“L’ultimo sorriso di Beatrice”, di Sabino Caronia, letto da Dante Maffìa

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Ormai i libri di saggistica letteraria pullulano e pullulano anche i profili dei narratori e dei poeti, per lo più luoghi comuni che si limitano a fare i riassunti dei romanzi e le sintesi dei volumi di poesia. Un vezzo, anzi una moda ruffiana che, soprattutto i giovani, adoperano per attrarre l’attenzione dello scrittore affermato. Opere, però, che scandagliano veramente, che entrano nella polpa viva dei libri e ne discutono in varie direzioni senza i limiti imposti rigidamente dalle metodologie letterarie (è la lezione di De Sanctis, di Croce, di Serra, di Debenedetti, di Fubini) se ne vedono in giro raramente. Perché leggere con “coscienza”, interpretare i testi e darne una ragione non è un esercizio di poco conto e presume impegno, conoscenza, lavoro assiduo, capacità di saper guardare all’insieme del panorama di cui ci si sta occupando. Qualità che possiede in sommo grado Sabino Caronia che ha il coraggio di setacciare, in ventiquattro scritti raccolti in volume (L’ultimo sorriso di Beatrice. Percorsi letterari da D’Annunzio ai contemporanei, EdiLet, 2020)  alcune delle opere di D’Annunzio, di Belli, di Luzi, di Quasimodo, della Guidacci, di Cristina Campo, di Alvaro, di Calvino, di Silone, di Onofrio, riuscendo a cogliere l’essenza dei testi, la loro efficacia, perfino le fonti e gli sviluppi.

Lavori accurati e precisi di questo genere si possono realizzare soltanto se le letture sono sterminate, se i riferimenti non bisogna andare a cercarli col lanternino, ma sono naturali bisogni di connessioni e di rapporti nati dall’assiduità della frequentazione. Posso testimoniare che Sabino Caronia è uno dei pochi sopravvissuti che al libro richiedono amore e complicità, anche quando il rapporto non è tutto rose e fiori, ma problematico. Comunque leggendo i testi è evidente che le scelte fatte da Caronia sono innanzi tutto scelte dello spirito, adesioni a pagine in cui lui si è specchiato e ritrovato, rinnovato e messo in discussione, rigenerato e messo in crisi per poter entrare nella dimensione umana, sociale, poetica, filosofica e perfino religiosa. In questo modo ogni lettura è stata un’appropriazione di pensiero e di sensibilità adagiata sul fondo della sua anima che ha provveduto, poi, ad amalgamare e far diventare sostanza del proprio essere.

Le letture, per Sabino Caronia, non sono state mai un mestiere, egli ha sempre scelto, ovviamente riconoscendo il valore anche di scritti non affini al suo mondo ideale e al suo carattere, cercando di individuare una fratellanza che gli potesse permettere di fare la strada insieme. Da ogni scritto del libro si avverte che il critico entra con circospezione nei libri, li soppesa, ci entra e ci vive e soltanto dopo comincia con essi il colloquio. Proprio così, Sabino Caronia colloquia con i testi, non si mette supino a recepirli, ad accettarli, si pone, a un certo punto, come una specie di coautore per soppesarne la portata estetica, etica e letteraria arrivando a valutarne l’importanza, la dimensione umana e culturale, la novità e la continuità dei valori portanti. Leggere D’Annunzio con Caronia è come entrare a braccetto con il “vate” e cogliere le sfumature di un’opera che, nonostante l’esaltazione della tradizione, riesce a creare una nuova dimensione nella quale la ricchezza è fatta di rivelazioni, vere e proprie rivelazioni! Ma anche leggere ciò che il critico ha scritto su Luzi, Quasimodo, Testori o Santucci ci dà l’idea precisa di una simbiosi che ha valore di documento e che dimostra l’importanza che possono assumere i libri quando emanano le ragioni profonde della “canoscenza”. Per non parlare del saggio che conclude il libro: “L’ultimo sorriso di Beatrice: Borges e Dante”. Qui Caronia mostra come la sua erudizione sa farsi saggezza critica, momento di alta e profonda comunione con i poeti amati. Un po’quel che accade per ognuno dei saggi, vere e proprie sintesi di percorsi lunghi, durante i quali si sono consumate intere biblioteche, insaziabili letture per trovare “Un atomo di verità”.

Dante Maffìa

 

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