“La nostalgia dell’infinito”, di Marco Onofrio, letto da Maria Teresa Armentano

Nell’Introduzione l’autore annuncia che questa antologia (Ensemble Edizioni, 2016, pp. 174, Euro 15) racchiude le poesie di un “itinerario poetico” che qui, però, risulta cronologicamente discontinuo, ed è così voluto proprio per accostare temi secondo un “tracciato ondulatorio”; ma forse, aggiungo io, per il lettore sarebbe preferibile seguire l’evoluzione del cammino poetico di Onofrio ordinatamente, per comprendere il mutamento e le trasformazioni del suo sentire. Leggendo l’insieme di poesie del 2002, tratte dal volume di esordio Squarci d’eliso, si comprende il perché del titolo.

La “nostalgia dell’infinito” è la dimensione di un cielo senza confini a cui aspira il poeta e che è ancora in nuce in questi primi versi. Nostalgia è parola greca in cui il ritorno è intriso del dolore nato dall’emozione di una condizione della mente appena intravista, come scrive l’autore in “Eppure”: il volo senza fine della mente / integralmente / nel misterioso cuore del silenzio, / dopotutto qualcosa / riuscirebbe a vedere, / forse. Quel qualcosa di indicibile che il poeta scorge appena come una scintilla di una luce incerta che sfugge, mentre nel profondo del cuore   si radica la parola “forse”. Tre anni dopo, con Autologia, c’è un salto, nel senso che i versi assumono un ritmo più ampio e disteso e si fa strada una convinzione; il sentirsi nulla si confonde con la vita, sebbene confinata nel vuoto di un amore finito, di una privazione di senso, che si esprime con completezza nell’Inedito dal titolo “Disincanto”: Provai a vivere: / la vita amaramente mi respinse. / (…) Dallo specchietto rotto del mio sguardo / bagliori fuggitivi di una luce. / Ma io passo, attraverso le nuvole/ col mio procedere unico e diverso / sghembo, inesorabile, deluso…

Con D’istruzioni (2006) siamo ancora nel solco cronologico del viaggio intrapreso dal poeta che non chiude il cerchio iniziale: rimane aperta la domanda di sempre, espressa in “Esistere”: che cosa siamo? Se in Squarci d’eliso la risposta guardava al cielo, in D’istruzioni guarda all’abisso che è dentro di noi, tanto che il poeta sente la necessità di intercalare due poesie inedite di anni precedenti, entrambe intitolate “Essere”, che sono perfettamente in linea con le velate risposte di una lirica senza titolo: Colui solo può conoscere di luce / quel che torna dal profondo / per l’oscurità. / (…) Il giorno sfolgorante è nella notte / che lievitando cova la sua alba / nell’abisso, dentro il mare. E il ritorno si compie ed ha un senso in solo due poesie tratte da Antebe. Romanzo d’amore in versi in cui si adombra solo nel ricordo-rimpianto la figura evanescente di una donna senza forme e senza volto. Appena accennato il tema dell’amore, in questa antologia, e certo non dell’amore che è tripudio e gioia dei sensi ma solo un passaggio a un amore universale, tramite per tornare nuovamente al tema preferito: la luce che lotta contro il buio e la notte che, nella raccolta È giorno, trova il suo compimento. Sempre più forte l’anelito del poeta verso il cielo e l’Infinito, verso un Assoluto che è amore per il mistero, il creato e l’armonia divina che si percepisce appena, e se si guarda dentro sé si ritrova nella vita misteriosa del cuore: Tutto vibra palpita respira / in ferma compiutezza / in armonia. / È la divina, mistica euritmia. (“Alba”)

Nella seconda parte del libro, più vicina all’oggi, preponderanti sono le liriche di Ora è altrove che si alternano a inediti intorno al tema del mare e di ciò che rappresenta, nella bellezza di superficie e nel mistero delle sue profondità. Al mare sono legati il mito e il ritorno, in questo caso a se stessi, alla propria interiorità, che Onofrio ricerca nel respiro delle onde. Indosso il suo vestito d’acqua e sale: / è un saio di freschezza nella luce. (“Come l’onda”). E ritornano le nuvole, presenti nelle liriche all’inizio del percorso, in “Ai bordi delle nuvole”. Ora non sono più evanescenti giochi del cielo ma strumenti di un invisibile che si sente vicino: ai bordi delle nuvole i sentieri / le strade che cominciano nel vuoto / e sfumano nel vento… // Io vedo l’invisibile / io sento. Il cammino di Marco Onofrio diventa più arduo nell’avvicinarsi al mistero, al palpito di una natura che lo attrae e lo confonde per la sua bellezza, che lo affascina e lo conduce in un fasciante silenzio alla scoperta del proprio Io. E m’ incanto / dinanzi a una bellezza / così grande da comprendere / così tremenda da sostenere. (“Incanto”) 

C’è nelle più recenti opere di questo poeta una ricerca assillante che attraversa anche il ritmo interno dei versi, lo rende nella ricerca delle assonanze più morbido e nello stesso tempo più stridente con le parole sconvolgenti che ne trasfigurano il senso. La parola dice come una folgore e poi nel suono ammorbidisce l’immagine angosciante evocata in una continua contrapposizione tra affermazione della bellezza del cielo e negazione della bellezza come vuoto eterno che assorbirà ogni tentativo di esistere. Nelle poesie degli anni 2013-2015, sia inedite sia nel testo Ai bordi di un quadrato senza lati, riappaiono tutti gli interrogativi: Riuscirò, un giorno / a volare in carne e ossa / senza ali? A tuffarmi / nell’immensità? si chiede il poeta, e trova una risposta seducente anche se incerta: afferrarsi al mondo, riscoprire in sé quell’immensità che lo lega al creato, il vuoto che si sostanzia di quel che dentro di noi cresce e lo annulla e consente di dimenticare tutto e rinascere finito ma libero. Dopo i due personaggi, Edipo e Amleto, segnati dal dubbio e dall’assenza di sé, scelti come emblemi dell’essere in conflitto col non essere, l’autore sceglie come inizio di un nuovo ciclo Icaro, e in un bellissimo Inedito lo celebra come l’uomo che sfida il mistero. Navigherò nel vuoto oceanico / per conquistare i segreti più remoti / dello spazio / i luoghi più nascosti / del mistero. Ritornano due parole, Nostalgia e Infinito, a chiudere il ciclo iniziato con il titolo dell’Antologia; ora, compiuto il cammino, il buio e l’abisso vengono sconfitti, assumono senso non più negativo perché la fine si congiunge a un nuovo inizio. L’invisibile ritorna e anche il tempo corruttore diventa una variabile se sulla carta resta la parola che diventa scrittura della vita e del mondo, la dimensione di immortalità del poeta.

Maria Teresa Armentano

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