Luigi D’Alessio: “Lettera a Paloma e Blanca”

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LETTERA A PALOMA E BLANCA

Essere io sedici anni,
voi da un secolo
li avete trascorsi.
.
.
.
Lo sapete. Al telefonare,
mi piace scrivervi. E oggi
senza distinzione del due,
siete in me con parole tangibili.

Conoscete la ragione romantica
che attuo nello scrivere. È
l’evocazione, perché domani
con questa lettera
i ricordi siano toccabili.

La comprensione sentimentale
fu fulminante, quando
per la prima volta tre le mani
ho avuto un plico epistolare,
tenuto da un nastro rosa,
col nodo ricomponibile
dalla lisa stiratura del tempo.

È il senso di lasciare
una dote di ricordi,
dove rifugiarvi quando non c’è rifugio.
E non vi saranno immagini sovrastanti,
piccole necessarie frasi
trasmesse dall’etere; nulla più,
rispetto al ripercorrere una lettera.
Il ricordo tra le mani. Come Emily,
ogni tanto saliva in soffitta,
apriva il baule per lenirsi
con una sua poesia scritta
su bustine di tè.

Soffermarsi sul francobollo.
Come me.
Odoravo la carta di violetta
di quel plico, al verde dell’inchiostro.

Paloma eccomi solo con te.

Qui e sei nella immediata,
tangibilità del sentimento.

Eppure ti scrivo da lontano:
espressione evocativa che mi piace;
al solo pensarla mi dà la necessità
del desiderio bisognoso:
vincere lo spazio e il tempo
per essere da te, lì.

Nel più distante degli avverbi.

Non è Einstein a sostenere
che il tempo è uno spazio?

Sono qui che scrivo,
ma non è il mio qui.
È il “qui” in cui, e da cui,
stai leggendo.

Blanca, lo sai,
ho sempre vissuto il tempo
teorizzandolo e interiorizzandolo
rispetto all’Io. E quando ho cercato
di dominarlo, o l’ho subito,
mi sono ritrovato in me
una molteplicità dell’Io. Ognuno
con la propria funzione sentimentale,
rammaricante, mnemonica, obliterativa,
in una condizione di essere “un Io”.

Invece in questa quarantena,
ho scoperto che l’Io
è Io collettivo:
la mia interiorità è stata
sottoposta a un un crudo dovere
sociale e istituzionale,
in piena indipendenza
da ogni autonomia di me.

Se prima la morte poteva
essere un “concetto”, e la vita
l’atto biologico, la condizione
del respirare senza alcuna volontà
e consapevolezza del farlo,
nel solco di un istante
mi sono sentito spossessato
dall’Io… in qualche parte…
il cuore è stato organo cardiaco.

Eppure questo tempo
ha imposto come non mai
lo scopo di non perire:
mi sono domato alla distinzione
tra Bios e Zoé, per sottrarmi
al comparativo con la morte:

la virulenza del tempo,
la vita biologica che ci ospita
è stata sottomessa
a un misterioso ordine della Natura;
dominata al comando minaccioso
di una crudeltà del Caso:
mi ha colpito ovunque possa
agire l’immaginazione.
Come una mosca
inconsapevole contro un vetro.
Con Damocle che mi osservava
non appena davo inizio
alla nostalgia del futuro.

Paloma,
ho avvertito l’aiuto di un’ancestralità.
Da istintiva è diventata razionale,
quasi per un fine della sopravvivenza.
Da cui ho fortemente sentito il bisogno
di possedere l’inconscio.

Pur se è esso a possederci,
l’idea consapevole che esso
viva in me, custode di una vita
a me ignara, misteriosa.
Comunque in un dove sono e agisco.

Una casa. Con l’arredamento di oblii.
Memorie sconosciute. E Voi
rispettose della memoria, che la mente
con voi vuole costruire.

Pensare che in me tu esisti,
indipendente da ogni volontà,
mi ha tolto dalla solitudine del presente, e
insieme mi ha fatto stare nel presente,
controllando ogni gesto inconscio:
banalità di un dito sulle labbra,
la mano agli occhi, il toccare
una maniglia pubblica:
prima erano azioni
autonome dalla consapevolezza,
come appunto il respirare.
Ora invece un ignaro gesto
non controllato sarebbe stato
l’agire mortale.

Blanca, dirai Me gusta
lo que me escribes.

Ma anticipo la tua espressione
di beethoviana razionalità.
Strano dirai.

Lo so, strano: L’inconscio,
questo induttore del vivere,
grazie al puro sapere che esiste
e io in esso, mi ha fatto essere
nella pienezza della declinazione
di un verbo, coi suoi modi e tempi,
e l’orribile participio.

È stato così.
Einstein, dice che la distinzione
tra passato, presente e futuro
è solo un’illusione
ostinatamente persistente,
dove il tempo è puro ordine numerico,
cui dare nome a un evento.

Bene.

Noi tre, Paloma. Forse una bellezza
anche corrispondente
a milioni di donne e uomini. Ma noi tre.
Due donne da due grembi,
che prima ospitarono in un giro solare
il seme generatore di Padre e Autorità…
e oggi…

Oggi il piccolo salto anagrafico,
che tra me e voi
non colma una generazione,
ci rende coetanei. E di più, se solo penso
di avere più anni di mio padre:
ora in qualche parte dell’Universo
o alla terra guardare l’erba
dalla parte delle radici.

Blanca, mi sopravviverai sulla Terra,
nella sintesi più terrena sarò
biologicamente immortale, e tu
Paloma, lo so, scaverai fino al muro,
nonostante ti abbia insegnato
l’inutilità di romperti le unghie,
per vedere da lì il passaggio di Enea.

Amore mio,
siamo un groviglio di complessità,
tra Io, Es, Super-Io, consapevolezza
del Sé, e inconscio come denominatore
del tutto accaduto.

In cui ci arrabattiamo, Paloma.

Blanca,
non osservarlo
come un arrangiato verbo.

Fu quello cui appartenni
quando feci l’amore
senza sapere cosa fosse,
se non un’imitazione
di un facile atto della natura,
per la precocità di essa in me.
Inconsapevole,
che una parte organica di me,
una nebulosa contenente
la trasmissione di una immortalità,
vi avrebbe fatto nascere,

sin hacer el amor
con el su pensamiento
y personalidad della donna
su cui vivevo la fugacità
dei miei anni.

E se penso
che venire al mondo
sta a due che fanno l’amore,
uno col pensiero dell’altra,
l’altra con l’intelligenza di lui,
mi cala la palpebra del rammarico.

Eppure, nel sottostare alla sorte del Caso,
sono stato dal Caso colpito al cuore:
solo dopo la vostra nascita,
io vi ho voluto.

Non prima. Non potevo conoscere
il Disegno, non mi avevano insegnato
la prospettiva, né sapevo guardare
dall’alto la piantina della realtà.
Solo dopo vi ho preferito
al mio stesso Io.

Fu d’un colpo: decenni in me,
che un istante prima non avevo
e un istante dopo ne ero colmo,
tanto da nascere anch’io dentro me
alla Volontà di scegliere voi.

E vi ho scelte. E
avete fortemente voluto
la comunità dell’Io.

Blanca, eccomi alla voglia
desiderosa di questa comunità
che solo la scrittura
nella sua purezza può annettere.
E trasmettervi.

Jean-Bertrand Pontalis,
l’amico di cui a lungo vi parlavo,
chiamava l’inconscio
Questo Tempo Che Non Passa.
Dunque l’inconscio non è
che lo Spazio in cui è sempre “ora”
per voi in me.

Paloma, la più potente scoperta
in questo tempo pestifero,
è stata più che mai la coscienza
di possedere un inconscio,
dove vivete voi.

E so che l’inconscio
mi ha fatto volare
in scongiurate possibili fantasie,
senza negoziato
con la regola dell’interiorità:
se mi fossi ammalato,
con l’encefalogramma piatto,
io sarei stato sicuro di vivere
oltre la mente. Nell’inconscio
che ho amato. Perché lì
sareste state per sempre voi.
Nella bellezza della perdita
di ogni cognizione di me.
Amato dagli Dei, per poter affidare
a voi la mia morte.

Luigi D’Alessio

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