L’estetica di Benedetto Croce. Capisaldi e svolgimenti, di Marco Onofrio

Benedetto-croce

L’inizio del “secolo breve” per la cultura italiana è segnato dalla fondazione dell’estetica di Benedetto Croce, autore delle “Tesi di un’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale” che il giovane e instancabile studioso sviluppa in una memoria letta all’Accademia pontaniana di Napoli (1900), poi ampliata e raccolta in volume nel 1902. L’Estetica rappresenta il primo stadio del suo sistema filosofico in costruzione, che nasce dall’esigenza di oltrepassare le strettoie del determinismo positivistico per cogliere l’unità dello spirito umano – considerato nella sua sfuggente e irriducibile complessità – attraverso lo studio di alcune esperienze costitutive, ravvisabili in quattro momenti “eterni”: estetico, logico, morale, economico, ovvero il bello, il vero, il bene, l’utile. Ripercorriamo la genesi di questa acquisizione, grazie a cui Croce conquisterà e manterrà per decenni una posizione di assoluta preminenza.

Le numerose e dottissime ricerche d’archivio – soprattutto sulla storia napoletana – con cui Croce nutre la sua volontà di conoscenza enciclopedica, fugando temporaneamente le ombre di una angoscia esistenziale che lo perseguita dalla tragedia del terremoto di Casamicciola (1883) in cui ha perso i genitori e la sorella, e da cui è uscito vivo per miracolo, lo spingono a impulsi di “involontario filosofante” in virtù dei quali comincia timidamente ad affrontare questioni di etica ed estetica. L’erudizione fine a sé stessa, difatti, non può bastare ad appagarlo. Allora sente la necessità di aggiungere alla conoscenza del fatto culturale la sua coscienza. E si chiede: cos’è l’attività storiografica? Altrimenti detto: perché si studia la storia? La storiografia viene inizialmente “ridotta sotto il concetto generale dell’arte” (1893), cioè portata entro la sfera della conoscenza individuale, per cui si traduce in riflessione storiografica, e poi anche in storia della teoria storiografica. Questi passaggi risultano fondamentali per l’isolamento successivo del problema estetico, che avviene ne “La critica letteraria” (1894). Nel frattempo Croce rilegge De Sanctis, da cui estrae la nozione di “forma” e la interpreta kantianamente come “sintesi a priori”. L’arte va precisandosi come distinta dalla storia, poiché anteriore a ogni giudizio. L’arte rientra nella sfera conoscitiva come intuizione, ma è un’intuizione pura, dotata di inizialità assoluta, anteriore quindi alla percezione (che è già “giudizio”). Essendo del tutto iniziale, l’arte non è “intuizione + espressione” ma “intuizione = espressione”, per cui contenuto e forma coincidono in unità indissolubile, e solo la loro unità può qualificarsi come “artistica”. Non è del resto concepibile un’intuizione senza espressione. È intuizione in quanto già estrinsecata, almeno nella mente. In realtà non si conoscono altro che intuizioni espresse: un pensiero non è tale se non in quanto formulato a parole. Se a una poesia, per esempio, si tolgono metro, ritmo e parole, non ne resta nulla: con la forma svanisce anche il contenuto, e viceversa. Ciò accade perché l’arte è fatta di linguaggio, e il linguaggio per Croce non è strumento di comunicazione che si adegua dall’esterno a una realtà che lo precede, ma creazione poetica della realtà. Il linguaggio è “anteriore” come l’intuizione: coincide col pensiero stesso. Ecco perché Croce parla di estetica come “linguistica generale”. Il linguaggio è più vicino alla poesia che alla logica; per questo non c’è nessun abisso tra il linguaggio quotidiano e quello poetico: l’uomo comune può parlare come il poeta, e il poeta esserlo pur parlando come l’uomo comune. La vera bellezza, anzi, non è mai “ornata” o carica di orpelli, bensì sempre naturale e appropriata, spoglia di elementi estrinseci, cioè: vestita e risplendente di sé medesima. Coincide con l’espressione completa e compiuta della sua intuizione. Riassume mirabilmente Giulio Ferroni: «L’arte è “intuizione” fantastica che si dà immediatamente come “espressione”: è modo tutto individuale e circostanziato, in cui il linguaggio si manifesta in una purezza estranea a ogni funzione comunicativa. La prospettiva di Croce mira qui a vedere nell’arte (e in primo luogo nella poesia) una forma assoluta, un modo di creazione precedente allo sviluppo della razionalità, libero dai condizionamenti della realtà e della storia: nell’arte vengono a identificarsi individualità, espressione, intuizione, linguaggio, rappresentazione. Nel definire questa forza primigenia, Croce procede con un vero e proprio estremismo teorico, riducendo e negando il valore di tutti gli aspetti concreti, tecnici, storici, pratici dell’arte; la sua teoria giudica essenziale solo la forza interna e originaria da cui l’arte scaturisce e finisce per ritenere irrilevante il suo stesso tradursi in manifestazioni concrete, in forme tecniche specifiche».

L’esperienza estetica rappresenta vichianamente la prima forma del rapporto dello spirito con il mondo, il livello più originario della conoscenza. È dalle radici aurorali del pensiero e del linguaggio che emerge l’intuizione pura (o lirica) della visione artistica, che è perfetta incarnazione di uno stato d’animo e sua immediata espressione, rappresenta cioè un sentimento che splende tutto e solo per quella visione, giacché ne costituisce l’intrinseco principio vitale, l’alito che la rende autentica, il principio-motore che la spinge a manifestarsi. Croce insomma rivendica il carattere alogico dell’arte, per separarla dalle dottrine concettualistiche che tendono a spiegarla volta a volta come filosofia, religione, morale, scienza, matematica, storia, etc. L’autonomia dell’arte la distingue per ciò stesso da un atto utilitario o edonistico, o dalla conoscenza concettuale (il giudizio viene dopo), o – tanto più – dalle abominevoli tendenze didascaliche che le impongono di contenere un “messaggio”, e indirizzare al bene, correggere i costumi, contribuire alla crescita civile, etc. L’unica morale cui deve obbedire l’artista è quella dell’arte stessa, che va considerata come una missione ed esercitata come un sacerdozio. L’estetica crociana implica anche la negazione della pluralità delle arti, dei generi e degli stili. Ogni opera d’arte è una “creatura” viva, unica e incomparabile come l’intuizione in cui si è espressa. La legge dell’opera non è quella del genere in cui si può estrinsecamente collocare, ma quella che vige nella sua propria individualità. Il numero delle intuizioni esprimibili è potenzialmente infinito e impossibile da ridurre in un casellario di generi o classi. Esiste un solo genere: l’arte stessa, che è arte o non lo è, e se lo è contempla una quantità innumerevole di opere, ciascuna originale, irripetibile, intraducibile (Croce infatti sostiene che la traduzione di un libro non è mai sostitutiva dell’originale).

Nel 1903 l’inesauribile “Leviatano dello scibile” (come lo definì il Labriola) dà vita a “La Critica”, la rivista culturale dove avvengono le prime applicazioni della sua estetica, con i saggi poi confluiti in “Letteratura della nuova Italia” (1914-15). La volgarizzazione e la semplificazione del pensiero crociano, conseguenti al rapido successo ottenuto dalle sue idee, portano al cosiddetto “crocianesimo” degli epigoni, caratterizzato da un dogmatismo più accentuato ed estremo dello stesso iniziatore. Croce non manca di ironizzare sull’avulsione della sua estetica dal sistema della Filosofia dello Spirito, e sulla sua applicazione isolata e meccanicistica: non si tratta di un “metodo” estraibile dal contesto che lo ha generato. Inoltre il dogmatismo, nonché improprio, pregiudica a priori l’efficacia e la ricezione degli svolgimenti ulteriori. L’estremismo teorico degli inizi, infatti, si scioglie nelle successive aperture, con cui Croce acquisisce nozioni nuove come ad esempio la liricità (nella conferenza tenuta ad Heidelberg nel 1908, dal titolo “L’intuizione pura e il carattere lirico dell’arte”) e la cosmicità (nel saggio “Il carattere di totalità dell’esperienza estetica”, 1918) che riaffermano la realtà come unità spirituale dove nulla si perde e tutto è eterno ricorso ed eterno possesso, e l’arte come sintesi totale dell’esperienza umana, eco e compendio dell’uomo intero nel circolo infinito dello spirito. Al problema della storicità, incompatibile con la sua estetica idealistica, concede qualche cedimento tardivo, alla metà degli anni ’30, allorché – pur continuando a negare la possibilità di una storia della poesia – ammette la legittimità di una storia della “letteratura”, intendendo con essa tutto quel sistema di tecniche, convenzioni e istituzioni “al di qua” delle atemporali, ineffabili, folgoranti “intuizioni pure” che permeano e muovono l’espressione poetica. Al netto delle sue innegabili suggestioni, l’estetica crociana difetta proprio di storicismo (volutamente aliena com’è dalla genesi concreta dei testi, dai dati biografici e geo-storici, dai condizionamenti ideologici, dalla destinazione e dalla ricezione sociale della cultura, e viceversa tutta finalizzata al giudizio di valore, cioè alla distinzione censoria tra “poesia” e “non poesia”), e ciò la rende intrinsecamente classicistica, dunque poco attuale e difficilmente adattabile alla tumultuosa e disarmonica complessità del mondo contemporaneo. Tanto più che già lo era, per molti versi, ai tempi di Croce, allorché egli si dimostrava costituzionalmente inadatto a comprendere gli autori della “nuova Italia”, rei di aver turbato la “sanità” carducciana con la degenerazione morale della “malattia” decadente; da cui i giudizi fortemente limitativi, fra gli altri, su d’Annunzio (definito “dilettante di sensazioni”) e Pascoli (tacciato di velleitarismo e denigrato finanche all’insolenza).

Marco Onofrio

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