anche minimo. La sua fermezza, non se ne rende conto, è precarietà,  dilemma vuoto, ansia per un qualcosa che diventa nodo pesante privo di fermento. Quando la vita con Therese tenterà di aprire un varco in lui, non troverà che formalità, norma ammuffita, decoro e insipienza; non calore, non rapporto, non apertura di nessun genere. Qualche lettore ha sottolineato una certa prolissità in Auto da fe’, che esiste, ma non è mai fuori luogo, mai fuorviante o pretestuosa,  riesce addirittura a diventare affascinante e interessante perché i particolari non sono una semplice estrinsecazione o spiegazione del già detto, ma una ragione necessaria per non restare nel generico, nelle affermazioni fatte come se tutto fosse scontato e non avesse bisogno di sottolineature, di un minimo di focalizzazione.

Difficile, quasi impossibile, stabilire qual è il nucleo centrale e portante del romanzo. Canetti insiste sugli aspetti di Kien fino a farlo diventare una sorta di muro alto, spesso e indecifrabile che si oppone alla morte. Lo fa però dalla sua posizione di vuoto, di mancanza di vita, dal fondo d’un pozzo profondissimo che non vuole e non può più vedere la luce. Venticinquemila volumi ficcati nella testa con un ordine scansionato e chiaro non permettono al sinologo di entrare in contatto con la quotidianità, con gli altri, con l’umanità, con l’amore, e dunque tutto resta asfitticamente inchiodato all’“inessenza” di qualcosa che sfuma verso lo zero assoluto, verso la “nientificazione”, come a voler dire che alla fine la cultura, la verità della cultura, anche di quella più alta e particolare, non è una ricchezza, ma la cancellazione del dialogo, la repressione dell’esistere. Chi è esattamente Mister Kien? Che cosa vuole dalla vita? Che cosa pretende dalla morte? Perché mette otto anni ad accorgersi che deve fare un passo avanti e sposare Therese, anche se poi non servirà a nulla perché compie appena un atto formale privo di qualsiasi intento civile, umano, amoroso?

Ho sempre pensato che Auto da fe’ sia nato, nel progetto iniziale di Canetti, come opera di teatro, solo che la varietà delle rappresentazioni non gli ha permesso di attuarla; le diramazioni degli argomenti via via si sono moltiplicate e un profluvio di significati si sono fusi e confusi per ottenere la violazione del canone e stabilire invece l’apoteosi dell’irruenza, dell’approdo a una dialettica che nel mentre nega afferma in modo che tutto sia affidato ai punti di vista, cioè alle circostanze da cui si guarda, da cui si giudica, in cui si vive e si opera. Chi è Therese? E il nano? E che cosa rappresenta il fratello psichiatra? La resa, il riconoscimento della follia? A favore di chi? Momentaneamente la vita vince la battaglia, Therese s’insedia in casa e lui è costretto ad andare via. E qui la fantasia di Canetti si apre e si distende, dispiega le ali ai quattro punti cardinali e accende un sarcasmo che vìola il protocollo della logica per suturare la decadenza con il ridicolo, con la dignità sempre più inafferrabile, con il superfluo votato alla dimenticanza, all’azzeramento, alla morte intesa come cagna in calore che a tutti i costi vuole avere il vessillo della vittoria.

Da qualche parte ho letto di un Canetti colpito da sensi di colpa per essersi risposato pur continuando ad amare Veza. Sì, è Magris a raccontarlo, ma a me è parso che quei sensi di colpa siano il parabrezza di un’inquietudine torbida che non smette di agire perversamente per accecare le ragioni della logica e portare le soluzioni narrative verso una catarsi che solo apparentemente risolve e che invece intarsia di ferite il suo costato, lo fa sanguinare non avendo trovato nessun antidoto alla perdita perenne, alla determinazione che cancella ogni cosa addirittura con superbia, come un killer che sembra debba fare i conti con l’umanità tutta, da sempre. Insomma il combattimento di Canetti contro la morte appare costante e deciso, egli non accetta che il fiato vivo delle cose, degli uomini, venga spento e fagocitato da una mano indifferente che non bada a niente e distrugge tutto senza rimedio. Sarebbe molto interessante soffermarsi su ogni azione di Mister Kien, fino al finale che ha toni apocalittici e ci porta in una dimensione angosciante proprio perché l’impotenza, di fronte alla cieca megera che avanza, apre voragini di una vita che si perde e che vorrebbe resistere e opporsi.

Leggiamo:

Kien padroneggia il suo discorso. Di tanto in tanto i suoi pensieri divagano nel campo scientifico. Gli è ormai tanto vicino, con quanto ardore vorrebbe diffondersi e parlarne! La scienza è la sua patria. Ma ogni volta si riscuote: prima il dovere, dice a se stesso, il piacere quando sarai a casa: i libri ti aspettano, hai perduto molto tempo. La sua volontà piega tutte le strade costringendole a tornare al pavimento davanti allo scrittoio. Quando lo vede la sua faccia si rischiara, guarda la morte sorridendo: è un’immagine non un’allucinazione. Indugia con amore accanto a lei. Gli è difficile ricordare le caratteristiche delle persone vive, la sua memoria funziona solo di fronte ai libri… Il suo decesso … costituisce la definitiva redenzione dell’umanità atrocemente perseguitata.

Credo che non ci sia bisogno di alcun commento. Canetti, come sempre, è esplicito, ma mai scontato, e questo equilibrio è un miracolo di saggezza che s’incarna in una scrittura sostanziata da un fervore pacato che investe ragione e fantasia, dialettica e fede totale nelle ragioni della vita. Kien non è mai giudice, ma s’appaga del tributo che la vita gli regala senza che lui lo cerchi, senza che mai in lui avvenga il riconoscimento dell’essere in vita. Insomma, in ogni pagina di questo libro si creano e si disfano mondi; si suggella un patto ferreo con la vita per tenere lontana la morte; si fa la ricapitolazione dei valori e del senso del vivere e non si riconosce alcun diritto a chi vuole cancellare o accecare i valori, a cominciare dall’antichità. È «tutto dentro i libri, tutto nelle parole dei Saggi che seppero parlare con le Idee, che seppero mungere la pietà  e ricavarne regole per definire e allontanare il disastro della cancellazione totale».

Ma più mi addentro a parlare di Auto da fe’ e più comprendo che le diramazioni, anche se s’intersecano e si sviluppano, sono infinite; tanto che alla fine ho l’impressione d’essere diventato io stesso Mister Kien. Del resto Kien è, a un tempo, Don Chisciotte e Amleto, Monaldo Leopardi e Tommaso Campanella, Heidegger e Chaplin, in una fusione così perfetta, compatta e misurata da dare i brividi. Canetti sta dietro le quinte del suo teatro non per fare la regia, ma per assistere al complotto degli esseri umani contro la distruzione del bene supremo e cercare di ricavarne un farmaco capace di opporsi al disfacimento. Constatato che il farmaco, per quanto efficace, non ottiene gli effetti desiderati, rincara la sua dose di partecipazione allo sfacelo: forse assecondandolo riuscirà a strappare la sua ferocia, a renderla meno irruenta. Ma tutte le cose hanno il loro compito da svolgere e il fuoco non perdona quando sono i libri a “rinfuocarlo”:

Libri e libri si rovesciano dagli scaffali sul pavimento. Lui li trattiene con le sue lunghe braccia. In silenzio, perché non lo sentano da fuori, porta nell’atrio una pila dopo l’altra, e tutte insieme le accatasta contro la porta di ferro. E mentre  ancora lo spaventoso fracasso gli manda in frantumi il cervello costruisce con i libri una poderosa trincea… Gli scaffali gli spalancano in faccia occhiaie vuote… Sale fino al sesto gradino, sorveglia il fuoco e aspetta. Quando finalmente le fiamme lo raggiungono ride forte, come non ha mai riso in tutta la sua vita.

Muore coi libri, come un libro, forse pensando che “l’amore è una lebbra, una malattia che abbiamo ereditato dai protozoi”,  e che sicuramente la morte, nonostante si serva del fuoco, non potrà mai cancellare le lettere all’interno dei libri, dove è conservata la vita degli uomini, la perennità e il fluire della vita. Dunque l’incendio in Alessandria d’Egitto fu solo una dimostrazione agli uomini di tutti i tempi per dire loro che la vita è più forte della morte, anzi che grazie ai libri la morte non esiste.

Dante Maffìa

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