Edoardo Sanguineti: “Poetica e poesia di Guido Gozzano”

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Si conceda, infatti, che la poesia di Gozzano (di questo «pessimista senza tristezza», come disse la Guglielminetti) sia ricca di amore per le cose belle della vita, sia tracciata con un «pennello pieno di sole» (come vollero Pancrazi e Trompeo, con la pretesa di cogliere l’autentico Gozzano «dietro il velo crepuscolare»); è vero però, in primo luogo, che in Gozzano sempre agisce la malinconia delle cose perdute e la dolcezza dei fantasmi del sogno, che in Gozzano non resiste l’intensità viva delle “personae”, se non calcolata sopra le voci del tempo e della lontananza (…). L’onirico incantesimo del Tempo è appunto, nella poesia di Gozzano, l’anima vera delle sue “personae” come lo spirito vero dei suoi luoghi, e il trionfo del Tempo è poi il solo trionfo che la sua poesia sia in grado di celebrare.

Ma a voler finalmente storicizzare i calcoli tradizionali della critica psicologistica, il caso Gozzano potrebbe risolversi, in termini un poco paradossali e un poco ludici, nell’avventura singolarissima di un dannunzianesimo “rientrato”. Il problematico crepuscolarismo di Gozzano si spiega precisamente in questo delicato rapporto: nel rovesciamento che il poeta opera, con una attenzione appassionata e coerente, quale non seppe dimostrare forse nessun altro scrittore in quegli anni medesimi, della fiducia e dell’orgoglio dannunziano nella propria arte (e non per D’Annunzio soltanto «il verso è tutto»), sino a sfiorare una condizione apertamente parodica di discorso poetico. Quando Gozzano proclama la sua vergogna «d’essere un poeta», quando lamenta la sua «vita sterile di sogno», quando afferma l’eccellenza del «buon mercante inteso alla moneta», compie un movimento decisivo e irreversibile, nella storia della nostra cultura, al cominciamento del nostro secolo, movimento che trova un rapporto non esterno davvero e non casuale con l’«io non sono un poeta» di Corazzini e con il «son forse un poeta? no certo» di Palazzeschi.

Il nuovo secolo si inaugura precisamente nei termini di un gravissimo giuoco polemico, energico e violentemente distruttivo, che segna al tempo stesso il valore e i limiti di cosiffatte operazioni di poesia. Se la signorina Felicita vuole essere intesa in relazione con quelle «attrici e principesse» vanamente sognate da Totò Merùmeni (e possedute veramente, e liricamente celebrate, per contro, dal fastoso estetismo dannunziano), più largamente tutto Gozzano riesce di fatto incomprensibile al di fuori di un simile rapporto storico-polemico (…). È in questo cerchio breve che la sensibilità di Gozzano venne a trovarsi fatalmente conclusa: ma in questo cerchio breve egli segnava una crisi storica ed avviava veramente la nostra lirica alle dimensioni tipiche della problematica contemporanea (…) è decisa del pari la morte di un’idea della lirica, la fine di un’età della cultura, l’esaurirsi di tutta una civiltà delle lettere.

Edoardo Sanguineti
(da Guido Gozzano. Indagini e letture, Einaudi 1966)

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