“Il suicidio, lo stupro e altre notizie”, di Dante Maffìa, letto da Mina Beer

Siamo abituati alle sfuriate di Dante Maffia, alla sua irriverenza per i luoghi comuni, alla sua irruenza e al suo comportamento anomalo quando scrive, ma questa volta credo che abbia avuto una vera e propria svolta, abbia preso un passo diverso cercando di scoprire che cosa si nasconde dietro la quotidianità, dietro le apparenze, le regole e il perbenismo. Già il titolo mette in allarme. Si badi, il titolo d’un libro di poesia: Il suicidio, lo stupro e altre notizie (Torino, Whitefly Press, 2020, pp. 224, Euro 18) che sembra più il titolo d’un volume di saggistica ed è invece la sfida aperta che vuole acciuffare nella notizia la poesia, quel senso recondito dell’anima che dovrebbe farci intendere la verità e il senso vero di due avvenimenti, notizie a parte, che sconvolgono sempre, come il suicidio e lo… stupro. Maffia però non analizza secondo schemi sociologici o politici, entra nella vastità dell’angoscia, cerca di penetrare il segreto che sta in agguato dietro la notizia e ricavarne indicazioni che possano illuminare davvero i gesti compiuti o subiti.

Una sfida immensa, che hanno fatto in pochi, ma conosciamo la “presunzione” del poeta, il suo voler emulare l’omonimo Dante, il suo mito Foscolo, l’altro mito Garcia Lorca, e quindi acconsentiamo a seguirlo per la foresta intricata dei simboli sparsi a piene mani in ogni pagina, non per non citare Baudelaire, altro suo nume che gli fece intitolare un libro, anni fa, Caro Baudelaire. Con irruenza, tuttavia mai scomposta, egli esamina l’anima di Genoveffa che “sorride / ai ragni, / ne mangia qualcuno / sputa disgustata / ringhia / muggisce / ruggisce. / Alle nove la sera legge da un libro / di autore anonimo. / Legge al melo / il suo strazio erotico / la sua estasi masturbatoria / bleffa con le mutandine / il rosa delle bambole / pudore catartico / disarticolato”.

Un disseminare immagini, romperle, spedirle in un angolo dell’anima per poi coagularle nel ripostiglio delle sue aspettative che si arenano  “su un imbuto ricamato / di polline di sangue / margheritine bianche. / il bianco subdolo delle attrazioni . /L’irrimediabile sfasatura che ingorga la mente…”. Il tutto è detto con una sintassi che si rompe e si sfalda, si ammorbidisce, si impenna, scantona, s’ingorga e diluisce l’impatto in sensazioni spesso orripilanti, più spesso disorganicamente risolte in poesia alta e magmatica, che fa scintille in ogni parola.

Lo stesso accade per Adelaide che viene stuprata: “Siano dunque i cani a sperperare, / a rendere la nebbia un dono, / un grido onesto che si apre a ventaglio / e raggiunge tutti gli emisferi. // Non ho più parole/ io / di poeta / non ho più immagini e cuore / ma uno squarcio nella nuca / un punto d’orientamento / per il battesimo finale”. Un Maffia così non l’avevamo mai letto. C’è un turbinare di situazioni e di impennate che sconvolgono; c’è un andirivieni di circostanze che si accavallano, si elidono, si scontrano e non trovano pace, non trovano logica. Da qui la freschezza espressiva che non si preoccupa di sintassi e di grammatica, ma cerca affannosamente le coordinate che possano creare una parvenza, almeno una parvenza, di logica per le azioni commesse. Di conseguenza le “altre notizie”, proprio per ribadire che è dalle notizie che bisogna ricavare il frutto di una indagine che possa in qualche modo farci intendere che cosa bolle nell’animo umano, che cosa spinge alla follia, al guasto, alla dispersione della ragione e del senso comune.

È una grande sfida questa che Maffia ha voluto fare, innanzi tutto con se stesso. Perché egli è sempre stato un poeta che ha affondato le sue radici nei classici, nella loro profondità e nella loro compostezza. Ma gli argomenti questa volta sono troppo lividi, troppo intrisi di cattiveria e perfino di sangue e allora bisognava, come egli ha fatto, entrare nell’agone senza remore, senza preoccuparsi di restare ligio alla logica apparente. Infatti spesso le sue parole sono grida, singhiozzi, lamenti, accensioni di qualcosa di forsennato che vorrebbe giungere fino alle stelle per capire, conoscere, sapere che cosa determina la caduta a picco nelle disfunzioni mentali, nei comportamenti degli uomini. Un libro di questa incandescenza è illuminante e necessario e mi piacerebbe che lo leggessero soprattutto medici psichiatri, psicologi, sociologi, politici per rendersi conto che dietro avvenimenti che si consumano nel pianto e nella indifferenza ci sono infiniti sfaceli, cadute a picco nell’immondizia umana. Solo conoscendo si può intervenire; soltanto entrando nella psiche di Genoveffa e di Adelaide si può comprendere che i guasti a volte sembrano azioni innocenti che bisognerebbe pesare e non accettare supinamente. Verrebbe da fare mille esempi, la poesia potrebbe servire anche alla scienza, ma sappiamo come vanno le cose e sappiamo che spesso ancora il poeta è considerato svampito, assente alla realtà, privo si senso critico! Purtroppo.

Io dico che Il suicidio, lo stupro e altre notizie dovrebbero leggerlo in tanti e farne tesoro anche per i comportamenti quotidiani. Maffia è riuscito ad allargare il fuoco su argomenti in cui già il fuoco scintillava. Ciò significa che la poesia può diventare, se è veramente poesia, un viatico da tenere in conto anche per le cose pratiche. Una spinta a scandagliare il senso dell’amore e della vita, per ricavarne indicazioni e suggerimenti e vivere, di conseguenza, la vita e l’amore con maggiore intensità e maggiore consapevolezza.

Mina Beer

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