“Sette respiri sul fondo del pozzo”, di Marco Mitidieri, letto da Maria Teresa Armentano

Visioni, allucinazioni. Un sipario strappato oltre il quale si cela uno spazio misterioso. Dallo strappo Marco Mitidieri vede il mondo capovolto, la bellezza deteriorata di un cielo in disfacimento che si specchia rovesciato nelle assurdità di un’umanità stravolta. Sono le prime riflessioni che la lettura di questo libro di racconti (Sette respiri sul fondo del pozzo, Albatros Il Filo, 2020, pp. 162, Euro 13,90), scritto in una prosa densa e suggestiva nella sua sintesi, mi suggerisce. Marco Mitidieri è un giovane scrittore ma in questo testo mostra la sapienza di un uomo senza età e senza tempo, non la sapienza di un vecchio saggio che ha  vissuto le sue angosce e le ha superate ma quella di chi ancora è dentro i deliri e gli incubi  di una realtà alterata e sconcertante.

Il titolo comprende tre parole che sono simboliche per la scrittura dell’autore: sette, respiri, pozzo. Sette è un segno di pienezza e perfezione che si rifà al sacro e ai Salmi biblici, ma non credo l’autore voglia solo riferirlo a questo, bensì al mistero che il numero sette racchiude in sé. E poi il respiro, soffio  vitale, come il flatus o spiritus degli antichi poeti latini, per citarne solo uno: Lucrezio nel primo libro del De rerum naturaInno a Venere, ma il respiro viene dal fondo di un pozzo che può apparire come una cavità misteriosa, ispiratrice di sogni angoscianti. Quasi a dispetto del titolo, si ritrova in brevi brani, ricchissimi di belle immagini, il ricordo del passato, del vicolo che si abbandona solo fisicamente, gli odori del tempo autunnale o invernale, le figure che popolano il mondo familiare. La madre al balcone fiorito, la nonna dietro la finestrella, tutto quanto appartiene al cuore che allontana ogni malinconia e ci riporta al centro del sogno, rivolto a un mondo dove la poesia, la musica e la bellezza dei pensieri diventano interlocutori dialoganti, compagni della nostra mente. Proseguendo nella lettura anche il lettore, come l’autore, rincorre visioni stranianti  e ossessive in cui la cifra principale è però la bellezza della natura e del paesaggio che s’insinua tra le percezioni  terrificanti senza nessun potere rasserenante.  Sono le memorie e i ricordi che riescono a dissipare la greve e pesante atmosfera dello sfacelo di una realtà che si dissolve come nel racconto Luce bianca, dove l’immagine onirica è legata al raggio di sole che dissipa le tenebre e conferma l’esistenza dell’invisibile dentro di noi. Come nel bellissimo Amanti primordiali, dove la descrizione del pianeta agli albori della vita  si intreccia con la scoperta dell’amore: “Una cometa illumina il cielo, il ruscello e lì da un po’ , non da sempre. Il vento narra la tempesta nei cumuli di nuvole mentre i corpi dei primi amanti si disperdono dietro i cristalli della cascata scomparendo tra il muschio e la roccia.”

E così in Isola e in Tramonto, due narrazioni dove la presenza  rasserenante della natura si trasforma in angoscia rivelatrice della tragicità dell’esistenza.

È ormai il tramonto. La luce vermiglia invade ogni angolo selvaggio e i fiori e le piante ingrossano di stupore lo stelo lacrimevole”.

“Sto facendo questo viaggio verso la spiaggia e il sole enorme, infuocato, illumina le onde che battono sugli scogli”.

C’è spesso in questi racconti una fusione tra fantasia e richiamo alla realtà, e questo rievoca  una  situazione che in qualche modo annulla le crudeltà innate nell’essere umano, l’indifferenza di sguardi persi nel vuoto e l’egoismo che fa camminare diritti per la propria strada senza guardare oltre le siepi curate delle ville ben allineate ai lati della strada della perfetta città immaginaria, come Candy’s ville. Esiste anche l’altra faccia della città dove, prima della violenza, la serenità, seppure guadagnata con fatica, era abitudine quotidiana. Ciò che è reale in Marco Mitidieri diventa nell’immediato immagine fantastica che nega quella realtà, e nella negazione c’è la contraddizione del suo sentire il mondo contemporaneamente rotondo ma di una rotondità imperfetta. L’imperfezione dell’agire genera l’angoscia e il turbamento; tutto  ritrova un suo ordine nell’universo fantastico dello scrittore, perché è lì che anche l’inquietudine  trova il suo spazio e il suo scorrere nel flusso della vita. Ad esempio in Esserci: “Gli alberi!… Quanta magnificenza nella natura, che flussi di luce pura e profonda, secolare. Infinita. Un suono improvviso attirò la sua attenzione. Era il verso di un airone che accompagnava il suo imperioso e armonico battere d’ali. I suoi occhi seguirono il volatile e la striscia d’azzurro cielo che sgorgava dalla coda scura”.

Alla fine del lungo cammino, che si snoda in racconti di diversa lunghezza, la scrittura riprende il lento ritmo della narrazione e offre al lettore la possibilità di soffermarsi sui particolari della descrizione che amplifica i battiti del cuore, e anche i pensieri conquistano il respiro e risalgono dal fondo del pozzo. Negli ultimi racconti, dove la scrittura diventa quasi poetica in certi passaggi e dove il lettore ritrova il senso di un’umanità profonda, che si contrappone alla violenza del reale con il ritorno al passato, l’autore scrive, in Ricordi silenziosi: “Un suono, un odore, un paesaggio, uno scorcio che crediamo di non aver mai visto eppure ci appare così familiare, ci stravolge con l’intensità di un frammento di vita vissuta.” Ma la speranza è solo una parola che  trova  molti limiti nei testi di Marco Mitidieri. Scrive in Dentro e fuori: “L’uomo è un progetto gettato, composto da innumerevoli identità che restano in attesa della loro realizzazione”… Tuttavia nel suo libro, dove il filo conduttore è  l’atmosfera inquietante e il tema predominante non esiste perché i fatti, i sogni e le deformazioni ossessive della mente si compongono e si scompongono di continuo, il lettore cammina a ritroso per ritrovare il senso di sé nelle memorie e nei ricordi. Ciò che prevale è l’uomo con le sue mille incoerenze irrazionali, con le sue incertezze e i suoi segreti che non restano sepolti nel fondo del pozzo, restituiti alla luce dalla forza  trainante della scrittura.

Maria Teresa Armentano

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